09 - 2015 | Intervista
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Intervista al presidente Ance, Claudio De Albertis

“Senza una vera ripresa dell’edilizia, non potrà esserci crescita per il Paese”

Dario Cozzi

Da sempre si dice che il settore dell’edilizia sia uno dei motori dell’economia di un Paese moderno. Cosa ne pensano davvero gli addetti ai lavori? Il Giornale dell’Ingegnere ha incontrato Claudio De Albertis, presidente Ance, per approfondire la questione.
“Il settore delle costruzioni è senza alcun dubbio uno dei volani della ricchezza e dell’occupazione del nostro Paese.
È un settore in grado di mettere in moto un vastissimo indotto, se si pensa che sono circa 80 i comparti collegati, ed è l’unico capace di assorbire manodopera sul territorio, quindi senza delocalizzare, e in tempi rapidi.
Nel nostro Paese l’edilizia ha sempre rappresentato circa l’11 per cento del PIL e dato lavoro, compresa la filiera, a 3 milioni di persone.
Con un enorme effetto moltiplicatore degli investimenti: ogni miliardo speso nel settore produce, infatti, un giro d’affari complessivo di ben 3,374 miliardi”.

Un vero e proprio punto di forza della nostra economia, dunque...
Sì, che in questi anni è stato però frenato con gravi conseguenze, come vediamo, sia sulla crescita, sia sull’occupazione.
Ragioni che stanno spingendo l’attuale Governo a correre ai ripari e a studiare misure di sostegno al settore, consapevole che senza una vera ripresa dell’edilizia, la tanto agognata crescita tarderà a venire.


Quanto ha pesato effettivamente la crisi e come ne stiamo uscendo (se ne stiamo uscendo)?
I numeri degli ultimi otto anni sono impietosi: oltre 700mila posti di lavoro persi, considerando l’indotto, circa 80 mila imprese uscite dal mercato, investimenti crollati del 30 per cento. Sono stati anni durissimi, in cui le nostre aziende si sono trovate a far fronte a una crisi di liquidità senza precedenti, tra finanziamenti dalle banche sempre più difficili da ottenere, pagamenti delle amministrazioni in ritardo anche di anni e un carico fiscale spaventoso. Qualche timido segnale di ripresa, da qualche mese a questa parte, complici alcuni dati macroeconomici favorevoli e un certo clima di ritrovata fiducia degli italiani nel mattone, comincia ad affacciarsi soprattutto nel mercato immobiliare. Siamo certi che con alcune leve fiscali che mirino a incentivare l’acquisto e l’affitto di edifici ad alta efficienza energetica potremmo dare impulso alla ripartenza e soprattutto cogliere alcuni obiettivi strategici non solo per il presente, ma anche per il futuro, come la riqualificazione urbana.

E sul fronte degli interventi pubblici?
Ci aspettiamo un concreto piano di investimenti in infrastrutture, come il Governo sembra voler fare, necessario per realizzare le tante opere indispensabili e urgenti per il Paese, dalla messa in sicurezza delle scuole agli interventi per contrastare il rischio idrogeologico, alle grandi reti di collegamento transeuropee.

Nei momenti più difficili dell’economia la tentazione è spesso quella di ridurre la qualità del capitale umano, di rinunciare a figure professionali di rilievo, di risparmiare sulla formazione, di chiudere un occhio sulla sicurezza, ... Quanto e come ha inciso questa tentazione sul vostro settore?
In realtà, di fronte alla crisi, le nostre aziende hanno capito che la strada per vincere era esattamente quella opposta, e cioè puntare su elementi di forza come la qualità e l’innovazione. Quelli che ce l’hanno fatta sono proprio coloro che hanno puntato sul capitale umano, sulla tecnologia e sulla capacità di ingegnerizzare i prodotti. Ce lo dimostrano anche i dati di una recente indagine che abbiamo effettuato su un campione di 35 mila imprese e che è stata presentata dal nostro Gruppo Giovani a giugno, a Milano. I risultati parlano chiaro: le imprese più solide anche negli anni di crisi sono risultate quelle che hanno messo al primo posto il rafforzamento delle proprie risorse umane, selezionando personale con sempre più elevate competenze, professionalità e flessibilità.

Quanto è importante la figura dell’ingegnere nel vostro comparto e quali requisiti deve avere per rispondere alle attuali esigenze del mercato?
È un ruolo fondamentale quello svolto dall’ingegnere, sin dalla fase di progettazione dell’opera. È a lui che spetta dare struttura all’idea di partenza, integrando nelle scelte progettuali aspetti oggi più che mai essenziali come l’efficienza energetica, le fonti rinnovabili, la sicurezza statica e quella dei lavoratori.
Successivamente, in fase di esecuzione, è chiamato a coordinare le attività di cantiere, svolgendo azioni di controllo sugli operatori e sui materiali, eventualmente sospendendo le lavorazioni in caso di pericolo, per garantire una realizzazione conforme al progetto e alla regola dell’arte. Per tutti questi motivi deve avere un’ampia e solida formazione di base, ma anche la capacità di aggiornarsi continuamente sulle evoluzioni tecniche e tecnologiche che riguardano materiali e processi realizzativi. Oggi la progettazione e la realizzazione di un prodotto non possono essere considerati momenti disgiunti, ma il più possibile integrati, quindi l’ingegnere deve conoscere e utilizzare in maniera efficace tutti gli strumenti informatizzati che permettono agli operatori di scambiare dati in maniera dinamica e di gestire in modo unitario le diverse fasi del cantiere.

L’Università italiana è pronta a raccogliere la sfida?
La nostra Università offre sicuramente una preparazione teorica eccellente. Molte facoltà di ingegneria sono fortemente innovative e contribuiscono in maniera essenziale a formare figure professionali preparate e aperte a nuove sfide professionali. Ciò su cui bisogna puntare con maggiore forza per il futuro è, secondo me, un sempre più stretto raccordo con il mondo del lavoro, delle imprese che devono far parte di un unico percorso di formazione che parte dalle aule e finisce sui cantieri.

Domanda a bruciapelo: cosa hanno in più (e in meno) gli ingegneri italiani rispetto ai colleghi stranieri, ad esempio europei o statunitensi?
L’ingegnere italiano è tra i più apprezzati al mondo, tant’ è vero che moltissimi giovani brillanti lasciano il nostro Paese per portare altrove il loro know-how. Anche in Italia, comunque, è uno dei profili maggiormente richiesti dalle aziende, sebbene non sempre venga sfruttata appieno la sua preparazione specifica. L’ingegnere di casa nostra non ha nulla da invidiare, quindi, rispetto ai suoi colleghi stranieri, anzi. Quello che manca ancora in Italia è un Sistema Paese capace di investire seriamente su innovazione, ricerca e sviluppo - veri punti di forza dell’economia di una nazione e del nostro settore in particolare - in grado di fornire sbocchi professionali importanti per tanti giovani.

Quali sono le reali opportunità occupazionali che intravede a breve e medio periodo?
Come dicevamo qualche segnale positivo, che ci fa ben sperare per il futuro, c’è. Rispetto all’anno scorso sono aumentate, infatti, le ore lavorate e speriamo che questa sia la premessa per una ripresa più solida. Se il settore ripartirà potremo avere un impatto rilevante sull’economia con la creazione, in pochissimo tempo, di migliaia di nuovi posti di lavoro.

 

 

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