06-2011 | Ordine di Sassari
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Il parere di Mauro Antonio Pietri, dall’ottobre del 2009 alla guida dell’Ordine degli Ingegneri di Sassari

“La categoria sta vivendo un momento di difficoltà, servono misure urgenti soprattutto per i giovani laureati”

Roberto Di Sanzo

“Il mondo dell’ingegneria sta attraversando un periodo difficile, certo non gode di buona salute”. E’ questo il messaggio che lancia Mauro Antonio Pietri, classe ’56, da ottobre 2009 Presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Sassari, una struttura che può contare su oltre 1.100 iscritti, la seconda, in ordine di grandezza dopo Cagliari, della Sardegna. Affermazioni che non devono certo allarmare, quelle dell’ingegner Pietri, ma che devono essere valutate in maniera realistica, soprattutto all’indomani della presentazione, da parte del Cni, del primo rapporto sull’ingegneria in Italia, nel quale si parla di “piena occupazione” per gli appartenenti alla categoria. “Un rapporto fuorviante – spiega l’ingegner Pietri –. Non discuto certo sui dati presentati e sulla cosiddetta piena occupazione; bisogna però lavorare il livello dei redditi percepiti dai colleghi, specialmente quelli più giovani. Molti di loro, infatti, al primo impiego hanno retribuzioni risibili, o addirittura non le hanno; ecco, quindi, che non riescono a costruirsi un futuro ed essere indipendenti. Certo, dalle fredde statistiche risulta che gli ingegneri sono impiegati, ma bisogna vedere in che e a quali condizioni”. L’ingegner Pietri rincara la dose: “Nel rapporto presentato dal Cni si legge che i liberi professionisti sono sempre più esclusi dalla partecipazione alle gare sui lavori pubblici, un chiaro segnale di criticità all’interno della categoria, a denotare un segnale ineluttabile di debolezza”.

Insomma, secondo lei l’ingegneria sta vivendo un momento di crisi?

Diciamo che ha vissuto momenti migliori. Il reddito percepito dalla propria attività lavorativa dovrebbe permettere ai colleghi di strutturarsi professionalmente e migliorarsi, mettendosi dunque nelle condizioni di affrontare nel migliore dei modi le sfide che impone il mercato. E invece non è così. Aggiungiamoci che i professionisti non godono certo di un regime fiscale particolarmente vantaggioso, come invece accade per gli imprenditori, ed ecco disegnato un quadro di difficoltà evidente. Criticità acuite dal decreto Bersani, che ha creato ulteriori disagi alla categoria.

Si spieghi meglio.

La riforma voluta ai tempi da Bersani, che ha portato alla liberalizzazione del sistema tariffario, è stata sicuramente una soluzione demagogica, adottata senza capirne gli effetti che avrebbe poi prodotto sulle professioni. La riforma ha ingenerato debolezza sui deboli, portando il mercato all’anarchia vera e propria, dove le opere si realizzano prevedendo dei ribassi incredibili, senza una logica. Il risultato? Progetti ideati con guadagni ridotto all’osso, se non addirittura inesistenti, e il requisito della qualità non più richiesto. E a pagarne le conseguenze, come spesso accade in questi casi, è la collettività e il buon nome della professione.

Una situazione di difficoltà che si vive anche in Sardegna?

Purtroppo sì. Innanzitutto, è aumentato il numero degli ingegneri iscritti, mentre si sono ridotte le opportunità professionali. A cominciare dal settore che sull’isola tirava maggiormente da un punto di vista economico, vale a dire l’edilizia, sia per quanto concerne la costruzione di immobili residenziali che turistici. Oggi i colleghi sono costretti, se così si può dire, a girare tutta l’isola pur di trovare un impiego consono alle loro capacità ed aspettative. La tipologia di specializzazione presente tra gli ingegneri sassaresi è la tipica che caratterizza la maggior parte dei laureati sardi: si trovano soprattutto ingegneri edili, poi meccanici ed impiantistici. Marginale il numero di laureati in ingegneria dell’informazione. I nostri professionisti sono impiegati soprattutto nel pubblico, anche se è molto in voga il cosiddetto ‘mix’ tra lavoro dipendente statale e libera professione: il classico esempio è l’insegnante che poi, part time, svolge la professione privatamente.

Può essere il federalismo una soluzione ai problemi che attanagliano l’economia italiana e – quindi- . anche l’attività professionale?

Guardi, credo che per gli ingegneri l’introduzione del federalismo non porti a particolari cambiamenti: la nostra categoria è già da tempo predisposta mentalmente e culturalmente alla flessibilità, sappiamo adattarci alle diverse situazioni che ci vengono proposte e alle quali andiamo incontro. Per ciò che concerne le conseguenze economiche e sociali che il federalismo potrà avere su una regione come la Sardegna, posso risponderle dicendo che solo il tempo ci dirà quali effetti potremo aspettarci. Spero soltanto che, in caso di difetti e problematiche nell’attuazione della legge, il Governo sia altrettanto pronto ad introdurre misure riparatrici a beneficio della comunità. In ogni caso, per quanto mi riguarda non esiste alcuna preclusione ideologica: da buon ingegnere, che si basa sui dati di fatto e sulla concretezza, vediamo quali saranno gli esiti e poi daremo un giudizio più approfondito.

Un federalismo, tra l’altro, che la nostra categoria ha già introdotto con la nascita – appunto – delle federazioni ingegneristiche. Qual è il suo giudizio a tal proposito?

Una federazione che in Sardegna è attiva già da tempo e con buoni risultati. Tra i suoi pregi, vi è la possibilità di un coordinamento generale dei lavori e delle misure da introdurre a favore dei colleghi. Ma bisogna evitare il rischio di accentrare in maniera eccessiva l’attività; così facendo si potrebbe perdere il contatto diretto con il territorio, assolutamente fondamentale per conoscere le esigenze e le necessità degli ingegneri. Ecco perché dico sì alle federazioni, ma mantenendo ben saldo il ruolo degli Ordini provinciali.

 

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