12 - 2015 | INTERNAZIONALE
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La Conferenza mondiale di dicembre lancia segnali particolarmente interessanti


Da Parigi il nuovo percorso verso un’economia sempre più green

prof. ing. Gianni Silvestrini, Presidente Green Building Council Italia

La nuova fase che si è aperta dopo la COP21, la Conferenza delle parti sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite tenutasi a Parigi nelle prime due settimane di dicembre, impone la definizione di una seria strategia che abbracci tutti i settori coinvolti, dalla politica industriale alle scelte energetiche, dal modello di agricoltura alla riqualificazione del parco edilizio, dal trasporto delle merci alla mobilità urbana.
La decisione di inserire nel testo finale il riferimento di 1,5°C come l’aumento di temperatura rispetto al periodo preindustriale cui tendere, rappresenta infatti un riferimento forte che indica l’ineluttabile necessità di avviare rapidi percorsi di decarbonizzazione. Finora il consenso scientifico e politico si era concentrato sulla soglia di 2 °C per evitare esiti catastrofici dei cambiamenti climatici. Sono state le piccole isole del Pacifico a rischio di sparizione a battersi in tutti questi anni perché si introducesse un obiettivo più ambizioso. E l’accordo di Parigi implicherà una decisa accelerazione delle politiche adottate finora per ridurre l’impiego di carbone, petrolio e metano, con lo spostamento di investimenti per centinaia di miliardi di euro verso i comparti delle rinnovabili, dell’efficienza e della mobilità sostenibile. Si può quindi dire che la COP 21 rappresenta l’inizio della fine dei combustibili fossili, proprio come il Protocollo di Kyoto è stato l’appuntamento che ha messo in moto la rivoluzione delle fonti rinnovabili.

La conferma delle possibili ricadute dell’accordo viene dall’annuncio della Germania, fatto subito dopo Parigi, di avviare un piano per eliminare il carbone dalla generazione elettrica. Ed è possibile che anche a livello europeo si arrivi ad innalzare gli obiettivi al 2030 sull’efficienza energetica e sulle rinnovabili. Un’altra ricaduta della COP21 riguarda la necessità di verificare con attenzione i possibili impatti sul clima degli investimenti da programmare. Questo vale anche, e soprattutto, per le scelte che implicano orizzonti pluridecennali. Una volta che i vari paesi avranno definito l’obiettivo al 2050, si dovrà analizzare con una tecnica di “backcasting” la congruità delle politiche nei vari settori con i percorsi di uscita dai combustibili fossili.
Un esercizio di questo tipo è stato fatto nell’ambito del “Deep Decarbonization Pathways Project (DDPP), coordinato da Jeffrey Sachs direttore dell’Earth Institute della Columbia University, che ha presentato un primo rapporto alle Nazioni Unite analizzando i percorsi possibili per 16 importanti paesi (inclusi Cina, Usa, India Russia, Germania e Italia) responsabili del 70% delle emissioni mondiali. All’analisi del contesto italiano hanno lavorato l’Enea e la Fondazione Mattei dell’Eni prendendo in considerazione tre scenari, che attribuiscono un peso diverso all’efficienza, alle rinnovabili e al sequestro di CO2.
Se anche il nostro paese, analogamente a quanto deciso da diversi paesi europei, adottasse questo obiettivo, i consumi di petrolio e di metano si ridurrebbero tra l’80 e il 90% a metà secolo, confermando l’importanza di selezionare con oculatezza gli investimenti in nuove infrastrutture. Per il settore residenziale gli scenari elaborati nello studio ipotizzano una riduzione netta del 70% dei consumi per la climatizzazione rispetto allo scenario tendenziale. Una riduzione che, accompagnata al crescente contributo delle rinnovabili, consentirebbe di ottenere un taglio del 90-95% delle emissioni climalteranti rispetto al 2010. In pratica, gli interventi “spinti” sull’edilizia consentirebbero di risparmiare al 2030 e al 2050 mediamente 15 e 30 Mtep/a.
Una cosa comunque è certa. Scenari così ambiziosi si realizzeranno solo grazie all’accelerazione della diffusione di tecnologie “dirompenti” in grado cioè di rimettere in discussione interi comparti, come è già successo con la generazione elettrica convenzionale spiazzata dalle rinnovabili.

La conferenza di Parigi ha rappresentato inoltre la platea ideale per lanciare nuovi visionari progetti, per esporre i risultati già conseguiti e per stimolare l’adozione da parte dei governi di obiettivi molto ambiziosi. Tra le iniziative lanciate alla COP21, “Mission Innovation” che vede 20 nazioni, fra cui l’Italia, decise a raddoppiare gli investimenti nella ricerca energetica e la “Breakthrough Energy Coalition”, lanciata da Bill Gates ed altri miliardari per favorire i progressi di nuove tecnologie verdi, vanno proprio nella direzione di facilitare la diffusione di innovazioni dirompenti. In effetti, la sfida climatica impone un deciso salto di qualità nell’impegno di ricerca. Basti dire che negli Usa, ad esempio, le industrie farmaceutiche investono il 20% del fatturato in ricerca mentre nel settore dell’energia la quota scende ad un misero 0,2%.

E le aziende intendono svolgere un ruolo sempre più di punta. E’ il caso di un gruppo di imprese che vanno dalla compagnia elettrica statunitense NRG Energy all’industria delle costruzioni cinese Broad Group, da Virgin a Unilever, che hanno creato l’associazione “B Team” con il compito di accelerare la transizione verso economie ad “emissioni nette zero” dei gas climalteranti entro il 2050. In occasione della COP21 queste imprese, insieme a leader della società civile come il premio Nobel Muhammad Yunus e Arianna Huffington fondatrice dell’Huffington Post, hanno lanciato un appello ai rappresentanti dei governi riuniti a Parigi perché questo obiettivo venga fatto proprio anche nell’ambito della conferenza sul clima.

Ma non basta certo la disponibilità di tecnologie sempre meno costose e sempre più performanti - dal fotovoltaico ai led, dagli accumuli ai veicoli elettrici – per avviare una seria politica sul clima. Occorre un ruolo incisivo dei vari governi per innescare processi di decarbonizzazione anticiclici rispetto alla crisi economica ed efficaci nella riduzione delle emissioni. Per compiere questo salto di qualità va definita una responsabilità specifica assegnata ad un ministero, come ha fatto la Francia, o la Presidenza del consiglio deve svolgere un ruolo di coordinamento di tutte le politiche. In conclusione, dopo i risultati di Parigi dobbiamo aspettarci una progressiva espansione dei comparti della green economy in tutto il mondo, un contesto favorevole di cui le nostre imprese dovranno sapere approfittare.

E, contemporaneamente dovrà avviarsi una rivisitazione delle politiche nazionali, regionali e comunali in campo energetico, dei trasporti, dell’edilizia. Quest’ultima potrà dare un contributo decisivo alla riduzione delle emissioni avviando un processo di riqualificazione spinta di edifici e di interi quartieri con un taglio delle emissioni del 60-80%.
Insomma, l’accordo di Parigi rappresenta un poderoso “assist”. Ora però sta ai diversi paesi, al mondo delle imprese e degli enti locali che hanno svolto un’azione di pressione affinchè uscisse un testo ambizioso, ad impegnarsi maggiormente e a stimolare i cambiamenti necessari. Parigi è infatti solo l’inizio di un percorso molto interessante che metterà in discussione strategie e modelli di business consolidati del passato e aprirà scenari inaspettati e farà emergere nuovi attori.

 

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