05 - 2012 | FOCUS | GREEN ECONOMY
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Il cambiamento dovrà coinvolgere anche aree strategiche come reti e trasporti

Green economy, molto più del risparmio energetico

prof. ing. G.B. Zorzoli, Presidente di ISES ITALIA

Dell’espressione “green economy” si fa oggi un uso e un abuso tali da farle assumere significati diversi a seconda di chi la declina, ma nella sua connotazione originaria definisce un’economia in grado di garantire uno sviluppo sostenibile, capace cioè sia di non compromettere la possibilità delle future generazioni di continuare a svilupparsi, sia di essere compatibile con l´equità sociale e l’ecosistema. E’ questa la classica definizione data nel 1987 dalla commissione ONU presieduta dall’allora prima ministra norvegese Bruntland nel rapporto “Our common future”, fatta propria anche dal recentissimo rapporto dell’OCSE “Environmental Outlook to 2050”. Contrariamente a quanto spesso si legge, la “green economy” non è quindi realizzabile mediante la sola promozione dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili, anche se il loro contributo (si vede l’articolo di Gianni Silvestrini) è già oggi rilevante e ancora di più lo sarà in futuro.

In particolare le fonti rinnovabili non solo non risolvono il problema dei consumi crescenti delle materie prime non energetiche, ma al contrario ne aumentano la domanda, talvolta di risorse piuttosto rare (è il caso del tellurio o del gallio per alcune tipologie di impianti fotovoltaici) o monopolizzate da poche nazioni (la Bolivia possiede metà delle riserve accertate di litio, componente fondamentale per le batterie degli odierni veicoli elettrici, la produzione di neodimio, essenziale per le lampadine ad elevata efficienza, è per il 97% cinese). Lo testimonia l’intervento di Ermete Realacci, con il riferimento a prodotti made in Italy sostenibili, perché facilmente riciclabili, oppure come l’ottone privo di piombo o la biocalce. Non lo risolvono per; per intero nemmeno contributi di questo tipo, per quanto rilevante per il successo della green e conomy possa essere la progettazione di beni d’investimento e di consumo secondo criteri che minimizzino l’utilizzo di materie prime, soprattutto se rare o dannose, e ne rendano agevole e poco costoso il riciclo o il recupero pressoché integrale. Politiche come quelle fin qui delineate avrebbero il merito di accelerare e generalizzare l’incremento dell’efficienza nella gestione delle risorse, da decenni in corso nelle società industriali, dove il consumo di materie prime e di energia per unità di prodotto interno lordo è stato in costante diminuzione, senza però interrompere la crescita della domanda di materie prime e di energia.

La produzione e i conseguenti consumi sono infatti cresciuti a tassi superiori rispetto all’efficienza. Inoltre la proliferazione di oggetti di consumo in più di un caso vanifica la loro maggiore efficienza tecnica: un caso di scuola sono le congestioni del traffico, che obbligano i veicoli sempre più efficiente a muoversi a velocità sempre più lontane da quella ottimale. “Green economy” significa dunque anche una razionale gestione della mobilità. Lo sviluppo di un trasporto più sostenibile è quindi diventato un imperativo, oggi supportato da una strategia europea, come ci ricorda Carlo Corazza, articolata su due pilastri. Una prima fase – con arco temporale indicativo 2010-2030, basata sul miglioramento dell´efficienza delle auto a combustione o ibride. Una seconda fase, che inizia già oggi, ma con sviluppo su larga scala presumibilmente a partire dal 2020, per auto esclusivamente elettriche o a idrogeno.

La mobilità sostenibile sarà a sua volta facilitata da un’altrettanto razionale riorganizzazione del territorio, di cui la smart city rappresenta l’obiettivo più importante, dato che secondo l’Ocse nel 2050 il 70% della popolazione mondiale abiterà in agglomerati urbani. Sulla smart city l’Italia ha avviato importanti attività di ricerca e di sperimentazione sul campo, come quella descritta da Romano Giglioli: frutto di una collaborazione tra ENEA e il Dipartimento di Ingegneria dell’Energia e dei Sistemi dell’Università di Pisa, ha portato alla programmazione e alla progettazione di ‘SVEMlight’, una Struttura Viaria Ecosostenibile Multifunzionale. Con le politiche sopra descritte il distacco dall’obiettivo finale certamente diminuirebbe in misura rilevante, ma il suo azzeramento non è scontato e ancor meno la riduzione della domanda di materie prime ed energia necessaria per evitare una catastrofe ambientale e nel contempo consentire ai paesi meno sviluppati di raggiungere livelli di vita decenti. Alla fine il successo della “green economy” dovrà dunque necessariamente passare attraverso una nuova consapevolezza culturale, che richiederà comunque tempi lunghi per riuscire a modificare l’odierno senso comune di “benessere” e quindi i nostri stili di vita, anche perché non si gioca a bocce ferme.

Malgrado il tasso di crescita della popolazione mondiale stia diminuendo e l´Onu stimi che da poco più 6 miliardi e 800 milioni nel 2010 la popolazione mondiale raggiungerà nel 2040 circa 9 miliardi di abitanti, dopo di che la situazione dovrebbe stabilizzarsi per poi iniziare un lento decremento, i due miliardi in più di terrestri si verificheranno quasi per intero in paesi le cui economie devono ancora crescere, e in molti casi non di poco. Per rendersi conto di cosa ciò significa, limitiamoci a considerare l’obiettivo di dimezzare nel 2050 le attuali emissioni di CO2 e di ridurle dell’80% nei paesi sviluppati, condizione necessaria perché la temperatura del pianeta non cresca più di 2 gradi, limite oltre il quale secondo l’IPCC (l’organizzazione scientifica che per conto dell’ONU sta monitorando i cambiamenti climatici) la capacità di adattamento del nostro ecosistema incomincerebbe a venire meno. Passando da 6,8 a 9 miliardi, le emissioni medie pro capite di CO2 dovrebbero scendere a circa un terzo di quelle attuali! Questa sfida all’OK Corral potrebbe essere attenuata da un impegno globale (istituzioni internazionali, governi, ONG) a favore di una politica demografica rispettosa degli individui (non alla cinese, tanto per intenderci).

Si tratta di un insieme di obiettivi utopistici o economicamente regressivi? Non la pensa così l’OCSE, che al suo “Environmental Outlook to 2050” ha messo come sottotitolo “The Consequences of Inaction”, cioè gli effetti negativi, anche sotto il profilo economico, di ritardi nell’attuare politiche come quelle sopra esaminate. Non la pensa così nemmeno il Fondo Monetario Internazionale, che a fine 2009 ha pubblicato una position note intitolata “Climate Policy and the Recovery”, dove non solo si raccomanda che la crisi economica non diventi occasione per ridimensionare le politiche volte a contrastare il cambiamento climatico, ma si sottolinea la funzione anticiclica degli stimoli “verdi” e – incredibile dictu per il FMI – si raccomanda di aumentare la spesa pubblica per “correggere i fallimenti di mercato” in materia di interventi sul clima. Tirando le somme, se non ora, quando?

(L'articolo introduce il Focus "Green economy" pubblicato alle pagg. 8 - 12 di questo numero)

 

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