09 - 2015 | Rischio idrogeologico
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Intervista a Mauro Grassi, direttore di #italiasicura

La difesa del territorio è l’opera pubblica più urgente che il Paese aspetta da decenni

Davide Canevari

Mi permetta di iniziare con una provocazione... In Italia, e purtroppo il triste caso di Piacenza è recentissimo, si parla da sempre di dissesto idrogeologico e della necessità di intervenire. Anche in passato ci sono state molte promesse e tanti buoni propositi. Perché adesso dovrebbe essere la volta buona? Cosa rende più concreto e credibile il piano di intervento dell’attuale governo?
La nostra è una penisola-catalogo di grandi rischi naturali. Da sempre l’Italia è costretta alla convivenza con catastrofi immani che hanno accompagnato la sua storia. Probabilmente non esiste al mondo un Paese come il nostro, con caratteristiche morfologiche quasi uniche, con una aggrovigliata geofisica del sottosuolo per la sua natura geologica in gran parte giovane, caratterizzata da terreni argillosi e sabbiosi incoerenti e/o malamente ancorati alla roccia dura e stabile che ci rende tra i Paesi più franosi del mondo: 486.000 delle 700.000 frane in tutta la UE, ci dicono i geologi, sono italiane. Questo stato di dissesto si intreccia con una impressionante carenza pianificatoria di superficie, con la quasi scomparsa delle manutenzioni, con abusi del suolo. Per tutto questo abbiamo messo la parola fine all’evergreen tutto italiano che vedeva redigere piani che regolarmente restavano nei cassetti, inapplicati o privi di coperture finanziarie. Ormai è un obbligo, non è più una possibilità!

Qualche numero per inquadrare la questione?
Le aree di dissesto sono presenti nell’81,9 per cento dei nostri Comuni. In 1.121 centri urbani troviamo edifici in aree franose o golenali. Nel 31 per cento dei casi sono sorti interi quartieri. Nel 56 per cento sono nate aree industriali. Nel 20 per cento troviamo scuole, ospedali e municipi. Nel 26 per cento anche alberghi e centri commerciali. Si è costruito abusivamente e legalmente (non fa differenza ai fini del rischio...) creando rischi dove prima non c’erano, con incoscienza totale, restringendo alvei di fiumi e torrenti, aumentandone artificialmente le portate e le velocità, modificando le dinamiche fluviali in barba alle leggi dell’idraulica. Questo è il quadro che il nostro governo ha deciso di affrontare istituendo una specifica task force a Palazzo Chigi e stanziando subito i primi 650 milioni di euro per la sicurezza delle nostre città.

Dunque i primi soldi ci sono... Sono sufficienti ed effettivamente spendibili?
La nostra idea è di avere a disposizione un piano che sia sempre più avanti rispetto alle disponibilità effettive. Se ci sono risorse, anche poche, chiediamo che vadano al contrasto al dissesto, perché adesso abbiamo effettivamente una serie di progetti pronti da mandare in cantiere. In questa stessa chiave, nei prossimi mesi, potrebbe partire un nuovo piano stralcio dedicato alle zone a rischio frana. È invece già partito il piano contro le alluvioni nelle principali città. Per la messa in sicurezza di realtà come Genova, Messina, Firenze, Padova, Milano e tante altre, parte un impegno da 1,3 miliardi di euro, con 650 milioni già disponibili, stanziati da questo governo, per 170 interventi molto importanti che dovrebbero depotenziare i problemi per almeno 3-4 anni.

Nel piano nazionale di prevenzione e contrasto sono citate però oltre 7.000 opere... Un’opera titanica da affrontare! Come sono state definite le priorità di intervento? In base a quali linee guida?
È al lavoro una cabina di regia, voluta da #italiasicura, composta dai rappresentanti di tutti gli enti, le associazioni, le amministrazioni e gli Ordini professionali che compongono il mosaico dell’azione contro frane e alluvioni. Nel caso del piano nazionale sarà utilizzata una logica diversa da quella che ha guidato la redazione del piano stralcio per le aree metropolitane, dove l’urgenza degli interventi, la disponibilità di fondi utilizzabili da subito e l’elevato numero delle persone esposte al rischio nelle città, ha consentito di stilare una mappa di cantieri che nella maggior parte dei casi ha già una fase di progettazione esecutiva.
Aspettiamo le proposte che arriveranno dalla cabina di regia per avere la possibilità di rispondere nel dettaglio sulle priorità e le linee guida.

Ci può riassumere, in poche righe, le novità e le principali valenze di questo piano?
Innanzitutto facciamo chiarezza, il piano di 7.000 opere altro non è che la raccolta delle richieste arrivate dal territorio per la riduzione del rischio idrogeologico. Da queste richieste, prendendo in considerazione lo stato di avanzamento della progettazione, il numero delle persone nelle aree esposte a rischio e la frequenza di fenomeni che puntualmente causano vittime e danni per milioni di euro, si è stilato lo stralcio che riguarda le aree urbane, il primo step di una azione complessiva che si svilupperà fino al 2020.

Quanto sarà importante, in questo nuovo approccio, l’analisi costi-benefici?
È sempre un parametro fondamentale che diventa ancor più stringente quando si ragiona in termini di risorse pubbliche che vanno utilizzate massimizzando la capacità di produrre effetti positivi per la sicurezza della più ampia fascia di popolazione possibile.

Gli attori chiamati in gioco sono davvero molteplici: i Ministeri, il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici, la Protezione Civile, le Regioni, i Consorzi di Bonifica, il CNR, il Consiglio Nazionale Ingegneri e molti altri ancora. Certo, la materia è complessa, ma come si riescono a coordinare tante voci diverse? E poi, alla fine, chi decide?
Il ruolo di #italiasicura e la sua creazione in seno a Palazzo Chigi nascono proprio da questa valutazione legata alla complessità del sistema che spesso ha prodotto effetti negativi sulla capacità di realizzazione delle opere antiemergenza. Il lavoro realizzato per il piano aree metropolitane è la migliore risposta alla capacità del Sistema Paese di raggiungere risultati importanti facendo gioco di squadra. Dai singoli comuni, alle regioni, agli organi di controllo e di ricerca, fino ai ministeri competenti in materia, tutti hanno contribuito senza gelosie o protagonismi.

Lei ha spesso posto l’accento sulla necessità di una corretta progettazione e ha sostenuto che occorre modificare una storia di cattiva progettazione... Ci può dire qualcosa in più su questo aspetto?
Partiamo da una considerazione: oggi abbiamo le risorse, una squadra affiatata, degli obiettivi e la capacità di invertire la dinamica degli interventi in emergenza per realizzare opere per prevenire catastrofi e tragedie. La fragilità che il nostro Paese dimostra, praticamente ad ogni pioggia, ci impone di fare presto il nostro lavoro, ed è per questo che abbiamo deciso di finanziare opere pronte ad andare in cantiere, con una progettazione già ultimata e approvata. La difesa del territorio è l’opera pubblica più urgente e più grande che il Paese aspetta da decenni, un’opera che deve essere realizzata su progetti condivisi e davvero capaci di ridurre il rischio che ad ogni perturbazione ci sia da aver paura di dover fare la conta dei danni o, peggio ancora, delle vittime del maltempo.

 

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