05-2012 | Ordine di Roma
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La parola a Francesco Duilio Rossi, presidente dell’Ordine capitolino

Roma Capitale, progetto fondamentale per il rilancio economico e sociale della “Città Eterna”

Donato Di Catino

Rilanciare il ruolo di Roma nel panorama internazionale grazie agli investimenti infrastrutturali e all’ammodernamento del tessuto urbanistico. Francesco Duilio Rossi, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Capitale italiana, parte da tale argomento, di stretta attualità, per poi rispondere ad una serie di domande legate espressamente alle tematiche più vicine al mondo della professione ingegneristica.

Il progetto “Roma Capitale” è un’occasione straordinaria per il rilancio urbanistico della città eterna: quali saranno le ricadute economiche e sociali per il territorio?

Il progetto di Roma Capitale è una grande occasione di riflessione, dialogo e confronto nelle strategie di sviluppo urbanistico futuro di Roma. Tutti debbono contribuire allo sviluppo della capitale del futuro. Attraverso l’urbanistica, dovrà essere rilanciato il ruolo di Roma nel panorama internazionale in modo da intercettare ogni occasione che potrà emergere oggi che le grandi aree urbane sono i principali propulsori dello sviluppo a livello globale. Le ricadute del progetto “Roma capitale” sul piano urbanistico saranno immense e principalmente le troveranno nella competitività e nella solidarietà: la competitività come abilità di ricercare nuove opportunità di sviluppo, valorizzando e sostenendo le migliori idee che si renderanno disponibili e gettando le basi per la conquista di nuovi assetti di mercato. La solidarietà come capacità di raggiungere l’auspicata coesione tra i cittadini, condizione necessaria per avere il clima di sostegno e collaborazione tra operatori, cittadini e amministrazione, fondamentale al momento attuale più che nel passato, in questo periodo di trasformazioni sociali ed economiche di portata internazionale.

Quale sarà l’apporto ingegneristico in tal senso?

I processi che seguiranno il progetto di Roma Capitale saranno particolarmente complessi e guidare questi processi affinché siano in linea con un contesto distinto inizialmente da rilevanti diversità di ordine sociale politico economico e culturale non sarà affatto semplice. Ci saranno ovviamente competenze multidisciplinari e sarà conseguentemente necessario lavorare per progetti. La gestione di un piano di tale importanza implica la gestione di interventi attraverso logiche e tecniche di organizzazione che privilegiano soluzioni mitigate da problemi, facendo uso delle metodologie a loro volta definite da regole chiare e precise. L’apporto ingegneristico lo troveremo nella capacità di chi avrà il privilegio e l’onere della responsabilità dell’amministrazione di questi compiti, dimostrando di essere all’altezza del ruolo assegnatogli. Occorrerà una feroce concretezza nel rispetto dei tempi e delle procedure; sarà necessario saper gestire attività decisamente complesse che richiedono la contemporanea partecipazione di professionalità diverse, conoscenze e tecnologie fortemente variegate. Occorrerà assolutamente avere una visione orientata verso il risultato determinando visione globale, obiettivi notevoli e responsabilità: risorse, costi, qualità, pianificazione, monitoraggio, valutazione. Queste sono competenze sicuramente oggi familiari all’ingegnere.

Roma è, alla pari di Milano, il centro nevralgico delle grandi imprese di costruzioni. Un comparto, quello edilizio, ancora competitivo a livello nazionale?

L’edilizia è uno dei settori trainanti dell’economia nazionale. Gli effetti di un euro investito nell’edilizia si moltiplicano e si diffondono più rapidamente e più capillarmente rispetto agli altri comparti. Questo in linea teorica, cioè se il sistema amministrativo e creditizio sono in grado di sostenere lo sviluppo, altrimenti il volano lentamente perde velocità fino a fermarsi. Oggi constatiamo che l’edilizia è il settore che sta pagando uno dei prezzi più alti della crisi. La lentezza nella spesa pubblica, l’utilizzo tardivo di somme stanziate e non ancora spese sta mettendo in ginocchio il settore. Non è più sostenibile il ritardo con cui le amministrazioni pagano gli operatori (non si pensi solo alle imprese) dell’edilizia per lavori e servizi già svolti. Inoltre è necessario tornare ad investire nelle infrastrutture perché senza infrastrutture non può esserci sviluppo. L’edilizia e le infrastrutture contribuiscono al prodotto interno lordo con il 12% circa e meritano quindi considerazione. Viene garantito benessere ed è distribuito non solo attraverso l’esecuzione delle grandi opere che fanno notizia ma anche attraverso l’avvio e l’esecuzione delle opere medio piccole che danno linfa e vita al tessuto imprenditoriale del nostro paese. Occorre allentare le misure troppo stringenti che impediscono che vengano banditi nuovi appalti e che addirittura rendono complicato il pagamento agli operatori, generando conseguenze dannosissime per l’economia.

Come uscire da un certo provincialismo, che tradizionalmente affligge il professionista italiano, ed aprirsi alla competizione internazionale?

Effettivamente oggi manca un programma credibile di internazionalizzazione dell’ingegneria italiana. Esistono programmi internazionali del Ministero dello Sviluppo Economico, del Ministro degli Esteri, dell’Istituto del Commercio Estero. E’ necessario monitorare la situazione per essere pronti ad intercettare tutte le occasioni che si rendano disponibili. E’ un compito che deve essere svolto a livello ordinistico nazionale poiché riguarda la collettività degli ingegneri. Occorre che l’ingegneria italiana dia sviluppo alle collaborazioni professionali internazionali, lavorare sui finanziamenti, stringere relazioni con le associazioni internazionali di categoria grazie ai quali sarà meno complicato dare vita a collaborazioni con l’estero. Bisogna partecipare alle riunioni ed agli incontri che il mondo dell’ingegneria organizza ogni anno, entrare laddove possibile nelle cabine di regia, prendendo parte a tutte le iniziative. Entrare in un nuovo mercato significa fare da apripista per tutta la filiera.

Viviamo in un periodo di crisi eppure gli ultimi dati dicono che l’ingegneria, da un punto di vista occupazionale, sta soffrendo meno di altre professioni: è proprio così?

Oggi è in aumento il fenomeno della precarietà del lavoro, i rilevamenti mostrano che il numero dei laureati disoccupati è in crescita, tutti faticano a trovare occupazione perché gli effetti della crisi sono capillari e coinvolgono tutti i comparti e tutti gli operatori. Il fenomeno desta preoccupazione ma i colleghi, tra tutti i giovani professionisti, sono coloro che ne soffrono meno. I dati in nostro possesso parlano chiaro: cresce l’attrazione che la nostra professione presenta verso i giovani, si registra una altissima componente femminile, impensabile fino a pochi anni fa. Tutte le espressioni della professione di ingegneri accolgono il favore dei giovani. Sia chi opera come libero professionista che chi opera in termini di dipendenza trova lavoro in sei mesi. La retribuzione di ingresso nel mondo del lavoro, pur non essendo elevatissima e decisamente minore di quella riconosciuta all’estero, è superiore a quella dei giovani professionisti di altre discipline. In sostanza l’ingegnere resiste alla crisi. Come mai? A mio avviso, la spiegazione è nella capacità di ragionare in termini di ‘’solving problem’’ che distingue la nostra formazione, facendo uso dello strumento dell’analisi per giungere prima e meglio alla sintesi dei problemi e trovare le soluzioni più efficaci ed efficienti. La predisposizione, direi fisiologica, all’assunzione di responsabilità, la versatilità, la disponibilità, l’impegno, la disciplina, la puntualità, il rispetto sono gli elementi cardine sui quali vengono formati i nostri giovani colleghi. I risultati si vedono.

Qualità e dignità della professione: il nuovo decreto liberalizzazioni ha tenuto conto di tali aspetti fondamentali dell’ingegneria?

La qualità e la dignità di una professione e di un professionista non dipendono dall’assetto socio-economico ma dalla persona. Indubbiamente alcuni effetti della liberalizzazione hanno un impatto significativo sulla vita dell’ingegnere. In modo particolare, mi riferisco alla rimozione di ogni accenno alle tariffe. Oggi chi pronuncia il termine tariffa è tacciato di passatismo e di provincialismo. Non mi soffermo nemmeno un istante sul tema e sulla relazione che esiste tra qualità del prodotto professionale e onorario minimo. Non si tratta di garanzia del profitto ma di garanzia del prodotto.

Il nuovo Cni nasce da una profonda condivisione del programma da parte della maggior parte degli Ordini italiani: quali sono i primi obiettivi da realizzare?

Così come è posta la domanda, la risposta va chiesta agli esponenti dell’attuale Cni che hanno il privilegio e la responsabilità di rappresentare e tutelare gli interessi generali del soggetto e dell’oggetto della nostra professione. Per quanto mi riguarda, direi che i primi passi da fare sono nella ricerca dell’unità professionale e dell’identità dell’ingegnere. Questo obiettivo fondamentale è il più difficile ma sono convinto che una volta conseguito, verrebbe modificata completamente la percezione dell’ingegnere verso l’esterno. Come ho detto all’assemblea per l’approvazione del bilancio (il bilancio dell’Ordine di Roma è stato approvato dall’assemblea degli iscritti con 350 voti a favore e 6 contrari), oggi la nostra categoria professionale appare disunita tra le diverse anime che la compongono e questo fatto ostacola ovviamente il raggiungimento degli obiettivi comuni. Soffriamo la differenziazione tra liberi professionisti e dipendenti, quinquennali e triennali, civili, industriali e ingegneri dell’informazione.

E’ ora di dire basta alle differenze. Il nostro mandato professionale è disposto dall’articolo 51 del Regio decreto n.2537/1925 che è ancora oggi forte ed immobile quando definisce che sono di spettanza dell’ingegnere il progetto e la condotta dei lavori relativi in generale alle applicazioni della fisica. Faccio presente che letteralmente tutto quello che si fa deriva da un’applicazione dei principi della fisica. Dobbiamo maturare alla svelta la consapevolezza che l’amplissima portata dei confini delle competenze della nostra professione con le connesse straordinarie responsabilità personali, ci deve unire e non dividere. Solo così potremo rivendicare ciò che fino ad oggi riusciamo a perseguire con grandi sforzi e dispendio di energie.

 

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