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Alla vigilia del Congresso, proponiamo l’intervista a Giovanni Rolando,  presidente del Cni, che fa il punto sulla professione e sugli obiettivi futuri
“Gli ingegneri a sostegno del Paese per un nuovo modello di sviluppo virtuoso”
 Roberto Di Sanzo
 
L’obiettivo deve essere chiaro e ben definito: supportare lo Stato nella costruzione di un nuovo modello sociale ed economico, moderno e al servizio della collettività. E’ questo il fine al quale mirano gli ingegneri e per il quale si adopereranno nei prossimi anni. Un impegno che prende, senza remore, Giovanni Rolando, presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegneri. E proprio il congresso di categoria, in programma a Torino, sarà un importante banco di prova per verificare la “maturità” dell’ingegneria italiana nell’assumere un ruolo di così straordinaria importanza.
“Vi sono una serie di settori di notevole rilevanza – spiega l’ingegnere Rolando – che vanno dall’energia alla gestione del mondo delle professioni, dalle tecnologie alle costruzioni sino alle materie scientifiche, che prevedono il coinvolgimento degli ingegneri. Ambiti nevralgici per uno Stato competitivo e vicino ai cittadini. Ecco, per noi si tratta di una vera e propria scommessa, che sono sicuro potremo vincere grazie all’apporto dei nostri professionisti, preparati, seri e di alto livello”.
 
Intanto i primi passi sono stati già compiuti: l’incontro con il ministro Alfano dimostra la volontà del Governo di proseguire un rapporto di collaborazione con il mondo degli Ordini professionali.
Da allora ci sono stati ulteriori sviluppi: io stesso mi sono preso l’impegno, con il ministro Alfano, di coagulare il mondo dei professionisti intorno ad una proposta del Cni, al quale hanno aderito le undici professioni tecniche e il Cup. Tra le linee generali fondanti la proposta, innanzitutto vi è la definizione delle professioni intellettuali, che devono essere di interesse collettivo e non certamente a difesa di privilegi corporativi. Inoltre, è necessario individuare un percorso articolato per far sì che possano essere esercitate: innanzitutto, ecco un piano di studi adeguato, in seguito il tirocinio ed infine l’esame di Stato. Punteremo molto sulla deontologia professionale, che rimane un caposaldo inderogabile per lo svolgimento delle nostre attività. Infine, ma non certo per ultima, sono convinto che bisogna insistere sull’istruzione e la formazione permanente dei colleghi. Competenza, concorrenzialità e conoscenza sono elementi fondamentali per essere al passo con i tempi.
 
Le difficoltà economiche coinvolgono anche gli ingegneri: a tal proposito il Cni ha accolto con favore la proposta dell’onorevole Lo Presti, il cosiddetto “pacchetto anticrisi” per i professionisti…
Superare il momento critico è per noi una priorità assoluta. Ecco perché condividiamo una serie di proposte introdotte da Antonino Lo Presti, che vanno dalle agevolazioni fiscali ai colleghi con maggiori difficoltà sino al ripristino del sistema delle tariffe minime.
Già, le tariffe minime, un altro argomento che sarà sicuramente al centro dei lavori congressuali.
Guardi, già molto è stato detto sull’argomento e non vorrei essere ripetitivo. Ora mi preme soprattutto dire che la loro reintroduzione è l’unica garanzia possibile per offrire al cliente delle prestazioni di livello adeguato. Difendere le tariffe non vuol dire certo arroccarsi su posizioni conservatrici, da lobby: tutt’altro. Magari ci si può mettere intorno ad un tavolo per ristudiarle, rivederle, collegarle alle prestazioni: ma la loro applicabilità è senza dubbio improcrastinabile.
 
Invece, parlando di riforma delle professioni, ha creato polemiche il disegno di legge presentato dall’onorevole Siliquini: quali sono i punti che criticate maggiormente come Cni?
Sono vari gli aspetti sui quali abbiamo qualcosa da dire. Innanzitutto, la proposta prevede l’accorpamento di Ordini senza mai aver consultato gli enti interessati, oltre alla soppressione della sezione B degli albi. Quest’ultima è una questione troppo importante per non pensare ad un momento di confronto collettivo: noi ingegneri, tra l’altro, non abbiamo mai parlato di abolizione. E soprattutto, è lontana da noi l’idea di un’unificazione tra laureati triennali e periti.
 
Altra questione aperta, il sistema universitario e in particolare il “3+2”, che ultimamente è stato criticato anche dal ministro Gelmini. Qual è la strada da percorrere, in tale ambito?
Il Cni è convinto che il percorso di studi ideale per un ingegnere sia il quinquennale tradizionale. Tra l’altro vi sono molte università che si stanno adeguando, cercando di far diventare il 3+2 molto similare alla laurea classica. In ogni caso non voglio demonizzare nessuno: esistono dei corsi triennali che funzionano davvero bene. C’è però da segnalare che sono sempre di più gli studenti che scelgono, dopo il triennio, di proseguire gli studi, con il risultato che avranno un bagaglio nozionistico non certo all’altezza di quello che può fornire il 5 secco. Ecco quindi la mia riflessione: che senso ha usare degli escamotages, ideare dei 5 finti e brutta copia? Tanto vale rivalutare il quinquennio tradizionale.
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