07-2011 | Ordine di Fermo
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Maria Ester Rutili, Presidente dell’Ordine di Fermo, commenta il tetto del 30% di presenza femminile nei cda delle aziende

“Le quote rosa nel mondo delle professioni? Valutiamo le donne per competenze e capacità lavorative”

Roberto Di Sanzo

“Le quote rosa? Un modo di ghettizzare le donne che non mi convince per niente”. Ha le idee chiare Maria Ester Rutili, giovane ingegnere classe ‘72 alla guida dell’altrettanto “verde” Ordine di Fermo, nato nel 2005 distaccandosi da quello ascolano. Ingegnere edile con laurea conseguita a Bologna, oggi Rutili, Presidente dal 2008 dopo aver svolto anche il ruolo di segretario, guida una struttura che può contare su circa 500 iscritti. Un compito che svolge con passione, e con altrettanto vigore dichiara la propria opinione sulla recente decisione del Governo di introdurre il cosiddetto “tetto” di quota femminile, pari al 30%, nei consigli di amministrazione della aziende quotate in Borsa o a partecipazione pubblica. “L’equilibrio di trattamento tra uomini e donne non può essere imposta per legge – spiega l’ingegner Rutili – ma deve provenire da un percorso fisiologico che deriva da un profondo cambiamento culturale all’interno del Paese. Finché le donne non saranno apprezzate anche per il loro lavoro, per quanto sono in grado di produrre da un punto di vista professionale, tale ‘rivoluzione di pensiero’ non sarà completata. In ogni caso, imporre un tetto di presenza di donne all’interno delle aziende ci rende sicuramente più deboli, come se appartenessimo ad una razza in estinzione, da preservare a qualsiasi costo. E invece io, come la maggior parte delle mie colleghe, voglio essere valutata unicamente per i meriti professionali, e in tal modo premiata”.

Anche perché, come ha evidenziato il Primo Rapporto sull’Ingegneria in Italia, presentato recentemente dal Centro Studi del Cni, la presenza femminile nel mondo del lavoro, ed in particolare all’interno della nostra professione, è in continua crescita.

Si tratta senza ombra di dubbio di un ottimo segnale. Un fenomeno che rientra in pieno in quel progresso culturale e sociale di cui ho appena accennato. Sta passando finalmente il concetto che l’attività intellettuale, ed in particolare quella legata ad una professione in ambito tecnico, non è solo concepita per gli uomini, ma può essere svolta con altrettanta capacità e competenza dalle rappresentanti del Gentil Sesso. Se viene concesso il giusto spazio alle donne, esse sono in grado di dare un importante contributo allo sviluppo sociale ed economico della società in cui viviamo. Anzi, dico di più: in alcuni casi, e anche nel mondo dell’ingegneria, le donne sono maggiormente competenti rispetto ai loro colleghi.

Stessa tendenza nel pianeta università: oggi il 23,8% delle immatricolazioni nelle facoltà di Ingegneria è donna. Quindi possiamo dire che sta pian pano tramontando il mito di una professione solo al maschile?

Direi proprio di sì. Anche perché al giorno d’oggi lo studio dell’ingegneria offre così tante specializzazioni e settori che ogni persona, a prescindere dal genere, può trovare la sua giusta collocazione. Finalmente si sta arrivando ad un traguardo che in altri settori è naturale, ma che da noi invece ha incontrato notevole resistenza: chi sceglie ingegneria lo fa perché ne è appassionato e crede di esservi portato intellettualmente, e non certo perché è maschio.

Lei è mai stata “discriminata” in ambito professionale per il suo genere?

Lavorando in ambito edilizio, e quindi avendo a che fare giornalmente con il mondo dei cantieri, alcune volte sono stata vista un po’ con occhio diffidente, se così possiamo dire. Operai e tecnici si aspettavano un classico ingegnere, magari con i baffi, e invece arrivavo io… In ogni caso non ho mai subito discriminazioni vere e proprie: anche perché quando le persone con le quali avevo e ho a che fare si accorgono delle mie competenze, il fatto che sono donna passa in secondo piano e si lavora con profitto, rispetto reciproco e serenità.

Crisi e ingegneria: nonostante le difficoltà, i dati dicono che la nostra professione è vicina alla piena occupazione. Prendendo anche il caso di Fermo e della sua regione, pensa che sia effettivamente così?

Dipende sempre dal tipo di specializzazione ingegneristica di cui stiamo parlando. Se prendiamo l’edile, legato quindi alle costruzioni, allora si può dire che la crisi si sente. Nel Fermano e in generale nelle Marche l’edilizia sta attraversando un momento difficile, gli appalti sono fermi, ne soffre anche tutto l’indotto e quindi anche gli ingegneri fanno fatica. In altri settori, invece, le cose vanno decisamente meglio; penso, ad esempio, all’ingegneria informatica, alla biomedica e alla meccanica, dove anche e soprattutto i giovani possono trovare interessanti opportunità di lavoro.

 

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