09 - 2014 | Ordine Ingegneri di Milano
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Il parere di Stefano Calzolari, presidente dell’Ordine di Milano

“Una categoria finalmente unita per vincere le sfide del futuro”

Roberto Di Sanzo

Una categoria compatta, che sa quello che vuole e che ha consapevolezza delle proprie capacità. Per Stefano Calzolari, presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Milano, da Caserta emerge una nuova “coscienza” dell’ingegneria, in grado di dimostrare in pieno di poter svolgere un ruolo preponderante all’interno della società.


Qual è il suo giudizio sul congresso casertano?
Direi positivo, poiché la categoria si è mostrata unita e ha ben rappresentato le sue esigenze complessive e le sue proposte al Paese. Ho avuto una piacevole sensazione di compattezza, che ha riguardato tutta l’ingegneria e non solo qualche settore tradizionale come il civile. Si è parlato molto, infatti, di innovazione, smart city, bioingegneria, ingegneria industriale e dell’informazione, di aziende e occupazione, con una visione più moderna rispetto al passato che, grazie al lavoro di questo Cni, accelera di molto la nostra necessità di innovazione e sviluppo. L’aspetto drammatico è, invece, l’enorme difficoltà nel conquistare l’attenzione del decisore pubblico; la politica appare sempre più irraggiungibile, vittima anch’essa di equilibrismi e mancanza di coraggio. Occorrerà sgomitare non poco e farsi largo con tutti i mezzi più innovativi della comunicazione per intercettare gli iter decisionali della politica e delle istituzioni, per anticipare, individuare e segnalare tempestivamente opportunità e criticità per la professione e per il Paese intero. Resta il dubbio sulla reale volontà, da parte della politica, di coinvolgere le professioni e in particolare gli ingegneri. Troppe omissioni e troppe lungaggini fanno pensare che le scelte più importanti vengano prese in altri ambienti. Anche l’Ordine di Milano, da anni, promuove una continua sinergia con le istituzioni locali, attraverso l’attivazione di terze parti e sollecitando adeguatamente l’opinione pubblica e gli stakeholder rilevanti. Ma si tratta di un lavoro enorme al quale non corrisponde affatto un’attenzione scontata.


Si è parlato molto di legalità, specialmente legata agli appalti pubblici: quale può essere il contributo dell'ingegneria in tale campo?
Qui vorrei prendere una posizione netta. Vanno benissimo, naturalmente, i continui appelli alla legalità, alla responsabilità sociale dei professionisti e alla nuova coscienza civile che, per noi ingegneri, è stata recentemente ravvivata da un nuovissimo codice deontologico. Ma la vera sfida è semplificare il ginepraio di leggi e norme che regolano, ancora malamente, la nostra professione, prestando il fianco a scorciatoie e abusi di ogni tipo. A mio avviso si dovrebbe andare nella direzione opposta: regole che abbiano come scopo principale l’aiuto al lavoro; capaci cioè di valorizzare la persona, la sua competenza, la sua responsabilità civile e la sua capacità di prendere decisioni utili alla collettività. Occorre un vero e proprio nuovo umanesimo, capace di riattivare la fiducia tra le persone e limitare il mostro burocratico delle procedure e dei format, che rende vittime in primo luogo i cittadini e i professionisti onesti.


Sistema universitario e competitività: quanto è ancora valido il livello di istruzione italiano rispetto agli altri paesi più sviluppati?
Secondo me è ancora validissimo, anche se vive i problemi di una indispensabile riorganizzazione, che soffre soprattutto sul piano delle risorse disponibili. Il mondo accademico dell’ingegneria, però, ha già saputo rinnovarsi nella direzione giusta, sviluppando la cultura delle materie più innovative e accettando la difficile sfida della internazionalizzazione. Naturalmente auspico che questo sforzo di modernità veda i Politecnici e le Università dell’ingegneria ancora più attente al mondo del lavoro e delle professioni vissute sul campo, attraverso rapporti di collaborazione più stretti con il mondo ordinistico. Il professionista è in costante trasformazione, già dai banchi di scuola e fino al termine della sua vita lavorativa attiva. E’ necessario accompagnarlo e certificare le competenze che acquisisce, che fanno tutt’uno con la formazione accademica. Mi auguro, infine, che sia fatta definitivamente chiarezza sulla vicenda degli ingegneri triennali, poiché mi risulta che la stragrande maggioranza di essi prosegua gli studi fino alla laurea magistrale. Da questo punto di vista credo che sia arrivato il momento di un ripensamento complessivo.


L’Italia è un Paese che aiuta i giovani a costruirsi un futuro importante?
Con una battuta direi che l’Italia è ancora un ottimo campo di allenamento, ma rischiamo che le partite vere, quelle più interessanti per un giovane, si giochino in altri mercati e all’estero. Ormai molti validissimi ingegneri neolaureati guardano al di fuori del nostro Paese, poiché il nostro lo trovano fermo, ingessato e privo di credibili opportunità per il loro sviluppo professionale. Un giovane cerca nel lavoro il lancio della propria vita adulta e ha bisogno di un ambiente incentivante, capace di programmazione, dove poter almeno intravedere carriera e futuro. Tutti requisiti difficili in una Italia che aiuta pochissimo le aziende, gli imprenditori e il lavoro, dove la programmazione di lungo periodo è una chimera, e dove perfino l’orgoglio del made in Italy rischia di riguardare pochi settori, non certo sufficienti ad alimentare lo sviluppo complessivo. Quindi bisognerebbe incentivare molto di più le imprese grandi e piccole che basano il loro successo su ricerca e innovazione, in tutti i campi dell’agire umano, sapendo che proprio quello è il terreno ideale per i giovani ingegneri e non.


Mozione finale: un documento condiviso e che accoglie tutte le istanze attuali dell’ingegneria?
Si tratta di una mozione condivisa che cerca soprattutto di fare chiarezza sulle relazioni tra l’ingegneria e il mondo esterno, affrontando molti temi e situazioni contingenti. E’ una buona mozione, nella sostanza, ma bisogna saper leggere tra le righe. Avrei optato per un testo più snello, capace di individuare in pochi punti le priorità e gli obiettivi, rimandando ad altra sede gli approfondimenti. Ho la certezza, ribadita in tutte le occasioni possibili, che la nostra categoria debba promuoversi con logiche di autodeterminazione, compiendo innanzitutto quei passi che dipendono dalla nostra visione e dalla nostra capacità di lavoro interna. I progetti innovativi ci sono e dobbiamo solo attuarli, per il bene dei nostri iscritti e del Paese, senza chiedere il permesso a nessuno.

 

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