09 - 2014 | Centro Studi CNI
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A Caserta presentati i risultati di una ricerca condotta dal Centro Studi del CNI

Ingegneri, il futuro? Bisogna fare “network”

Roberto Di Sanzo

Il congresso casertano è stato anche l’occasione per presentare la ricerca condotta dal Centro Studi del Cni sul tema “Analisi del Sistema ordinistico nella prospettiva internazionale: ipotesi di lavoro e confronti”. Se da un lato emerge come in Europa sia in continuo aumento il numero dei professionisti, dall’altro di evidenzia come stia profondamente mutando il modo di intendere la propria attività.
Osservando gli ultimi dati disponibili sul lavoro autonomo in Europa si evidenzia come, dal 2008 al 2012, si è registrata una accelerazione della componente ascrivibile al sistema delle professioni. Se si considera tutta l’area dei “servizi professionali, scientifici e tecnici” e della “sanità e assistenza sociale” il dato assoluto dei professionisti è aumentato in modo netto passando, dai 4,6 milioni del 2008 ai 5,2 milioni nel 2012.

Il numero di occupati nelle libere professioni in Italia nel 2012, pari a oltre 1 milione, pone il nostro paese al primo posto in Europa, seguito da Germania e Regno Unito con un ammontare di liberi professionisti rispettivamente pari a 970.000 e 717.000 unità, seguiti da Francia e Spagna con dati rispettivamente pari a 576 mila e 345 mila professionisti.
“La necessità di associare più figure specializzate, per adeguare l’offerta alle mutate esigenze della domanda, ha comportato una tendenza alla crescita delle dimensioni degli studi professionali e alla costituzione di network professionali, con diversi gradi di formalizzazione – spiega Massimiliano Pittau, direttore del Centro Studi del Cni e coordinatore della ricerca - .

Tutti i principali Stati membri hanno adottato misure che prevedono modelli societari per l’esercizio della libera professione, garantendo in ogni caso il requisito della maggioranza professionale”. L’Italia, con gli interventi riformatori del 2011-2012, può contare su un quadro normativo all’avanguardia nel panorama europeo e mondiale. Abrogazione delle tariffe professionali, obbligo della formazione continua, obbligo dell’assicurazione professionale, costituiscono i principi fondanti dell’esercizio della professione in Italia, che pochissimi altri Paesi possono vantare. “Eppure – aggiunge Pittau – il quadro normativo del nostro paese pecca nel campo delle società tra professionisti e questo è certamente un handicap”.

Altro tema molto importante: ormai in tutta Europa il ruolo del sistema professionale è strategico nell’ambito dei processi di programmazione e attuazione degli interventi finanziati dai fondi dell’Unione Europea. “Il confronto pubblico sulla programmazione 2014-2020 in Italia – si legge nella ricerca - è stato avviato con la presentazione da parte del Ministro per la Coesione Territoriale, d’intesa con i Ministri del Lavoro e delle Politiche Agricole, Forestale e Alimentari e la discussione nel Consiglio dei Ministri del 17 dicembre 2012, del documento ‘Metodi e obiettivi per un uso efficace dei Fondi comunitari 2014-2020’.

Nel corso del processo sono state tenute molteplici audizioni che hanno coinvolto circa 300 attori economici e parti sociali; tra essi, risultano essere stati ascoltati solo l’Ordine dei Consulenti del lavoro oltre a quello degli Assistenti sociali”. Un quadro desolante che dimostra che “Le strategie adottate in Italia per gestire i fondi europei siano deboli ed inefficaci.

Se è vero che il sistema di finanziamento è costruito per essere intercettato più facilmente da grandi enti di ricerca e da grandi imprese - e quindi meno tarato sul sistema italiano fondato sulle piccole e medie imprese – le piccole e medie imprese della Germania hanno dimostrato una capacità più che doppia, rispetto a quelle italiane, di accedere ai fondi”, analizza il direttore del Centro Studi. “Ciò evidenzia la necessità di un radicale mutamento di assetto della governance nazionale dei fondi europei, con un nuovo indirizzo più inclusivo per le piccole e micro imprese ed i centri di ricerca”.

Eppure gli ingegneri si dimostrano sensibili a tali tematiche, come dimostrano i dati raccolti da un’indagine online redatta dagli esperti del Centro Studi lo scorso mese di luglio alla quale hanno partecipato 13.271 iscritti. Una rilevazione, sugli stessi temi, è stata effettuata anche sui 106 Presidenti degli Ordini provinciali.
L’indagine dimostra come gli ingegneri che svolgono attività professionale siano impegnati in un processo di radicale rinnovamento delle proprie modalità organizzative e di approccio al mercato. Anche se la modalità organizzativa prevalente resta lo studio individuale (58%), circa il 13% degli ingegneri svolge la propria attività professionale in forma associata (studio associato, 6,9%) o societaria (società di ingegneria, 4,6%; STP, 1,3%).
In ogni caso gli ingegneri si trovano a dover competere con maggiore frequenza con strutture associate o societarie, di provenienza nazionale ed estera. Se il principale competitor in ambito nazionale resta il libero professionista indipendente (83,1%) o associato (50%), considerevole è la quota di ingegneri che deve confrontarsi principalmente con piccole (46,2%), medie (25,6%) e grandi (17%) società di servizi. Anche la provenienza dei competitor resta prevalentemente provinciale (76,8%) o regionale (56,9%), ma significativa è la presenza sul mercato di operatori con proiezione nazionale (35,6%), europea (11%) ed extra-europea (10,3%).


Strategie di network sono adottate dalla maggioranza degli studi professionali, sia pure a livello informale. L’87,4% degli studi individuali e l’89% degli studi condivisi opera “in rete” non strutturata con altri professionisti e imprese; tra le società di ingegneria diventa più frequente l’implementazione di reti strutturate di collaborazione (17,7%) e il ricorso a società di servizi comuni (14,8%). L’importanza dell’organizzazione di una “rete di professionisti” per lo sviluppo della propria attività è percepito chiaramente dall’85,9% degli ingegneri, con punte del 94% tra quelli più giovani (meno di 30 anni). Ad essere preferiti per la strutturazione di reti professionali sono soprattutto i colleghi ingegneri (83,4%), gli altri professionisti tecnici (61,5%) e gli architetti (56%); significativa è anche la propensione a collaborare con professionisti dell’area giuridica (29%), economica (16,4%) e dell’ICT (9%).
In un contesto in cui la propensione associativa è largamente maggioritaria, discordanti sono i giudizi sulle STP. Il 51,4% degli ingegneri le considera utili per lo sviluppo della propria attività (con punte del 67% tra gli ingegneri con meno di 30 anni), mentre le valutazioni negative si attestano al 48,6%. A influenzare tali valutazioni sono probabilmente le note lacune normative che hanno di fatto impedito, fino a questo momento, il decollo di uno strumento che rappresenta l’elemento più innovativo del disegno riformatore avviato negli ultimi anni.
Fortissimo è l’interesse degli ingegneri per la partecipazione alle iniziative connesse all’utilizzo dei fondi europei (71,2%), eppure solo una minoranza di essi ha avuto modo di esservi coinvolto (28,8%).

A frenare la partecipazione dei professionisti alle iniziative connesse all’utilizzo dei fondi europei è soprattutto un deficit informativo (54,7%) che chiama direttamente in causa l’incapacità delle Regioni di coinvolgere il sistema ordinistico nelle attività di programmazione, progettazione e attuazione degli interventi.
L’innovazione dei processi di organizzazione e di approccio al mercato avviata dagli ingegneri chiama in causa direttamente anche il sistema ordinistico. “La maggioranza degli iscritti – afferma Pittau - chiede agli Ordini di organizzarsi per fornire servizi di supporto allo sviluppo dell’attività professionale, all’accesso ai fondi europei, all’inserimento nel mercato del lavoro, incontrando la piena disponibilità dei Presidenti degli Ordini che, spesso, hanno già avviato iniziative concrete in tal senso”.
Il 51,8% degli iscritti chiede agli Ordini di impegnarsi per l’implementazione di servizi a supporto dello sviluppo dell’attività professionale; il 55% dei Presidenti degli Ordini concorda con tale richiesta. Ad essere percepiti come utili sono soprattutto servizi informativi sulle opportunità di business (34,2%), servizi per l’organizzazione e gestione degli studi (28,5%), per l’avvio di collaborazioni e partenariati con altri soggetti professionali (28,3%). Il 66,9% degli iscritti ritiene auspicabile che gli Ordini avviino servizi per favorire l’accesso e la partecipazione ai programmi e ai finanziamenti europei. Questo processo coinvolge anche il ruolo del Consiglio nazionale, cui gli Ordini provinciali chiedono supporto per l’implementazione dei nuovi servizi.

“Ad essere percepita come utile, da parte dei Presidenti degli Ordini territoriali – conclude la ricerca - è soprattutto la messa a disposizione di servizi di rete, piattaforme informatiche, convenzioni quadro; importante resta l’assunzione da parte del Consiglio nazionale di un ruolo di rappresentanza a tutti i livelli per interagire con le istituzioni e le amministrazioni nelle attività di definizione delle politiche e degli standard, di programmazione e attuazione degli interventi. Infine, si richiede al Consiglio nazionale di acquisire e mettere a disposizione degli Ordini territoriali competenze specializzate sulle diverse tematiche di interesse per gli iscritti”.

 

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