Esercizio della professione in Europa, per gli ingegneri arrivano le misure compensative


Misure compensative nel campo della libera prestazione, arrivano le regole da seguire in ambito europeo. Apripista sono proprio gli ingegneri che dal 3 febbraio possono fare conto sul regolamento del decreto del ministro della Giustizia 3 dicembre 2014 n. 200 “Regolamento recante misure compensative per l’esercizio della professione di ingegnere”. In particolare, saranno le autorità nazionali ad avere un ruolo decisivo, in quanto, se dovessero individuare delle differenze importanti tra le qualifiche del professionista proveniente da un altro Stato membro e la formazione richiesta dalla normativa del Paese ospitante, potranno intervenire con l’allestimento di una prova attitudinale. Il tutto unicamente nella misura in cui “la differenza sia tale da nuocere alla pubblica sicurezza o alla sanità pubblica”.

Il testo adottato prevede due sessioni annuali, con l’obbligo di svolgere l’esame in lingua italiana, con tanto di prova scritta e orale. L’atto fa parte delle misure previste dal decreto legislativo 206/2007 che ha recepito la direttiva 2005/36 sul riconoscimento delle qualifiche professionali (e la 2006/100 riguardante Bulgaria e Romania), direttiva modificata dalla 2013/55, che sarà recepita entro il 18 gennaio 2016. Da ricordare, tra l’altro, che per gli ingegneri la sentenza C-311/06 della Corte Ue ha fissato precisi limiti al sistema comunitario di riconoscimento dei diplomi: in sostanza, le restrizioni evitano che vengano aggirate le regole interne in materia di accesso a una professione. Il regolamento, inoltre, si occupa anche del tirocinio.

Questo perché il Dlgs 206/2007, nell’ambito del diritto di stabilimento, prevede la possibilità di applicare misure compensative incluso il tirocinio di adattamento o una prova attitudinale. Nello specifico, il tirocinio non deve superare i tre anni. Inoltre, il riconoscimento è subordinato allo svolgimento del tirocinio nei seguenti casi: se la durata della formazione seguita dal professionista è inferiore di almeno un anno a quella richiesta in Italia; se la formazione ricevuta riguarda materie sostanzialmente diverse da quelle coperte dal titolo di formazione richiesto in Italia; se la professione regolamentata include una o più attività professionali regolamentate, mancanti nella corrispondente professione dello Stato membro d’origine del richiedente, e se la differenza è caratterizzata da una formazione specifica, richiesta dalla normativa nazionale e relativa a materie sostanzialmente diverse da quelle dell’attestato di competenza o del titolo di formazione in possesso del richiedente.

 

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