08 - 2016| 61° Congresso CNI
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A breve una proposta di legge delega del CNI che mira ad accorpare gli Ordini più piccoli,rafforzare il ruolo delle rappresentanze regionali e aumentare la capacità di erogare servizi

Meno Ordini e più servizi

Roberto Di Sanzo

L’obiettivo? Razionalizzare i costi del sistema degli Ordini e incrementare l’efficienza dei servizi offerti agli iscritti all’Albo. Sono questi gli obiettivi che si pone la riorganizzazione territoriale e funzionale degli Ordini provinciali. Una riforma importante, che riguarda il futuro di una categoria in profonda evoluzione e che vuole rimanere al passo con i tempi e riproporsi moderna, efficiente e sempre più in linea con le esigenze economiche e sociali del Paese. Tematica di fondamentale importanza, dunque, per gli ingegneri, e che è stata centrale al recente Congresso di categoria svoltosi a Palermo.

L’obiettivo del Consiglio Nazionale tra l’altro è molto chiaro: il percorso auspicato è dar vita ad una sorta di “autoriforma”, un iter che dovrà partire dalla stessa categoria e dai suoi organismi di rappresentanza che ben conoscono le dinamiche, le esigenze e le criticità cui attualmente ciascun Ordine provinciale è sottoposto. Con dei paletti ben fissati, come ricorda Armando Zambrano, Presidente del Cni: “La riorganizzazione territoriale e funzionale degli Ordini non può avvenire assumendo come unico criterio guida il numero degli iscritti all’Albo, stabilendo, in particolare una ‘soglia’ minima di iscritti, al di sotto della quale si dovrebbe procedere all’accorpamento degli Ordini”. Per ottenere il risultato desiderato è dunque utile dividere le due problematiche che il sistema ordinistico deve affrontare in maniera urgente. Innanzitutto, il processo di riforma istituzionale che sembra dover portare all’abolizione delle Province. Poi, la strutturazione di una organizzazione funzionale che consenta agli Ordini territoriali di garantire agli iscritti quel ventaglio di servizi oggi necessario non solo a rispondere ai nuovi obblighi di legge (formazione continua, assicurazione professionale…) ma anche ad operare adeguatamente nel mercato professionale (monitoraggio sui bandi d’appalto, revisione parcelle, co-working…) ed in quello del lavoro (gestione banca dati offerta/domanda di posizioni occupazionali, rapporti con il sistema delle imprese…). Per rispondere a tali esigenze, il Presidente Zambrano presenta il primo strumento da predisporre velocemente: “Una Carta dei servizi per gli iscritti, che garantisca uniformità di opportunità e di servizio a livello nazionale. Il processo di riorganizzazione degli enti-provincia può essere, quindi, l’occasione per ridefinire ex novo quale sia l’ambito spaziale ottimale per l’operare delle istituzioni ordinistiche”.

Diventa prioritario, in un quadro così dipinto, introdurre apposite previsioni che consentano, in considerazione delle esigenze di funzionamento delle singole categorie professionali, la riorganizzazione volontaria su base territoriale degli Ordini e dei Collegi professionali, così da incrementarne il livello di efficienza nell’esercizio dei loro compiti istituzionali. I numeri, d’altronde, parlano chiaro: attualmente in Italia esistono 106 Ordini provinciali, per un totale di 239.676 iscritti (dati al 15 giugno 2016). La grandezza degli Ordini presenta una forte variabilità: si va infatti da presidi territoriali che non superano i 400 iscritti (Verbania, Biella, Gorizia) ad aree provinciali con più di 10.000 iscritti (Roma, Napoli e Milano). Maggioritaria è quella che potrebbe definirsi la dimensione intermedia, tra 1.000 e 3.000 iscritti: 56 Ordini si pongono, infatti, in questa classe di ampiezza.

Viceversa, le strutture più piccole che non superano i 500 iscritti sono 9, mentre quelle più grandi, tra 5.000 e 10.000 iscritti sono 8. Esiste inoltre un rapporto inversamente proporzionale tra la grandezza degli Ordini e la quota versata dagli iscritti (che varia evidentemente tra un Ordine provinciale e l’altro). La suddivisione dei 106 Ordini per classe dimensionale mette in evidenza, pertanto, come nelle strutture che non superano i 500 iscritti il versamento medio sia pari a 223,3 euro mentre negli Ordini più grandi, con oltre 10.000 iscritti la quota media pagata sia pari a 141,6 euro. “È abbastanza evidente – spiega Zambrano - che al di sotto di una determinata soglia dimensionale, diventa più difficile garantire agli iscritti tutti quei servizi oggi necessari a rispondere al mutato quadro normativo e ad operare in un contesto professionale e occupazionale fortemente competitivo e internazionalizzato.

Se, dal punto di vista istituzionale, conservare una struttura articolata sul territorio come quella attuale è sicuramente sostenibile, dal punto di vista funzionale, cioè della capacità di erogare servizi, sembra opportuna una nuova organizzazione che consenta anche agli iscritti degli Ordini più piccoli di disporre dei ‘prodotti’ oggi necessari per svolgere la professione e competere sul mercato. Dal punto di vista funzionale, l’ambito regionale sembra essere quello più idoneo per organizzare con maggiore efficacia ed efficienza servizi quali, a solo titolo d’esempio, il monitoraggio sui bandi di progettazione, l’organizzazione di eventi di formazione continua, piattaforme di co-working e di incontro tra domanda e offerta di lavoro”. Un processo di riorganizzazione che potrebbe aprire la porta all’istituzionalizzazione delle Consulte e delle Federazioni regionali. Infine, ultima nota di Zambrano: “A breve riproporremo al Ministro della Giustizia la necessità di un Disegno di Legge Delega (con conseguenti regolamenti attuativi emanati sentiti gli Ordini) sul tema della riorganizzazione e di modifiche conseguenti alle regole elettorali. Andrebbe anche verificata la possibilità di procedere a un riordino delle professioni dell’area tecnica, che potrebbe portare la professione di Ingegnere, anche mediante percorsi di fusione e accorpamento, ad includere profili professionali ‘similari’, tali da consentire anche agli Ordini territoriali di più ridotte dimensioni, di incrementare il bacino dei propri iscritti. Proprio in questi giorni è stata aperta una nuova discussione sui meccanismi di iscrizione dei diplomati agli Albi dei Periti Industriali che hanno ritenuto necessario da qui a cinque anni, imporre la laurea triennale come condizione per l’iscrizione”.

 

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