06 - 2015 | Intervista a Rossella Monti
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Internazionalizzazione: a colloquio con l’ingegnere Rossella Monti, esperta della materia

(L'articolo apre il Focus "Internazionalizzazione" pubblicato nel numero di giugno alle pagg. 12-15)

Intervista a cura del dott. ing. Franco Ligonzo

Rossella Monti è un ingegnere civile ambientale con un dottorato di ricerca in ingegneria idraulica presso il Politecnico di Milano. Negli ultimi 20 anni ha gestito progetti di cooperazione allo sviluppo, educativi e di sicurezza internazionale in 60 paesi in via di sviluppo, in Medioriente, Brasile, Africa, Balcani finanziati da Ministero Affari Esteri, FAO, UNESCO, IILA, Commissione Europea. è stata Direttore Generale di Hydroaid a cui ha portato nel 2011 il prestigioso status di special consultative status ad ECOSOC (UN), ha lavorato al Joint Research Center di Ispra su progetti di innovazione tecnologica e sicurezza nucleare, ha svolto attività professionale per Enti Governativi in Italia ed all’ estero, ha condotto ricerca scientifica in Italia ed in Israele. Attualmente è Direttore della Water & Energy Security Div presso la Fondazione Volta di Como e svolge prevalentemente attività di hydro-diplomacy nell’area mediorientale. è altresì docente al DIS della Presidenza del Consiglio dei Ministri, esperto internazionale nel processo multilaterale sull’ acqua nel processo israelo palestinese giordano EXACT presieduto dagli Stati Uniti, svolge attività di consulenza internazionale, è autore di oltre 50 articoli su riviste e decine di comunicazioni in contesti internazionali, tra cui Rio+20, WWF, UN.

Perché internazionalizzare?

Internazionalizzare è un imperativo dettato dalle dinamiche dei mercati globali ed è sempre più una necessità per contrastare le crisi di liquidità di cui soffrono molte piccole e medie realtà imprenditoriali. La internazionalizzaione, anche per le micro realtà come gli studi professionali, è un’ esigenza per diversificare e superare logiche prettamente locali e clientelari che oggigiorno hanno come unico risultato un soffocante prestito bancario per contrastare i cronici ritardi di pagamento. Sono moltissime le società che hanno rivolto i loro servizi all’ estero e credo che in molti altri seguiranno. La maggior parte preferisce investire in paesi emergenti che presentano una relativa stabilità o nell Europa dell’ Est, ma come ovvio, in queste realtà la competizione è già molto alta. Esistono invece realtà piu’ “hard” che a mio avviso vanno colte ora, prima che sia troppo tardi. Parlo dei paesi in via di sviluppo e di alcuni paesi caucasici.

Dove si può investire?

Il 17 maggio ho partecipato alla tavola rotonda organizzata dal Ministero Affari Esteri sui grandi temi della sostenibilità in cui è intervenuto il premio Nobel Sen che ha parlato della grande piaga della povertà che affligge da tempo i paesi in via di sviluppo e più recentemente i nostri sistemi occedentali. Nella stessa occasione, il sottosegretario Pistelli ha parlato di necessità di una visione globale per uscire dalla crisi e dell’urgenza di rivedere gli schemi di attività per cogliere le grandi opportunità che offrono i paesi di terza industrializzazione, in Africa ed in Asia. Come ha detto l’On. Pistelli “i rischi ci sono, ma le opportunità sono molto grandi”. Restringendo il campo all’ Africa Subsahariana – che conosco meglio- credo che i suggerimenti del Ministero Affari Esteri si possano tradurre in occasioni da cogliere. Ci sono dei paesi la cui dotazione naturale è associata ad una relativa stabilità dei governi locali. Hanno piani di sviluppo nazionali credibili -peraltro sostenuti a livello internazionale-, che offrono sufficienti garanzie per un investimento locale.

Quali sono le maggiori difficoltà?

La più grande difficoltà quando si opera all’estero, che si tratti di paesi in via di sviluppo o no, è la conoscenza della legislazione locale. Questo richiede di ricercare professionisti locali in cui si possa riporre assoluta fiducia e a questo riguardo le mie esperienze sono state positive. Le difficoltà aumentano quando la lingua locale non ci è in alcun modo famigliare, come ad esempio l’amarico in Etiopia e ciò nonostante vi sia un’ ampia casistica in cui le attività possono essere svolte in inglese. Un’altra difficoltà con cui si rischia di scontrarsi in Africa è la faraggine burocratica o la “dimenticanza”di accordi internazionali che sono stati stipulati dal paese ma la cui applicazione nazionale si è persa nelle necessarie approvazioni da parte degli organi governativi competenti per essere efficace. Tra le difficoltà va anche elencata la cultura locale che richiede da parte del soggetto promotore la capacità di integrarsi per un efficace coordinamento, evitando l’ innescarsi di dinamiche di rifiuto.

Mi sembrano difficoltà scoraggianti, perché dunque investire in paesi in via di sviluppo?

Perché, come dice Pistelli, le opportunità sono grandi e i rischi possono essere modulati. Naturalmente dipende da cosa si decide di fare ed in quale settore investire. Le dò alcune indicazioni sui piani in essere dove le idee imprenditoriali possono inserirsi a vario titolo. Prendo come esempio l’Etiopia. Il governo ha messo in moto un piano di sviluppo basato sulle grandi potenzialità naturali del paese: acqua, energia, suolo. Ai piani di sviluppo energetici nazionali ed internazionali – ricordo che l’ Etiopia sta diventando l’ hub elettrico del Corno d’Africa con ambizioni verso l’ Africa Centrale (Monti, Acqua n.1, 2015) -, ha associato un piano di sviluppo industriale molto aggressivo mettendo a disposizione a condizioni competitive terreni per nuovi impianti industriali. La prospettiva etiope è quella di creare un’ alternativa al sud est asiatico più vicina all’Europa per la delocalizzazione industriale. Il Governo ha altresì approvato un piano di edilizia popolare che prevede la realizzazione ex novo di interi quartieri ad Addis (e quindi di servizi). Sempre il Governo, sta realizzando strade in tutto il paese, ha approvato la realizzazione di due grandi arterie ferroviarie che attraverseranno il paese da nord a sud e da est ad ovest, sta completando la metropolitana di Addis, sta investendo sul porto di Jibuti ed altro ancora. Tutte le principali città dell’ Etiopia sono dotate di aeroporti e collegate con frequenza almeno bisettimanale con la capitale. L’aeroporto Bole di Addis è altresì l’ hub più grande dell’ Africa, garantendo collegamenti internazionali quotidiani verso Europa, America, Asia e naturalmnete continentali. Ingenti investimenti sono in corso anche per la riqualificazione delle città di tutta la federazione nei settori dell’ approvvigionamento idrico, dei servizi sanitari e della fornitura energetica. Sono in corso di studio piani per la realizzazione di impianti di trattamento delle acque e per il riuso delle acque reflue nel settore industriale. Non ultimo, si stanno avviando importanti passi nella gestione dei rifiuti e nella termovalorizzazione. Dal programma di sviluppo non sono escluse neanche le zone rurali per le quali esistono programmi ad hoc. Analoghi programmi sono in corso in altri paesi ed anche di più. In Mozambico vi sono importanti investimenti sulle biotecnologie, nel settore della protezione ambientale e della salute, in Bolivia nel settore della salute, in Kenya nel settore idraulico ed ambientale e via dicendo. In sintesi, in questi paesi sta avvenendo uno sviluppo modulato su tutti i fronti necessari per innescare la crescita: la comunicazione, lo sviluppo industriale, la tutela della salute dei cittadini (acqua e sanitation), l’approvvigionamneto energetico. Nonostante le prospettive favorevoli e l’ínnegabile importanza dei piani che sta portando avanti il Governo di Desalenge sulla spinta propositiva di Zenawi, l’ Etiopia, come altri paesi in via di sviluppo, è in un transitorio verso un sistema stabile che presenta tutta una serie di contraddizioni interne con una società a diverse velocità . Va altresì detto che oggi giorno l’Etiopia rimane uno dei paesi più poveri del mondo a dispetto di un pil in crescita di oltre il 10%.

Da dove arrivano i finanziamenti?

Sono diversi. I programmi di sviluppo nazionali beneficiano di ingenti finanziamenti della World Bank e della Banca Africana di Sviluppo che si traducono in bandi locali in vari settori o in assegnazioni dirette. Altri fondi sono nazionali, altri ancora sono prestiti o doni da paesi stranieri, tra cui l’Italia. Sul sito del ministero degli Affari Esteri ad esempio, è pubblicato tutto l’elenco dei finanziamenti governativi nei vari settori ed è utile per un primo orientamento sulle priorità di investimento http://openaid.esteri.it/

Come cogliere queste opportunita?

Partecipando alle gare che vengono regolarmente pubblicate sui quotidiani locali e pubblicizzate in internet o cogliendo le opportunità offerte dai governi locali, quali ad esempio in Etiopia, le condizioni di accesso ai terreni per la realizzazione di impianti industriali. Vi sono poi i bandi di gara della Cooperazione Italiana per servizi vari così come quelli pubblicati da Europe Aid o da World Bank, tanto per citarne solo alcuni senza escludere le richieste di consulenza professionale pubblicate da varie agenzie delle Nazioni Unite. Un servizio interessante di pubblicazione gare è offerto da ExTender, che è un progetto promosso da Ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, Agenzia per la Promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, Assocamerestero, Unioncamere e Confindustria (extender.esteri.it). Ci sono poi vari servizi a pagamento estremamente dinamici ed efficaci gestiti da società indiane ed africane che forniscono per i paesi di interesse tutte le gare bandite nei vari settori merceologici selezionati.

Come si partecipa alle gare locali?

Esattamente come in Italia, solo che si lavora in inglese o in francese o in portoghese a seconda che si tratti di paesi anglofoni, francofoni o lusofoni. I criteri non sono diversi. Una condizione generalmenete richiesta per cogliere le opportunità locali è che la società sia registrata negli elenchi nazionali dei prestatori di servizi.

Conviene partecipare a gare in paesi in via di sviluppo?

Va chiarito che fatti salvi i bandi aperti a società internazionali e gestiti da organismi internazionali, i budget messi in gioco nei bandi locali sono scalati sul costo della vita locale e possono risultare non convenienti se gestiti direttamente da personale italiano. Possono invece diventare convenienti se il personale impiegato è locale. Ci sono poi altre opportunità imprenditoriali, come quella recentemente lanciata da EuropeAid, che cofinanzia –eventualmente a fondo perduto se l’ investimento non avesse i ritorni attesi- progetti di elettrificazione delle aree rurali. ElectriFi (http://ec.europa.eu/europeaid/web-release-commissioner-mimica-reinforces-eus-commitment-towards-sustainable-energy_en) non è solo un programma di finanziamento ma un programma di sviluppo che adotta la strategia business. Si propone infatti con un investimento di 3.5 Miliardi di euro di stimolare investimenti privati per 15-30 Miliardi di euro nel settore della elettrificazione nelle aree rurali dell Africa Sub Sahariana. Il meccanismo illustrato dall’Amb. Roberto Ridolfi (DG per la Crescita e lo Sviluppo Sostenibili di Europe Aid) è abbastanza semplice: l’ idea imprenditoriale deve trovare a priori il sostegno bancario per almeno il 20% del budget, la Commissione stanzierà la quota rimanente, variabile tra il 30-40%.

Si può pensare al business quale strumento per lo sviluppo?

Anticipai il concetto dello strumento “business per lo sviluppo” adottato nel nuovo programma della Commissione, in un’ intervista che rilasciai un paio di anni fa ad H2O. Nonostante una parte della mia matrice professionale sia costituita da esperienze di cooperazione allo sviluppo, ritengo superata la cooperazione impostata come aiuto o dono. Questo naturalmente con l’eccezione di situazioni associate a guerre, carestie o altri flagelli dove l’ aiuto umanitario e l’ accesso a risorse vitali è un dovere di tutti e non deve avere risvolti di ritorno economico. Negli altri casi ritengo invece, anche a fronte delle dinamiche globali a cui stiamo assistendo (quali la esplosione demografica, l’ insufficienza delle risorse naturali per assicurare necessità primarie, la competizione per i mercati, la crisi economica, i cambiamenti climatici, la povertà ed altro) si possa tranquillamente coniugare il profitto con gli interessi del paese beneficiario in una sorta di alleanza che si basi sull’universale principo dell’ onestà e quello della sostenibilità. So che il concetto ancora scandalizza molte organizzazioni dedite alla cooperazione, ma la realtà sta cambiando rapidamente nei paesi in via di sviluppo. La globalizzazione ha portato informazione anche nelle aree meno sviluppate del mondo e ha stimolato ambizioni di vita sul modello occidentale.

Le nuove generazioni hanno contatti internazionali, partecipano a programmi internazionali, molti sono laureati e molti hanno anche il dottorato di ricerca. Spesso conoscono più di una lingua straniera e sicuramente la diffusione di conoscenza linguistica è molto più alta che da noi, anche nelle fasce sociali meno abbienti. Vi è quindi un potenziale umano enorme che ha il solo desiderio di realizzarsi, di godere del progresso tecnologico e migliorare le proprie condizioni di vita. Quale dunque la forma migliore per innescare la crescita stimolando e valorizzando le capacità locali anche attraverso l’opportunità di fare business? Ben venga dunque l’internazionalizzazione di ogni forma di attività che sappia coniugare l’ idea imprenditoriale con le aspettative del paese e quelle degli individui e promuovere così lo sviluppo anche delle aree meno fortunate. Il passaggio nei pvs è repentino sia nel settore dei servizi sia merceologico.

Così come da comunicazione zero si è passati ai cellulari e subito dopo agli smartphones, anche i servizi devono rispondere a standard internazionali. D’ altro canto i finanziamenti internazionali che si ritrovano poi a cascata in gare locali rispondono ai parametri (ad esempio, dotazione idrica, parametri di qualità, etc) di cui gli stessi finanziatori sono promotori (agenzie delle Nazioni Unite, OMS, World Bank e via dicendo). A parte i beni di largo consumo, anche nelle opere si utlizzano materiali innovativi quali ad esempio i tubi Plasson per le linee secondarie degli acquedotti così come sono diffusissimi innovativi sistemi fotovoltaici o eolici per la generazione elettrica e come stanno facendosi sempre più spazio le nanotecnologie nei settori della sanitation. Si usano gps differenziali e droni per i rilievi, per la progettazione sono diffusi gli stessi modelli commerciali che si adottano anche in Italia. In conclusione, credo che siano maturi i tempi per pensare al business come uno strumento di sviluppo senza ipocrisie. Non c’è nulla da inventare a riguardo, basta seguire i programmi nazionali ed inserire adeguatamente le proprie professionalita. Si risponderà così alle priorita nazionali contribuendo alla crescita del paese con il vantaggio di allargare la propria rete.

Cosa fare per avviare un’attività in un paese in via di sviluppo? Innanzitutto è necessario conoscere il paese e i suoi programmi di sviluppo, comprendere quali i settori meritori di investimento in relazione al proprio settore imprenditoriale, identificare i meccanismi di assegnazione dei lavori e dei finanziamenti, avvalersi di professionisti locali di fiducia e stringere alleanze strategiche con persone ed imprese locali, registrare la propria società in loco, scegliere con cura il personale locale ed infine partire per una nuova avventura. Certamente lo sforzo più grande sarà nella gestione del personale e nel coordinamento tecnico delle competenze locali. Altre difficoltà per chi si orienterà verso lavori civili, si incontreranno nella gestione dei subappalti e non mancheranno le sorprese in materia di sicurezza che ancora è un requisito sconosciuto nei cantieri. Queste capacità gestionali dovranno essere associate alla ricerca di soluzioni tecniche non standard per le intrinseche difficoltà di lavorare in contesti dove la reperibilità di dati o dove la disponibilità di certe materie prime non è scontata o non economicamente conveniente. Elementi questi che mettono in primo piano la figura dell’ingegnere per sua natura vocato alla analisi dei problemi, alla ricerca di soluzioni progettuali, alla gestione, all’ innovazione tecnologica, alla programmazione e alla pianificazione. Requisiti professionali che saranno sempre più cruciali anche per affrontare le sfide del millennio e che andranno adeguatamente valorizzati nelle sedi opportune. 

 

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