06 - 2015 | L'intervista a Franco Radici
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Quale futuro per il tessile italiano? Proteggiamo e sviluppiamo le nostre eccellenze

Intervista a cura del dott. ing. Franco Ligonzo

 

Dopo aver discusso per anni di off-shoring delle attività manifatturiere per competere sui mercati globali, da almeno un paio d’anni si sta parlando di re-shoring per combattere la bassa crescita e l’impoverimento nazionali. Negli USA il re-shoring è in corso; al solito, in Europa se ne parla. Nel frattempo, varie crisi, soprattutto delle grandi aziende, hanno riaperto la discussione fra chi chiede il salvataggio di attività manifatturiere mature e chi si fa paladino del nuovo, descrivendo scenari magari non utopici, ma certamente lontani rispetto all’urgenza di affrontare una realtà socialmente devastante. Altri poi ci prospettano scenari in cui l’ingegnere italiano si dovrà confrontare con quello cinese, indiano, vietnamita, malese, ecc.., e lo descrivono, senza alcuna protezione, privo di vantaggi competitivi e, peggio, appesantito dal fardello di una cultura plurimillenaria e da una scuola colpevolmente umanistica. è questo che non ci convince: che i beni culturali possano essere solamente una miniera per l’industria turistica e non, invece, una sorgente per l’industria manifatturiera. Per essere confortati, o smentiti, sulle possibilità di re-shoring e di recuperare competitività anche in settori maturi, abbiamo incontrato il signor Franco Radici, già manager di Honneger (gruppo tessile Zambaiti).

Signor Radici, partendo appositamente dall’industria tessile che è notoriamente ritenuta la più indifendibile sul territorio italiano, cosa pensa sulla nostr a premessa?

Cominciamo a distinguere fra produzione di tessuti speciali e di nicchia e produzione di articoli di uso corrente, compresi quelli di qualità medio-fine. Per la prima, le aziende produttrici non hanno subito in maniera massiccia la concorrenza dei paesi con basso costo del personale, o perchè questi ultimi non hanno il know how necessario o perchè i lotti sono troppo piccoli e diversificati. Di conseguenza, quelle che sono sopravvissute alla crisi, che tra l’altro non è ancora finita, sono rimaste in Italia. Per la seconda, posso parlare soltanto dei tessuti cotonieri, per i quali ho avuto un’esperienza diretta. Qui comincerei col distinguere fra filature pure, tessiture pure, aziende verticalizzate con tutta la filiera produttiva all’interno (includendo anche quelle che producono tessuti per camiceria) e converter, ossia aziende che ad ogni stagione studiano prodotti nuovi, acquistano tessuto greggio e lo mandano ad aziende di finissaggio conto terzi, per far realizzare quanto da loro ideato.

D’accordo, parliamo di tessuti cotonieri di qualità medio alta; allora cosa è capitato?

In Italia, le prime a sparire sono state le filature perchè i paesi produttori di cotone avevano capito che era molto meglio vendere filato(facilmente producibile), piuttosto che subire la volatilità del mercato delle materie prime. Subito dopo è venuto il turno delle tessiture che producevano tessuto greggio e lo vendevano ai converter. Entrambi questi tipi di aziende sono crollate per questioni di costo (personale ed energia) ed hanno dovuto cedere il passo ad aziende di paesi con costi di produzione decisamente più bassi e con qualità simili. Per questi prodotti, infatti, la qualità è fatta dalle macchine e ormai anche i cosiddetti paesi in via di sviluppo hanno macchinari tecnologicamente molto avanzati. Le aziende verticalizzate, oltre a soffrire dei mali appena illustrati moltiplicati però per ogni ciclo che avevano all’interno, si sono trovate anche il vincolo della rigidità produttiva che prima, quando non era facile trovare fornitori di semilavorati (filati o tessuti greggi) con buone qualità, aveva costituito un vantaggio competitivo. I converter, proprio per la continua ricerca che fanno sul prodotto finito, a mio giudizio sono e rimarranno in Italia anche nel prossimo futuro. Questo non significa che non abbiano sofferto la crisi, sia per la drastica riduzione dei consumi interni sia per il calo delle esportazioni nell’area dollaro “grazie” al rafforzamento dell’euro. Molti di loro hanno chiuso; ritengo, comunque, che siano queste le aziende sulle quali credere per far si che rimanga ancora del tessile in Italia. Purtroppo però la maggior parte dei tessuti greggi che prima compravano esclusivamente da noi ora, per questioni di costo, sono costretti a comprarli all’estero; in ogni caso daranno comunque lavoro ai nostri finissaggi.

Può farci degli esempi pratici?

Per quanto riguarda la chiusura di filature, tessiture ed aziende verticalizzate si fa prima ad elencare quelle rimaste aperte, anche se si tratta di un lavoro molto arduo scovarle. Pensando alle aziende di tessuti per camiceria, posso fare due esempi, ma ce ne sarebbero altri. Una ha delocalizzato totalmente la produzione in India; l’altra ha spostato gradualmente solo le tessiture, prima in sud Italia poi in est Europa e per ultimo in Nord Africa. Il modus operandi è stato sempre lo stesso, presidiare direttamente i tre aspetti: - businnes idea, aggiornamento del processo, aggiornamento del prodotto - gestione diretta del processo di avviamento degli impianti e addestramento del personale locale con l’ausilio di personale tecnico italiano - entro 18/24 mesi essere a regime, producendo nella qualità richiesta dal mercato occidentale, per poi lasciare solo un presidio italiano per verificare continuamente che il personale locale non dimentichi quanto gli è stato insegnato. Ovviamente anche loro hanno sofferto la crisi per gli stessi motivi che abbiamo visto per i converter ma, nel momento della ripresa, sicuramente saranno pronti ad affrontare il mercato con dei costi adeguati.

Pur dicendomi che entrambe le aziende hanno dovuto spostare le produzioni all’estero, Lei mi sta dicendo però che una ha spostato all’estero l’intero ciclo di tessitura e finissaggio, mentre l’altra solo le tessiture. Quali sono le ragioni di queste scelte diverse?

Io ritengo che per questo tipo di prodotto, l’ideale sia acquistare filato da filature specializzate che ormai, come abbiamo già detto, si trovano nei paesi dove si coltiva il cotone, produrre il tessuto con tessiture proprie in paesi a basso costo del personale e fare il finissaggio in Italia. Infatti, per la camiceria, il finissaggio incide in misura marginale sul costo del prodotto finito; inoltre, in questo modo, si possono immediatamente correggere eventuali piccole discordanze che tuttavia sono molto importanti su camicie che vanno nei negozi a prezzi che oscillano dai 100 ai 200/250 euro. Ovviamente io sto parlando di aziende di camiceria che fanno ricerca sul prodotto, presentano le nuove collezioni due volte l’anno e producono in qualità medio/alta.

Comunque, nel caso di produzioni all’estero, stiamo parlando di sostituzione di personale operaio e di capi di stabilimento, non di creativi, ingegneri di processo, ecc…

Una volta avviata, una tessitura non necessita di ingegneri di processo, bastano i tecnici locali fermo restando il presidio italiano che abbiamo visto prima. Per quanto riguarda il personale creativo, è chiaro che il gusto italiano non può averlo un indiano o un cinese.

Ma non c’è proprio la possibilità di riportare, almeno in parte, la produzione in Italia?

A mio giudizio quello che è stato portato all’estero o quello che si è dovuto chiudere aveva costi troppo alti per competere con l’importazione straniera e non si potrà più riportare in Italia. E’ così per la filatura e la tessitura perchè le nuove tecnologie contenute nei macchinari sopperiscono alla poca qualificazione del personale; non è così, invece, per il finissaggio perché, per competere, si deve inventare sempre qualcosa di nuovo difficile da realizzare con i finissaggi super standardizzati fatti all’estero.

Pertanto, come ho già detto, oltre a tutta l’area delle produzioni di nicchia o speciali, per i tessuti di cotone di qualità medio-alta abbiamo tutta l’area dei converter che, dovendo fare continuamente ricerca sul prodotto, devono essere vicini ai finissaggi. Concludendo, io direi che non si può riportare in Italia quello che non è mai uscito e aggiungo che bisogna cercare di proteggere quello che è rimasto e potrebbe essere ulteriormente sviluppato. Certamente, però, siccome le nostre aziende tessili fanno la maggior parte del fatturato verso l’estero se il rapporto euro/dollaro passasse nuovamente da 1:1,10 a 1:1,50 come avevamo visto nel recente passato, credo che nemmeno il Padre Eterno potrebbe fare molto per la sopravvivenza delle nostre aziende.

 

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