07 - 2015 | L'editoriale
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La responsabilità del crescere

prof. ing. Pierangelo Andreini

 

Puntare su ricerca e formazione nel passaggio a un economia più efficiente che generi nuova crescita e nuovo lavoro L’Italia torna a crescere, secondo le ultime previsioni, + 0,7% quest’anno e + 1,2 % il prossimo. Tuttavia, anche senza considerare le penalizzazioni che possono derivare dalla crisi greca, la risalita sarà lunga difficile, perché questa crescita da sola non basta. Servono riforme: istituzionali, burocratiche, del fisco, ecc. E occorre rilanciare il capitale produttivo con strumenti che assicurino una remunerazione sufficiente a incentivare l’imprenditorialità e gli investimenti e a creare le condizioni per un aumento del pil che sia almeno del 2,5 % all’anno.

Ma, in ogni caso, tutto ciò ancora non basterebbe. Affinché la crescita non sia effimera e sia sostenibile è necessario che evolvano e convergano anche l’etica dei valori e della responsabilità, perché tra le tante carenze cui si deve porre rimedio la nostra crisi è dovuta anche a queste. Tanto più gravi oggi in un epoca in cui la conoscenza ha fatto ingresso in misura pervasiva nell’economia alla stregua di una materia prima e di una forza produttiva, fondamentale per le sue potenzialità in ogni direzione. Il progresso scientifico, e la tecnologia da cui esso deriva, è infatti una risorsa che, al pari della terra, del capitale e del lavoro, costituisce uno dei fattori della produzione e appare sempre più determinante. Con la caratteristica aggiuntiva di essere una risorsa rinnovabile e quindi inesauribile e con l’ulteriore vantaggio che l’accumulo del sapere, che potrà raddoppiare nei prossimi vent’anni, diffonde informazione e incrementa la cultura e quindi la consapevolezza degli effetti benefici o negativi dell’innovazione tecnologica per la sostenibilità dello sviluppo.

Una sostenibilità che deve essere intesa nella sua accezione più ampia, non solo ambientale, ma anche economica e sociale, capace quindi di riconoscere il primato della solidarietà e del dover assicurare condizioni di equità inter e infra generazionale. Appunto per questo il progresso della conoscenza, e con esso lo sviluppo della ricerca, deve essere al centro delle politiche di programmazione strategiche con un orizzonte di medio periodo e il coinvolgimento attivo di tutti gli stakeholder: istituzioni scientifiche, centri di ricerca, laboratori delle imprese, il sistema educativo in generale, i media, ecc.. Perché dalla ricerca sgorga un flusso inesauribile di scoperte che non è sempre benefico in relazione all’uso che se ne fa, ma con essa occorre fare comunque i conti. Lo diceva già due secoli fa David Ricardo, secondo il quale “l’innovazione tecnologica comporta talvolta conseguenze dolorose e traumatiche, ma il rifiutarla conduce certamente al disastro”. Dunque, affinché il cammino dello sviluppo proceda virtuosamente deve crescere la consapevolezza delle questioni che non si possono ignorare ne scansare, ma che vanno affrontate e risolte, anche se ciò comporta dei costi. Non è cosa facile stante il divario tra i tempi sempre più veloci con cui evolve la tecnologia e quelli lenti con cui l’ecosistema, reagendo, dà all’uomo la consapevolezza della necessità di provvedere.

Basti pensare al problema del global warming o al diffondersi della cultura dello scarto, che porta le cose a trasformarsi rapidamente in spazzatura e per certi versi anche gli uomini. Lo dice il Papa nella sua seconda enciclica “Laudato sì” dove, partendo dal principio che tutto è connesso, deduce che la natura non può essere considerata come qualcosa di separato da noi. Quindi per Papa Francesco è necessario cercare soluzioni integrali, perché non ci sono due crisi separate, una ambientale e l’altra sociale, ma una sola e complessa crisi socio-ambientale, che pone l’esigenza di affrontarla con un approccio unitario per restituire la dignità agli esclusi e prendersi nello stesso tempo cura della natura. Per questo occorrono indirizzi che inducano alla sobrietà, valore inseparabile della solidarietà e della sostenibilità, puntando a nuovi stili di vita, educando all’alleanza tra uomo e ambiente. La sfida ambientale diviene così cosa unica con quella educativa, che chiede alla persona di crescere nella consapevolezza delle proprie responsabilità e di agire di conseguenza.

Dunque occorre far leva su ricerca e formazione, indispensabili per accumulare un capitale di conoscenze consapevole e innovativo che alimenti una professionalità responsabile. Di qui la necessità di compiere ulteriori sforzi per riorganizzare e potenziare il sistema della ricerca sul quale il Governo sta tardivamente intervenendo con il varo del nuovo programma nazionale, anche per rimediare a un volume di spesa pubblica e privata in ricerca e sviluppo cronicamente inferiore alla media europea. Un fattore indispensabile per il lancio di una politica industriale che latita da tempo e che parta in primis dalla valorizzazione del consistente patrimonio di sperimentazioni e competenze tecnico scientifiche, finora per lo più sottoutilizzato, in uno con la creazione di un contesto normativo tale da agevolare un impegno delle imprese nel terreno delle innovazioni. Un tornante cruciale sul versante della ricerca applicata nel passaggio dalla microelettronica alla manifattura digitale con cui le fabbriche si trasformano in operatori intelligenti.

Operatori capaci di auto organizzarsi per competere e vincere attuando un sistema di produzione flessibile in grado di modificare e riprogrammare prodotti e servizi in tempi reali per rispondere alle variazioni della domanda nelle filiere del mercato globale, incrementando la catena del valore. E non solo nel manifatturiero, basti pensare alla progressiva digitalizzazione che sta verificandosi nel processo costruttivo che introduce un approccio unitario con cui programmazione, progettazione, esecuzione e manutenzione vengono tra loro integrate attraverso un sistema di raccolta e gestione delle informazioni sulle caratteristiche di ogni genere dei vari componenti (prodotto, processo, servizio, operatore, ecc.), che interagiscono in tale processo.

Un fattore indispensabile anche per accelerare il passaggio dell’attuale paradigma produttivo a una economia circolare fondata sul riciclo, sulla riduzione degli scarti e sul loro riutilizzo come risorsa per diminuire la dipendenza dalle importazioni di materie prime e limitare gli impatti ambientali, così migliorando l’efficienza dei processi industriali. E così favorendo la transizione a un modello economico diverso, dove le materie prime non vengono più estratte, utilizzate una sola volta e gettate via, ma dove la riparazione, il riutilizzo e il riciclaggio dei prodotti e loro componenti diventano la norma e i rifiuti tendono ad azzerarsi. Perché, come per la climatizzazione degli edifici è lecito porre come asintoto il raggiungimento di consumi energetici quasi zero, analogo obiettivo è possibile porre anche quanto agli scarti. E questo con il progressivo mutamento dell’economia in una più efficiente che ne attenui l’impatto. Un’economia dove al riutilizzo si associ anche il raggiungimento di un massimo delle prestazioni e di un minimo dei difetti nei prodotti che ne penalizzano la fruizione, generando sprechi e rischi per le persone e l’ambiente, e pure di un minimo dei tempi di giacenza nei magazzini, che sono un’altra fonte di spreco, con una produzione just in time.

La sfida di fondo, quindi, è la capacità di attuare un percorso che persegua un uso più efficiente delle risorse con una progettazione innovativa, che generi prodotti migliori e più resistenti, processi produttivi più efficienti, sostenibili e decentrabili, modelli imprenditoriali lungimiranti. Da essa deriveranno nuovo lavoro e nuove opportunità di crescita e occupazione. Tuttavia acquisirla non è facile, perché è necessaria una profonda riprogrammazione della ricerca che sappia valorizzare maggiormente l’intuizione e la serendipity così da essere autenticamente innovativa. In altre parole, una ricerca che sappia incoraggiare le idee rivoluzionarie e promuoverne poi anche lo sfruttamento commerciale. Ma nel contempo è altrettanto necessario che il sistema formativo venga caratterizzato da percorsi di apprendimento che si pongano sulla frontiera della conoscenza e che siano ad alta qualificazione, enfatizzando tra l’altro il ricorso a tecnologie informatiche e di automazione sempre più perfezionate. 

 

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