Ricerca e sviluppo: servono interventi “intelligenti”

dott. ing. Luca Iannantuoni

L’Europa non procede secondo gli scenari auspicati in passato per quanto riguarda i progressi in ricerca e sviluppo (R&S) e necessita di maggiori e più “intelligenti” investimenti nel settore, sia pubblico sia privato, per chiudere il divario. Tale constatazione emerge dal rapporto dell’Unione sulla competitività e innovazione del 2011 (ec.europa.eu/iuc2011). Secondo la strategia dell’Europa 2020 il programma quadro in tema di innovazione riveste molteplici aree di interesse e ha lo scopo proprio di promuovere la crescita sostenibile tanto auspicata. Inoltre, in tempi di crisi potrebbe essere un importante traino. Il rapporto analizza i punti di forza e le debolezze della ricerca nazionale e di sistemi di innovazione e fornisce dati solidi su cui basare le scelte di politica nazionale.

I risultati principali contenuti permettono di osservare che l’UE sta lentamente avanzando verso il suo obiettivo di investire il 3% del PIL in R&S (2,01% nel 2009) ma il divario con i principali concorrenti si sta ampliando in particolare a causa della debole attività. Nel 2008, il 24% del totale mondiale R&S è stata eseguita nella UE (29% nel 1995). Per quanto riguarda il PIL, le aziende investono il doppio in Giappone o in Corea del Sud di quanto non facciano in Europa. Diciassette Stati membri sono stati in grado di mantenere o aumentare il loro budget R&S nel 2009 e sedici nel 2010. Il rapporto raccomanda, inoltre, che gli investimenti in innovazione siano “intelligenti”. Gli attori del comparto di maggior successo si sono concentrati sul pubblico nel campo dell’istruzione superiore e nelle infrastrutture scientifiche e tecnologiche, ma anche nel soddisfare la domanda grazie anche ai criteri che hanno agevolato prodotti innovativi basati su requisiti prestazionali ben definiti. La formazione di personale altamente qualificato deve essere accompagnato dalla risposta alle reali esigenze del mercato.

Il documento sottolinea che solo il 46% dei ricercatori UE lavora nel settore delle imprese (contro l’80% degli USA). Perciò, gli Stati membri dovrebbero adattare i loro sistemi educativi per mantenere un numero sempre crescente di ricercatori che operano nelle aziende. Altro parametro importante che è stato osservato riguarda invece lo scambio delle conoscenze (cioè della cooperazione tra gli studenti, le co-pubblicazioni, i co-brevetti) che all’interno dell’Europa è una preziosa risorsa e sarà ulteriormente rafforzato dal completamento dello Spazio Europeo della Ricerca. Tuttavia, essi sono concentrati solo tra alcuni Paesi dell’Europa occidentale. L’Europa sta perdendo terreno nello sfruttamento dei risultati della ricerca. Infatti, pur essendo il primo “produttore” mondiale di pubblicazioni scientifiche (29% nel 2009), ha un tasso di crescita delle domande di brevetto che è la metà di quello di Giappone e Corea del Sud. Alcuni Paesi europei, quali Austria e Danimarca, hanno raggiunto un cambiamento strutturale verso un’economia più alta intensità di conoscenza e hanno anche recuperato meglio dalla crisi economica. Caratteristiche comuni alla base di questo successo sono le piccole e medie imprese innovative e in rapida crescita, che beneficiano di eccellenza scientifica e ricerca pubblica, ottenendo le condizioni favorevoli per portare le nuove conoscenze sul mercato.

 

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