09 - 2016 | Attualità
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L’esclusione dalle gare d’appalto europee preoccupa, e non poco, la categoria

La Brexit non piace agli ingegneri inglesi, restano tante le incertezze per il futuro

Dazi, deprezzamento della Sterlina e dubbi sulle qualifiche professionali gravano sul settore

Roberto Di Sanzo

 La Gran Bretagna ha deciso: lo scorso 23 giugno con una percentuale del 51,9% il Paese ha votato per il “Leave”, vale a dire uscire dall’Unione Europea. Una decisione storica ed epocale, che sino ad oggi ha prodotto diverse turbolenze nel mondo economico ma soprattutto tanta incertezza su quale potrà essere il futuro politico, sociale ed economico di Sua Maestà e le eventuali ripercussioni anche sul mondo dei professionisti italiani che da tempo collaborano e lavorano sull’Isola. Possibili impatti potrebbero esserci nel campo della progettazione e dell’efficienza energetica. La Direttiva 2010/31/UE sulla prestazione energetica nell’edilizia individua negli “edifici a energia quasi zero” lo standard per la sostenibilità delle costruzioni. A questa norma si aggiungono il Climate Change Act del 2008 e gli obiettivi di Green Economy per la riduzione dei consumi di energia entro il 2020. Vincoli che in Gran Bretagna potrebbero anche allentarsi in un futuro prossimo.

Altro capitolo, le qualifiche professionali: anche se la Direttiva 2013/55/UE sul riconoscimento delle qualifiche professionali resta invariata, il Parlamento britannico potrebbe modificare le leggi con cui è stata recepita.

Molti professionisti che hanno seguito corsi riconosciuti dall’Unione Europea potrebbero avere difficoltà a lavorare in Inghilterra. Come accade in altri Paesi non appartenenti all’Unione Europea, potrebbe essere richiesto un test sulle competenze linguistiche e, quasi sicuramente, ci sarebbe bisogno di un permesso di lavoro.

Senza dimenticare il deprezzamento della sterlina e l’apertura, dunque, a nuovi scenari per l’export: i prodotti della Gran Bretagna potrebbero risultare più convenienti sui mercati internazionali. Un esempio? Le forniture di materiali per i cantieri, dove l’Italia e il resto dell’Ue non potrebbe praticare “sconti” dato che l’euro non consente margini di manovra sul valore del denaro. A fare da contrappeso a questa situazione ci sarebbero però i dazi e l’Iva da pagare alla dogana. Allo stesso tempo, la Gran Bretagna sarebbe esclusa dalle gare d’appalto europee, cioè quelle di importo superiore alla soglia comunitaria (5.225.000 euro per i lavori, 135.000 euro per i servizi e i concorsi di progettazione aggiudicati dalle amministrazioni governative, 209.000 euro per i servizi e i concorsi di progettazione aggiudicati dalle altre amministrazioni) bandite dai paesi membri e pubblicate sulla Gazzetta europea. Ci sarebbe quindi un concorrente in meno. Stando a Claudio De Albertis, presidente dell’Ance, l’Associazione nazionale dei costruttori edili, “lo shock provocato dalla Brexit ha portato alla ribalta l’insostenibilità del dogma dell’austerità, che per troppi anni ha guidato la politica europea”. Va dunque dato spazio ad un deciso piano di interventi, con cinque priorità ormai improcrastinabili: manutenzione delle infrastrutture esistenti; ampliamento del piano di riqualificazione delle scuole; contrasto del rischio idrogeologico; valorizzazione e riqualificazione dei beni culturali; recupero e risanamento delle periferie.

Proprio per le periferie “bisogna mettere in campo un Piano nazionale da almeno 5 miliardi di euro gestito dal Governo che individui le modalità di intervento da mettere in atto. È evidente che, in questa prospettiva, il settore delle costruzioni è chiamato a svolgere un ruolo fondamentale”.

I timori su eventuali ripercussioni che l’uscita della Gran Bretagna potrà avere sui professionisti arrivano anche dagli stessi ingegneri d’Oltremanica. Preoccupazioni esternate dai responsabili dello IET, Institution of Engineering and Technology, che subito dopo il referendum hanno lanciato l’allarme per sensibilizzare l’opinione pubblica sui possibili impatti negativi che una decisione del genere farà ricadere sull’ingegneria britannica. Per Naomi Climer, presidente dello IET, è necessario valutare numerose variabili, tra le quali la ristrettezza di competenze di cui soffre l’Isola, i mercati internazionali, i finanziamenti per la ricerca e gli standard globali. “Attualmente registriamo una forte carenza di ingegneri – spiega Climer – e quindi se davvero dovessero esserci limitazioni nell’ingresso di professionisti dall’estero, allora l’economia e il benessere finanziario del nostro Paese ne potrebbero risentire”. Proprio per questi motivi gli ingegneri britannici chiedono “un dibattito urgente affinché eventuali impatti negativi possano essere attenuati a beneficio dell’ingegneria del Regno Unito e l’economia del nostro Paese”.

Andrew Crudgington, Direttore degli Affari esteri e Strategie dell’ICE, Institution of Civil Engineers, professa maggior ottimismo, anche se riconosce che “Il voto Brexit significa cambiamento. Nel corso degli ultimi anni c’è stato un reale progresso verso il miglioramento delle infrastrutture del Regno Unito. Nonostante l’uscita dall’Ue la nostra ingegneria rimane di livello mondiale. ICE e l’industria delle costruzioni si sono già riuniti per garantire misure ed iniziative per non rallentare questo progresso e sfruttare in pieno le opportunità che Brexit potrà creare”.

 

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