01-2010 | Ordine di Milano
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Stefano Calzolari nuovo Presidente di Milano

Roberto Di Sanzo

“Sarà un’avventura appassionante”. E’ con questo spirito che Stefano Calzolari ha assunto, lo scorso mese di ottobre, la carica di Presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Milano. Ingegnere civile edile con indirizzo strutturista, laureato al Politecnico del capoluogo lombardo, Stefano Calzolari è un libero professionista che per quattro anni ha collaborato proprio con l’attuale Rettore del Politecnico, il professor Giulio Ballio (“Un’esperienza davvero rilevante per la mia formazione professionale”). Per quanto concerne la sua carriera ordinistica, Calzolari è stato Consigliere per più mandati, Presidente della “Commissione Formazione” e della “Commissione Qualità”.

Presidente Calzolari, un incarico prestigioso e ricco di responsabilità.

“Certo, un impegno forte in quanto sono notevoli le attese degli iscritti. Negli ultimi anni Milano è stata un po’ ai margini della realtà ordinistica nazionale, forse per una mancanza di progettualità e di obiettivi precisi. Ecco perché è essenziale creare una squadra esperta, in grado di far tornare il nostro Ordine alla creatività di un tempo, il che comporta capacità di proposta e disponibilità a collaborare con gli altri Ordini che condividono la spinta innovatrice. Nulla di improvvisato, sia chiaro: insieme ad un gruppo qualificato di colleghi, provenienti da tutti i settori dell’ingegneria, da tempo siamo coinvolti in un progetto maturato negli anni. Un progetto che punta al rinnovamento della vita ordinistica”.

Facile a dirsi: ma a farsi?

“Innanzitutto l’Ordine dovrà ricostruire il contatto diretto con gli iscritti. In campagna elettorale abbiamo usato lo slogan: l’Ordine deve tornare a ‘respirare’. Il concetto è molto semplice: la nostra sede dovrà essere sempre più ospitale con i colleghi che, in un continuo scambio con la società, trasferiscono e acquisiscono conoscenze, competenze e capacità professionali. Stiamo parlando di oltre 12 mila ingegneri, una risorsa importante e da valorizzare”.

Un’operazione sicuramente impegnativa.

“L’ingegneria è cruciale nella società contemporanea. La cultura ingegneristica può gestire le complessità che caratterizzano il nostro tempo e mettere a disposizione della comunità i progressi e le nozioni derivanti dal sapere tecnico-scientifico. L’ingegneria è materia di pacificazione: detiene le conoscenze e sa spiegare il perché di determinati fatti, fornisce i metodi per affrontarli al meglio, prevenirli o gestirli per il Bene Comune. In questa visione il sistema ordinistico, al quale la legge attribuisce compiti di ‘garanzia’ a tutela della collettività, può divenire un grande e dinamico laboratorio di cultura tecnica”.

Tra i suoi impegni vi è una grande attenzione all’etica e alla deontologia professionale: in che modo possono essere rivalutati concetti di così notevole importanza?

“Riattualizzando queste tematiche all’epoca contemporanea. E non solo per la libera professione, ma per tutti i rapporti professionali e relazionali che coinvolgono gli ingegneri. L’etica è un concetto ampio: sarebbe necessario, per esempio, riscrivere il significato di ‘decoro professionale’, rendendo espliciti concetti e contenuti che, fino a poco tempo fa, erano requisiti impliciti dell’agire professionale, ma che oggi rischiano di essere dimenticati. Stiamo vivendo in un’epoca di pessimismo, di profondo svuotamento morale, e soltanto la riscoperta di un agire etico, mosso da concreti valori di riferimento, come il bene sociale, permetterà di ricostruire un vero rapporto fiduciario tra la professione e la collettività. Il compito da affidare alla Commissione Etica dell’Ordine sarà: ridefinire, attraverso una casistica più attuale, le modalità del ‘buon agire dell’ingegnere’. Su questi temi c’è molta attenzione anche da parte della Consulta degli Ordini degli Ingegneri della Lombardia e del CNI e sono convinto che si potrà fare insieme un ottimo lavoro”.

Altra questione: il rapporto tra qualità e ingegneria.

“Da rivalutare e rivitalizzare. Partiamo però dal presupposto che l’ingegneria italiana, da sempre, si caratterizza per la grande sostanza che sa offrire alla comunità ed è ora che questa sostanza sia valorizzata, attraverso un idoneo percorso di certificazione delle competenze degli ingegneri, gestito proprio dagli Ordini professionali. Non parlo solo delle competenze dei liberi professionisti, ma di tutti coloro che esercitano la professione di ingegnere anche in forma dipendente, pubblica o privata. Gli Ordini professionali sarebbero perfettamente in grado di certificare le competenze dei propri ingegneri e dovrebbero farlo, dando vita a un processo di qualificazione degli iscritti su base volontaria, il che non è affatto in contrasto con i compiti istituzionali di gestione dell’Albo. Al giorno d’oggi non basta gestire una serie di nomi o di elenchi asettici. I colleghi andrebbero conosciuti meglio, seguendo l´evoluzione del loro curriculum professionale, valorizzandone le capacità ‘attuali’; in tal modo si potranno offrire alla società informazioni di effettiva utilità e verità, su ingegneri che l’Ordine avrà ‘valutato’ al meglio nei rispettivi ambiti di competenza. Il nostro intendimento è quindi di dar vita a un progetto volontario di qualificazione, con gli ingegneri che illustrano personali capacità, settori di interesse, specializzazioni e abilità. Non sarà un esame, ma un colloquio tra candidato ed esperti; in tal modo la qualificazione diverrà anche un elemento fondante del rapporto etico con la società. Altro fattore da non sottovalutare è l´aggiornamento continuo nell’arco della vita professionale, che deve connotarsi come miglioramento del ‘saper fare’ e del ‘saper far fare’, complementare al ‘sapere’ universitario”.

Lei crede che la professione ingegneristica sia ancora appetibile per i più giovani?

“Certamente. Al giorno d’oggi il percorso didattico per diventare ingegnere è ancora vincente, grazie a corsi di studio che conferiscono versatilità e capacità di adattarsi ai vari settori professionali. Vorrei anche sfatare il luogo comune secondo il quale l’ingegneria non è creativa. Invece chi svolge questa professione deve sapersi adattare alle situazioni imposte dagli eventi, essere mentalmente flessibile, aperto, in grado di escogitare idee e soluzioni ad hoc, senza appiattirsi su mere applicazioni procedurali e normative”.

A proposito di formazione: qual è il suo giudizio sulla laurea triennale?

“In questo caso è necessario assumere un atteggiamento pragmatico e dare dignità professionale ai triennali. Come? Facendo chiarezza sulle competenze. In seguito, una volta stabilito come potranno operare i vari tipi di ingegneri oggi esistenti, si potrà aprire la discussione sull’ingegnere del futuro e su come dovrà essere formato, continuando il dialogo con l’Università e non dimenticando di essere in Europa. Si dovrà fare di tutto per tutelare la serietà della professione di ingegnere, salvaguardandone i contenuti fin dai banchi dell’Università ed introducendo il tirocinio sul campo. Ovviamente bisognerà attendere che sia finalmente varata una buona Riforma delle Professioni, che comprenda anche questi temi”.

Lei ha da poco assunto la guida dell’Ordine: qual è il primo impegno sull’agenda?

“Riorganizzare il metodo di lavoro, del Consiglio e delle Commissioni, valorizzando l’attività e l’impegno delle persone coinvolte. Per quanto concerne i progetti a lungo termine, invece, ho già parlato della qualificazione degli iscritti all’Ordine su base volontaria, attraverso la certificazione delle loro competenze professionali. Inoltre, ci dovremo attivare tutti insieme per tutelare la serietà della nostra professione, anche attraverso uno specifico piano di comunicazione, approfittando di tutte le occasioni che ci saranno date per metterne in chiaro i contenuti e le competenze che li potranno garantire. La difesa della serietà professionale degli ingegneri sarà totale”.

Ultima domanda: cosa ne pensa della liberalizzazione delle tariffe?

“La verità è che non si può barattare il risparmio economico con la perdita di sicurezza collettiva e l’impoverimento del contenuto della prestazione professionale offerta. Se da un lato non si può ignorare la logica del mercato concorrenziale, dall’altro non si può svalutare la qualità prestazionale e basarsi unicamente su un’ingegneria spregiudicata ed avventurosa. Pertanto, saremo impegnati a ricercare i metodi che consentiranno di misurare con oggettività la qualità delle prestazioni professionali e che permetteranno di individuare le risorse indispensabili per l’ottenimento di tale qualità”.

 

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