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Alla luce di esperienze consolidate è necessario intraprendere percorsi non traumatici
Immigrazione e urbanistica, quali le soluzioni più convincenti
prof. Guido Colombo, ingegnere e urbanista
   

Se - come ho già scritto nel precedente articolo (n°10 del 1/6 di questo Giornale) - l'immigrazione extracomunitaria pone una questione urbana, si tratta di studiarne le possibili soluzioni e di scegliere - anche alla luce delle esperienze già consolidate (le migrazioni di massa sono vecchie di secoli) - quella meno traumatica e sconvolgente per l'attuale assetto della città. Nei primi decenni del XX° secolo, i nostri immigrati in USA e Canada rifiutarono istintivamente il modello di città verticale tipico di quelle culture e, per mantenere la loro identità culturale, scelsero d'insediarsi in quartieri a misura delle loro tradizioni, dei loro bisogni urbanistici e dei loro ideali di vita associata, senza per questo creare situazioni anomale o di particolare disagio sociale per gli altri gruppi etnici. Sorsero così i vari little Italy di New York, di Boston, di Toronto, ecc., che sono ormai delle consolidate oasi etniche, perfettamente integrate nelle città ospitanti. Egualmente riuscito mi sembra l'innesto dell'immigrazione cinese nelle società americane e canadesi (San Francisco, Vancouver, Victoria, Toronto, Calgary). Emblematico è il caso di Calgary, una giovane città (appena 120 anni) di 850.000 ab., nel cui tessuto urbano - non lontano dalla sua Downtown ad edificazione verticale (la city dei grattacieli) - è perfettamente incastonata una chinatown la cui scenografia urbana richiama quella delle moderne città cinesi: l'illuminazione stradale (anche a Vancouver) è di gusto cinese, la toponomastica è bilingue, le infrastrutture sociali sono funzionali alla vita della comunità cinese, e sono persino riprodotte le architetture dei pubblici edifici (scuole, Centro culturale, ecc.).

Ma l'esempio più convincente di città multietnica è - a detta dell'ONU e per mia personale esperienza - Toronto, la grande metropoli canadese composta di oltre sessanta comunità nazionali (non per niente, nell'idioma huron Toronto significa luogo d'incontro!), ciascuna delle quali si è tacitamente appropriata di una brano di città e lo ha modellato a sua immagine e necessità. Nei singoli quartieri colpiscono ovviamente l'aspetto ricorrente dei passanti, le insegne dei negozi, l'assortimento delle merci offerte, gli odori delle cucine dei ristoranti, le luci e gli arredi dei bar e degli altri locali pubblici, la cadenza della parlata dominante, la toponomastica stradale; ma hanno la dovuta visibilità anche le scuole, i luoghi di culto, le attrezzature sportive, i giardini e gli spazi di socializzazione; nonché i mezzi di informazione (radio, televisione, giornali, riviste), gli spettacoli (cinema e teatri), le feste tradizionali, ecc.

E tuttavia, questo complesso ma equilibrato mosaico di oasi etniche nulla toglie all'unitarietà della città, ne il contesto urbano sembra esserne confuso e stravolto. Direi anzi che la Comunità torontese (2.300.000 ab.) trae dalla multietnicità un eccezionale dinamismo ed una sorprendente vitalità, grazie allo spirito di emulazione dei gruppi ed alla marcata competitività che essi alimentano; anche se, in una prospettiva di medio/lungo periodo, sembra ineluttabile che l'attuale separatezza etnica e culturale - forse più formale che sostanziale - debba dissolversi in un unificante ideale di integrazione metropolitana. Di fatto, le nuove generazioni si integrano con maggiore facilità di quelle di prima immigrazione: gli studi, il lavoro, gli stimoli culturali, le pari opportunità sociali (previdenza, assistenza medico-sociale), le occasioni ricreative e di svago, l'integrazione sportiva, i mezzi di comunicazione convergono verso la formazione di una società multietnica equilibrata, tollerante, tranquilla, senza tensioni sociali; dove ogni etnia s'insedia liberamente a seconda delle opportunità di lavoro o dell'offerta abitativa; ma sa che c'è un brano di città dove - sol che lo voglia - può risciacquare o rinverdire la sua identità culturale, soddisfare il suo ancestrale bisogno di socialità, e scaricare - se occorre - le nevrosi accumulate vivendo la città comune. L'esperienza di Toronto, diligentemente e saggiamente favorita e supportata dagli Enti locali - sembra dunque accreditare l'ipotesi della formazione assistita di oasi integrate, in cui ogni gruppo etnico che abbia un minimo di consistenza possa darsi le strutture necessarie per vivere e riprodurre le situazioni esistenziali dei Paesi di provenienza. Le oasi integrate srappresentano dunque una soluzione soddisfacente del problema dell'integrazione nella società urbana di gruppi omogenei di immigrati; non fosse altro perché esse conferiscono loro una sorta di cittadinanza urbana di fatto interlocutoria, che li aiuta a stabilizzare la scelta insediativa ed a meglio inserirsi nel mondo del lavoro.

A mio parere, il modello torontese di città multietnica è riproducibile anche nel nostro Paese, dove i vari gruppi etnici tendono già spontaneamente a raggrupparsi in determinati ambiti territoriali (il nordest, la Campania, la Sicilia, ecc.) od in determinati quartieri delle grandi città (a Milano, gli egiziani nella zona di Porta Venezia-Corso Buenos Ajres; i nordafricani in Zona Ripamonti, ecc.). Naturalmente la formula torontese può avere successo solo se le oasi etniche non vengono (e non si sentono) ghettizzate ma vengono ufficialmente e manifestamente coinvolte nella vita cittadina: ghettizzarle significa ignorarle, abbandonarle a se stesse; coinvolgerle nella vita cittadina significa aiutarle ad organizzarsi e contemporaneamente cooptarle in un più ampio progetto di sviluppo urbano e di progresso della comunità, significa inserirle in un processo generalizzante ed unificante di livello superiore, in cui ogni gruppo sia in grado di conferire le sue caratteristiche tradizionali, le sue specificità culturali e le capacità propositive di cui è capace. Solo in questa prospettiva l'oasi etcnica può essere al contempo la stazione di sosta della prima immigrazione, il luogo di formazione della seconda generazione e la stazione di riferimento delle generazioni successive, destinate ad immettersi gradualmente nella complessità della vita urbana.

Sorge allora il problema di decidere se questa parcellizzazione urbana in chiave etnica debba risultare da un processo spontaneo o possa essere promossa o favorita da un intervento pianificato. Se la scelta insediativa è di solito un fatto casuale o spontaneo, la formazione ed il rafforzamento dell'oasi etnica dovrebbero essere attentamente pianificati dal Comune e seguiti da un responsabile di processo, coadiuvato da una Consulta espressa dal gruppo etnico interessato, la quale potrebbe collaborare nel delimitare l'ambito d'intervento, nel progettare e programmare le opere urbanizzative e nell'attuare e gestire le infrastrutture di base caratterizzanti dell'oasi etnica. Probabilmente potrebbero emergere così le competenze tecniche e le capacità operative dei non pochi immigrati dotati di titoli di studio e di specializzazioni, che lo stato di emarginazione e di isolamento in cui vivono non consente di far valere; e magari si potrebbero educare gl'immigrati a sviluppare vantaggiose forme di autogestione abitativa ed urbana.

Non troverei quindi culturalmente scandaloso che si cominciasse ad affrontare l'emergenza immigrati proprio in chiave urbanistica, assegnando ai più numerosi e vivaci gruppi etnici (od a quelli imparentabili) alcune delle tante aree dismesse della città o alcune delle zone di recupero o di espansione, per sperimentare nel concreto la possibilità di innestare nel corpo vivo della città delle insulae extracomunitarie compiutamente attrezzate ed infrastrutturate ed accogliervi le etnie da regolarizzare nell'immediato e da omologare nel futuro. Si eviterebbe in tal modo l'insorgere di situazioni che la Comunità urbana non riesce a sopportare, a partire dalla temuta promiscuità insediativa e dall'elevata densità abitativa che la massiccia presenza di immigrati genera in molti quartieri. Né troverei pregiudizievole per l'immagine urbana e per il suo prestigio che l'Aler e gli altri Enti deputati realizzassero una quota di edilizia sociale a misura dei bisogni vitali di questi gruppi etnici, in una dimensione urbana che essi siano capaci di capire e di realizzare. Anche il cosiddetto terzo settore abitativo (associazioni, cooperative e volontariato) potrebbe collaborare allo scopo, orientando opportunamente l'autocostruzione, l'acquisto di alloggi o l'intermediazione degli affitti. E' forse tempo di riconoscere che i nostri condomìni sono estranei alla loro tradizione; che molti immigrati non sono abituati a vivere in alloggi piccoli, assurdamente impilati, privi di spazi esterni di estensione; che non hanno dimestichezza con ascensori, scale, bagni ed accessori, che non corrispondono ad esigenze vitali immediate nè ad abitudini consolidate e che non di rado usano in modo improprio. Gl'immigrati della prima generazione non hanno spesso un livello di istruzione adeguato e non hanno avuto - quasi mai - un'esperienza di vita urbana analoga alla nostra. Nelle oasi etniche essi si sentirebbero meno soli; avrebbero un rapporto diverso con la vita e con la città, magari più amichevole e meno nevrotico del nostro; e se opportunamente sollecitati nel loro amor proprio e nelle loro ambizioni, potrebbero sviluppare gradualmente una esperienza d'integrazione comunitaria e costruire nel tempo un legame civico oggi inesistente. Senza dire che la possibilità di intrattenere - attraverso la Consulta - rapporti funzionali continuativi con l'Amministrazione comunale li educherebbe all'autogestione abitativa ed urbana.

L'oasi etnica andrebbe ben oltre l'atteso e doveroso gesto di solidarietà umana: sarebbe un atto di saggia amministrazione civica ed una accorta scelta di politica urbanistica.

Visitando di recente il Ruhrgebiet nel cuore della Germania - dove i problemi d'integrazione comunitaria sono molto più gravosi che da noi - mi sono imbattuto in un paesino - credo si chiamasse Torhaus - dove la parlata, i costumi femminili ed infantili, l'aspetto esteriore delle abitazioni, il decoro delle porte, l'arredo delle finestre, la vita di strada, i giochi dei bambini, le merci esposte nelle vetrine, le musiche, gli odori, il profumo del pane, tutto era di marcata matrice turca; le insegne dei negozi e la toponomastica erano rigorosamente bilingue; e tutto - istituzioni religiose, assistenziali, scolastiche e culturali; locali di ritrovo, bar e ristoranti, persino il film proiettato nella piccola sala locale - mi è parso che contribuisse con discrezione ed efficacia a ricreare l'ambiente del Paese d'origine. Ne ho avuto una piacevole sorpresa e mi sono ricordato di una esperienza italiana molto più antica e matura - il Ghetto di Venezia - che nei secoli è stato perfettamente assimilato dalla città lagunare, malgrado la vistosa diversità del suo tessuto edilizio; e della quale oggi costituisce un polo di attrazione turistica, grazie alla gente che vi si incontra, al museo ebraico, alla casa degli anziani, ai monumenti, alle lapidi che ne distillano la storia, alle insegne dei suoi tanti negozi, alle attività specializzate, alle tre diverse sinagoghe, alle dolcerie/panetterie, ai ristoranti kasher, al suo particolarissimo ambiente che ne fanno meta frequentatissima di turisti e curiosi. Perché escludere aprioristicamente che le nostre città possano arricchirsi nel tempo di oasi etniche bene organizzate, attrezzate e gestite, dove sia possibile accostarsi alle etnie del nostro futuro, viverne le stimolanti esperienze culturali artistiche o sportive, conoscerne gli eventi teatrali, la musicalità, le arti visive; sperimentarne l'artigianato e la gastronomia, dando così sbocchi alternativi al nostro disorientato peregrinare serale e festivo ed al turismo urbano?

D'accordo: la creazione di una società multiculturale richiede scelte eclatanti e concessioni audaci, che sono talvolta imbarazzanti per la nostra cultura (il chador delle donne musulmane ed i problemi della loro identificabilità, la rimozione dei simboli religiosi nelle scuole, la separazione dei sessi nelle classi, la poligamia) e talaltra inaccettabili per la nostra coscienza (l'infibulazione delle bambine, la circoncisione dei bambini).

La nostra società è impreparata, se non restìa, a farle poiché le giudica culturalmente inconciliabili. L'integrazione culturale è quindi un obiettivo difficile (se non impossibile) e richiede comunque il filtro di più generazioni. Nè sarebbe generoso discriminare tra la varie culture o, peggio, graduarle in una ingenerosa scala di valori Invece la creazione di una comunità multietnica urbana è possibile, ovviamente nel rispetto di alcuni basilari principi di convivenza civile. Le piccole rivendicazioni (il venerdì festivo, le pause-preghiera, la dieta islamica, la macellazione islamica, le feste annuali del Sacrificio e della fine del ramadàn, il pellegrinaggio alla Mecca, ecc.) potrebbero accogliersi ex nunc; le altre - le grandi rivendicazioni (la moschea, la medrèsa, il centro culturale, la libreria, il presidio medico, il consultorio, il centro di informazione e di accoglienza; ma anche il piccolo suk ed il suo ricchissimo ventaglio di attività artigianali, il nido, la scuola materna, le elementari bilingue) - potrebbero invece programmarsi e realizzarsi gradualmente nelle oasi etniche d'intesa con le comunità interessate.

L'urbanistica deve quindi diventare propositiva e dimostrare di saper governare le trasformazioni urbane indotte dalla multietnicità. Perciò, in un'ottica di rigenerazione urbana ed in un quadro di riconversione intelligente e lungimirante di taluni quartieri della città non mi sembra peregrina l'ipotesi di programmare la graduale formazione di oasi etniche inurbate, dove le comunità extracomunitarie - almeno quelle più rappresentate - possano disporre degli spazi urbani necessari per ricreare l'habitat più congeniale alla loro cultura, dove insediarsi secondo i loro bisogni spaziali, disponendo dei loro servizi di base ma potendo liberamente accedere alle attrezzature ed ai servizi della città. Insomma, le oasi etniche come zone di cultura attiva e di alfabetizzazione urbana, come spazi satelliti del Museo delle Culture extraeuropee che Milano si accinge a realizzare nell'area ex Ansaldo. Nell'auspicio che, vivendo una loro spazialità ben definita ma integrata nel più ampio quadro spaziale urbano, queste comunità riescano a prendere gradualmente coscienza che possono - sol che lo vogliano - diventare cittadini a pieno titolo. Le esperienze di Torhaus o della più vicina cittadella islamica di Segrate andrebbero quindi studiate, perfezionate e, se necessario, rifatte.

Vorrei concludere con alcune considerazioni forse scontate ma sicuramente non irrilevanti sulle ipotizzate oasi etnico-culturali:

- la loro formazione rafforzerebbe lo spirito comunitario degli immigrati e svilupperebbe il loro senso di territorialità e di appartenenza ad un ambito urbano ben individuato, dove ognuno è conosciuto ed ha un posto nella vita collettiva;
- in esse sarebbe più facile intrecciare rapporti interpersonali e sviluppare la solidarietà di gruppo, scoraggiando la fuga sociale dei più diseredati;
- il loro rafforzamento favorirebbe, infine, il controllo sociale e consentirebbe alla Comunità urbana di fronteggiare meglio l'anarchia e di combattere più efficacemente l'illegalità;
- ed infine, il loro successo favorirebbe il processo di adattamento alla città delle generazioni successive.

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