Anche l’Europa è costretta a fare i conti con la crescente indisponibilità di “oro blu”
Davide Canevari
“Negli ultimi trent’anni i fenomeni di siccità sono aumentati drasticamente in frequenza e intensità. Tra il 1976 e il 2006 il numero di zone e persone colpite da siccità è aumentato di quasi il 20 per cento. Uno dei fenomeni di maggiore portata si è verificato nel 2003 e ha interessato oltre 100 milioni di persone e un terzo del territorio del Continente. Il costo totale dei fenomeni di siccità negli ultimi trent’anni ammonta a 100 miliardi di euro. E nello stesso periodo il costo annuo medio è quadruplicato”.
Leggendo questi dati, viene spontaneo pensare che il Continente in oggetto sia l’Africa. Al più l’Asia, altra realtà fortemente colpita – soprattutto in questi ultimi anni – dalla crisi dell’oro blu. Davvero a pochi, probabilmente, verrebbe in mente di associare quel bollettino all’Unione Europea.
E, invece, proprio con quelle brevi notazioni ufficiali ha inizio la Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo e al Consiglio, datata 18 luglio 2007. Titolo del documento: Affrontare il problema della carenza idrica e della siccità nell’Unione europea.
Non è una questione di allarmismo, ma di vero e proprio allarme sociale, visto che l’acqua ha un chiaro impatto diretto sui cittadini, sull’economia (agricoltura, turismo, industria, produzione di energia e trasporti vivono anche di acqua), sulla qualità della vita, sulla sicurezza (si pensi, ad esempio, all’aumento dei rischi di incendi boschivi in condizioni di siccità), sull’ambiente.
“La carenza idrica e la siccità – spiegano gli esperti di Bruxelles - costituiscono oggi un problema di notevole portata, che sarà probabilmente aggravato dai cambiamenti climatici. E questo problema mondiale non risparmia l’Unione europea. Mentre il termine siccità indica una diminuzione temporanea della disponibilità di acqua dovuta, ad esempio, a minori precipitazioni, si parla di carenza idrica quando la domanda di acqua è superiore alle risorse idriche utilizzabili in condizioni sostenibili. A tutt’oggi almeno l’11 per cento della popolazione e il 17 per cento del territorio europei sono stati interessati da fenomeni di carenza idrica che, secondo le tendenze in atto, tendono a diffondersi in tutta Europa”.
Uno degli elementi più significativi che emergono da questo studio, e da altri più recenti, sempre effettuati dalla Commissione europea, riguarda la dislocazione geografica del problema. Pensare che sia circoscritto al Mezzogiorno d’Europa - in pratica al Sud della Spagna, del Portogallo, dell’Europa e ad ampie porzioni della Grecia – significa sottovalutare ampiamente la portata della questione. Anzi, travisarla del tutto.
La Slovenia, ad esempio, è stata scelta nell’ambito della convenzione delle Nazioni Unite sulla lotta contro la desertificazione, per ospitare un centro di gestione della siccità responsabile per tutta l’Europa Sud Orientale. L’Olanda, assieme alla Spagna, è stata tra le prime nazioni europee a mettere a punto un piano nazionale strategico per affrontare il rischio siccità (anche se, per ora, sembra toccata solo marginalmente dal problema). La Gran Bretagna, secondo molti parametri, è considerata un Paese a rischio alla stessa stregua delle nazioni del Mediterraneo. La Germania ha deciso da tempo di affrontare il problema della corretta gestione della risorsa idrica. Da oltre 13 anni un quinto delle grandi città finanzia la raccolta delle acque piovane con l’obiettivo di equipaggiare il 15 per cento degli edifici entro la fine del corrente anno. “Soprattutto in vista dei possibili effetti dei cambiamenti climatici – è il laconico messaggio lanciato dalla Commissione europea – il problema del deterioramento della risorsa idrica non potrà più essere visto coma una criticità limitata a singole regioni isolate, ma come una questione con la quale mezzo miliardo di cittadini europei dovrà confrontarsi”.
A un anno di distanza dal primo documento - il 19 dicembre del 2008 - la Commissione europea inviava al Consiglio e al Parlamento una seconda relazione, sempre sul tema della carenza idrica e della siccità. Uno degli elementi più importanti sottolineati in questo nuovo documento riguarda le potenzialità di risparmio idrico realizzabili estendendo le best practice già in uso in alcuni Stati (o in singoli contesti economici, all’interno di uno Stato membro) in maniera capillare: fino ad un 40 per cento rispetto ai consumi di fine anno 2008 (vedi box).
Certo, non si tratta di un percorso facile (si richiede una radicale modifica delle modalità di distribuzione e di utilizzo dell’acqua per consentire il massimo risparmio possibile, ammettono gli estensori del rapporto). È pur vero che gli strumenti per migliorare la situazione attuale sono spesso meno complessi (o costosi) di quanto si possa pensare. E, a riprova, viene anche fornito un elenco esaustivo di esempi concreti e di iniziative già messe in opera.
“Alcuni Stati membri si sono già dotati di prescrizioni minime in materia di consumo idrico –precisa il rapporto della Comunicazione - nella normativa edilizia (Spagna, Olanda, Inghilterra) o nelle norme nazionali del settore edile (Danimarca, Germania, Spagna). Altri hanno introdotto requisiti specifici in materia di gestione idrica per i futuri edifici di elevata qualità ambientale (Francia) o stanno rivedendo la normativa nazionale per garantire l’efficienza idrica degli immobili e definire una norma generale per il rendimento idrico nell’edilizia (Gran Bretagna), oppure stanno introducendo norme minime obbligatorie sull’efficienza idrica nell’edilizia pubblica di nuova costruzione (Gran Bretagna). Tra gli interventi attuati per ridurre le perdite delle reti idriche figurano controlli esterni periodici e sistematici sul volume delle dispersioni (Austria), l’introduzione di incentivi per incoraggiare le società di distribuzione a portare le perdite sotto determinati livelli (10 per cento in Danimarca), l’introduzione di requisiti di rendimento minimo nelle reti esistenti come condizione necessaria per lo stanziamento di fondi pubblici a favore delle nuove reti di approvvigionamento idrico (Francia), la pubblicazione in Internet del rendimento delle reti in ciascun comune (Francia) e l’introduzione di obiettivi per le società di distribuzione con possibili ammende in caso di mancato raggiungimento (Gran Bretagna)”.
“Per quanto riguarda lo sviluppo di accordi volontari con i settori economici che utilizzano acqua – proseguono gli esperti della Commissione europea – alcuni Stati membri hanno definito programmi specifici riguardanti, ad esempio, i campi da golf (Francia), il settore edile (Francia e Olanda) e il settore dell’alimentazione (Inghilterra). In alcuni Stati membri sono stati siglati accordi tra autorità, ONG e agenzie per le acque a livello locale e regionale (Francia) per promuovere e incrementare il risparmio idrico. In genere gli accordi volontari sono ancora limitati e devono essere ampliati, in quanto possono dare vantaggi significativi”.
Colpisce, scorrendo questo elenco di interventi virtuosi, l’assoluta assenza di casi italiani. L’Europa insiste molto anche sulle potenzialità di un diffuso sviluppo di una nuova cultura dell’efficienza e del risparmio idrico. “La maggior parte degli Stati membri si è impegnata nello sviluppo di misure di formazione – ammettono gli esperti di Bruxelles - e comunicazione per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla disponibilità delle risorse idriche con campagne di informazione a livello locale, regionale e nazionale (Belgio, Finlandia, Cipro, Danimarca, Spagna, Francia, Olanda, Gran Bretagna), concorsi nelle scuole sull’efficienza idrica (Cipro e Portogallo), consulenze gratuite alle imprese (Gran Bretagna). Inoltre, attraverso l’inclusione delle tematiche inerenti all’acqua nei programmi scolastici e lo sviluppo di iniziative nelle scuole per promuovere strumenti volti al risparmio idrico (Cipro, Grecia, Francia), lo sviluppo di una strategia nazionale per educare il consumatore a un utilizzo efficiente di questa risorsa (Gran Bretagna) e lo scambio di buone prassi sull’irrigazione (Francia)”. Ancora una volta l’Italia non viene mai menzionata tra gli esempi.
Infine, lo scorso anno, una nuova pubblicazione – Study on water efficiency Standards, July 2009 – ha aggiunto ulteriori (preoccupanti) dati di analisi. Ben 33 grandi bacini fluviali europei, presenti in 13 Stati membri, sono oggi considerati come affetti da scarsità idrica. Interessate dal fenomeno anche molte nazioni del Centro Europa quali il Belgio, la Danimarca, la Germania, l’Ungheria, l’Inghilterra. Inoltre, è stato rilevato che nell’ultimo ventennio quattro anni particolarmente avari sul fronte della piovosità (1989, 1990, 1991 e 2003) hanno causato gravi eventi di siccità, su una superficie complessiva di 800 mila chilometri quadrati. La sola siccità del 2003 avrebbe comportato danni per oltre 8,7 miliardi di euro.
L´articolo aprre il Focus /2010 Anno dell´Acqua pubblicato alle pagg. 7 - 15 di questo numero.
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