Unione Europea: necessarie strategie mirate alla crescita delle imprese

prof. ing. Pierangelo Andreini

Se l’economia italiana langue, la crescita che sta registrando quella europea rimane comunque modesta e non compensa certo il calo sin qui accumulato. La performance produttiva si sta stabilizzando, quindi, ma il peso dell’industria manifatturiera nel PIL europeo si è contratto passando dal 15,5% di un anno fa, al 15,1%, ben lontano dall’obiettivo del 20% stabilito per il 2020. Per contrastare la deriva la Commissione ha sistematicamente proposto iniziative in diversi settori per creare crescita e occupazione, nel solco della strategia Europa 2020 che costituisce il quadro di interventi per portare l’UE fuori dalla recessione. Ma tutto ciò non basta se l’Europa e l’Italia non consolidano al più presto la loro base industriale aumentandone la forza. Perché l’industria manifatturiera ha ricadute che sono essenziali per il resto dell’economia e, in particolare, sulla produttività complessiva. L’industria è fonte, infatti, dell’80% dell’innovazione dal settore privato, dà origine a 3/4 delle esportazioni e ha un ruolo primario nella creazione di posti di lavoro.

Per questo, la Commissione ha avviato diverse iniziative per ridurre i problemi che penalizzano la manifattura, quali i prezzi elevati dell’energia, le difficoltà di accesso al credito, il calo degli investimenti, la scarsità di competenze e la scarsa efficienza della burocrazia. Ciò in quanto vari Paesi registrano trend preoccupanti in due aree fondamentali dell’economia: produttività e occupazione. Infatti la produttività dell’UE sta nuovamente peggiorando rispetto a quella degli Stati Uniti, mentre la disoccupazione continua a interessare quotidianamente l’11% della forza lavoro europea ed è prossima a raggiungere il 13% in Italia. In particolare l’industria, che è stata colpita in modo particolarmente duro in Europa con la perdita di oltre 3,8 milioni di posti di lavoro dal 2008.

Tuttavia, il vecchio continente è riuscito a rimanere leader mondiale in una serie di settori industriali, nella maggior parte dei quali la catena del valore risulta diversificata, con società di prima grandezza collegate a un vasto numero di piccole e medie imprese. Per preservarne il posizionamento anche recentemente la Commissione ha proposto una serie di indirizzi politici per settori strategici quali l’industria automobilistica, l’industria siderurgica, la sicurezza e la difesa. E nei prossimi sei mesi la politica industriale sarà una priorità dell’agenda europea per tutelare gli sforzi sin qui fatti dagli Stati membri, che nonostante le difficoltà hanno compiuto progressi, riuscendo a migliorare il contesto imprenditoriale, le esportazioni e la sostenibilità, come ha fatto l’Italia in vari settori.
Ma molti problemi persistono, perché la convergenza tra i paesi più competitivi a livello industriale e quelli la cui competitività è moderata è ad un punto morto. Inoltre, il costo dell’energia è in aumento in quasi tutti gli Stati membri e ciò contribuisce alla deindustrializzazione dell’Europa. Grandi ostacoli sono costituiti pure, dalle già dette difficoltà di accesso ai finanziamenti e dalla conseguente diminuzione degli investimenti. Inoltre affinché l’industria europea rifiorisca, è essenziale stabilire un collegamento più stretto ed efficace tra scuole e imprese. La situazione è in chiaroscuro, con aspetti positivi sul fronte delle esportazioni che sono state il motore principale dell’attività industriale tanto che l’UE ha superato USA e Giappone.

In tal modo nel 2012 l’avanzo commerciale dell’Europa è stato di 365 miliardi di euro, cioè un miliardo di euro al giorno. Dal 2008 sono migliorati anche i risultati in materia di innovazione, ma la convergenza tra i Paesi sembra essersi arrestata dal 2012. Il contesto imprenditoriale è migliorato in numerosi Stati membri, però anche nel resto del mondo, e la maggior parte degli Stati europei ha incrementato le competenze di base della manodopera. Gli aspetti negativi sono costituiti innanzitutto dagli investimenti, che come sopra detto restano persistentemente bassi e dall’accesso ai finanziamenti, che è peggiorato in molti Stati unionali. Persistono inoltre i richiamati alti prezzi elevati dell’energia, che costituiscono un grave problema per le industrie, specie in Italia, anche perché alcuni Paesi europei stentano a migliorare l’efficienza e l’efficacia delle amministrazioni pubbliche nella misura richiesta per ricominciare a crescere. Di qui la necessità per tutti i Paesi di attuare strategie industriali che favoriscano la crescita delle imprese, con un nuovo impegno ed invito della Commissione ad assicurare innanzitutto un adeguata corrispondenza tra le competenze offerte dalla manodopera in Europa e le esigenze dell’economia del XXI secolo. E poi ad agevolare gli investimenti in nuove tecnologie e innovazione. Ad aprire i mercati per le imprese europee sia nel mercato interno che in paesi terzi. A migliorare l’accesso ai finanziamenti e ai mercati dei capitali per le imprese, in particolare le PMI. E infine, ma non è certo la cosa meno importante, a ridurre gli oneri che aggravano i costi di produzione: energia, materie prime e lavoro.

 

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