05 | L'Intervista
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Collegio Ingegneri e Architetti di Milano

Eugenio Radice Fossati è il nuovo presidente

Davide Canevari


E' il più giovane presidente fino ad oggi nominato alla guida del Collegio degli Ingegneri e Architetti di Milano. Un record che, certamente, aggiunge all’evento un pizzico di emozione in più. Il nostro Giornale ha incontrato l’ingegner Eugenio Radice Fossati, facendo partire l’intervista proprio da questo spunto...

Che effetto le fa, di primo acchito, dover guidare una istituzione che ha sulle spalle oltre 450 anni di storia?

Innanzi tutto è utile far presente che l’istituzione che presiedo fa della collegialità il proprio elemento fondante. La guida è quindi condivisa con tutti quelli che partecipano alla vita del Collegio e che alimentano con le proprie idee e il proprio tempo la continuità di questa istituzione. In sintesi sono ben circondato e non sto guidando da solo. Conoscendo i miei compagni di viaggio mi aspetto quindi un viaggio molto piacevole...

Le piace parlare al plurale più che al singolare...

Certo. Sono membro del Consiglio Direttivo dalla fine degli anni novanta del secolo scorso e ho avuto la fortuna di incontrare persone che hanno partecipato alla vita del Collegio molto prima che io nascessi. Ci hanno consegnato l’eredità del passato senza nostalgia perché lo sguardo è sempre stato al futuro. Così cerchiamo di fare anche oggi e tra i tanti giovani che riempiono le stanze del Collegio ci sono anche i presidenti del futuro. Io, per esempio, vengo proprio da questo vivaio. Credo che sia la collegialità che caratterizza la nostra associazione a far sì che ognuno possa sentire sia la spinta verso il futuro, sia un legame indissolubile verso il passato. Rilevo in molte persone la fierezza di poter rappresentare la storia delle nostre professioni, senza che però ciò porti a limitarsi, come osservo in altre realtà, a replicare con nostalgia i riti del passato. Fin da piccolo, in famiglia, mi raccontavano che c’erano state, prima di me, cinque generazioni di ingegneri e che il primo si laureò a Vienna. Non ho mai sentito, per questo, un peso sulle spalle, ma la continuità certamente sì, mi ha dato forza e penso che vada sempre valorizzata.

Oggi in molti parlano di cultura, del fatto che si tratta di un ingrediente preziosissimo per la crescita di qualsiasi Sistema Paese... Ma poi nel concreto sembrano altre le priorità. Che valore ha, realmente questo termine nel dna del Collegio e come intendete procedere concretamente?

Consegno a tutti idealmente lo Statuto del Collegio degli Ingegneri ed Architetti nel quale si può leggere all’Art. 1 e 2 che lo scopo principale è l´approfondimento e la diffusione della cultura degli ingegneri e degli architetti, in tutte le discipline che interessano le trasformazioni del sistema uomo/ambiente, sia nel momento creativo del progetto, sia nelle fasi pratiche di realizzazione e gestione, in ogni settore privato e pubblico. Il Collegio è un’associazione esclusivamente culturale. Credo che l’impegno profuso in questi anni dalla nostra Associazione sul fronte culturale sia peraltro assolutamente tangibile e concreto: non vorrei però annoiare i lettori facendo l’elenco di quanto fatto nel tempo. Il problema semmai è riuscire a dare visibilità al lavoro che tante persone portano avanti. Su questo dobbiamo provare a prenderci un impegno.

Inutile negarlo: la spending review (o una sua applicazione un po’ grossolana) ha colpito in molti ambiti proprio i settori della comunicazione, della divulgazione, della formazione. Come ha reagito a questa situazione il Collegio e quali potrebbero essere a suo avviso i nuovi mezzi per reperire le risorse indispensabili per crescere?

Non sono un esperto di comunicazione e mi perdonerà le imprecisioni. Comunicare è diventato certamente meno costoso rispetto al passato, ma ottenere la giusta visibilità invece appare oggi più complicato, soprattutto se si cerca come nel nostro caso di dare un peso all’approfondimento. Siamo bombardati da informazioni di tutti i generi e il rischio è la superficialità. Ci piacerebbe invece poter continuare a dare un contenuto profondo a quello che facciamo. Il tema purtroppo non sono le risorse ma la capacità di indirizzarle nella direzione corretta. Il mondo della comunicazione e delle tecnologie a supporto della stessa cambia molto rapidamente e i paradigmi della comunicazione anche. Sono convinto che la qualità dei contenuti, su cui il Collegio ha da sempre puntato, rappresenti una certezza da cui partire.

Pur nella continuità di quanto fatto da chi l’ha preceduta, ha già qualche nuova idea o proposta che le farebbe piacere caratterizzasse i prossimi anni del Collegio?

Non posso che ripetere quanto detto in apertura di questo articolo; e lo faccio non per togliermi responsabilità ma perché si comprenda bene il mio ruolo e il funzionamento del Collegio. Al Collegio non ci sono le idee del Presidente. Questo non significa che il Presidente non abbia idee ma piuttosto che le mie non sono necessariamente quelle che collegialmente si deciderà di portare avanti. Il Collegio è pieno di idee perché è pieno di persone che partecipano attivamente alla sua vita. Si tratterà di definire tutti insieme quali portare avanti e con quali priorità.

E l’EXPO? Crede in questo evento come in un possibile effetto volano in grado di rilanciare il nostro Paese anche nel medio e lungo periodo? Gli ingegneri sono pronti a raccogliere questa sfida?

Direi che gli ingegneri e gli architetti sono già stati protagonisti negli anni che hanno preceduto questo evento e lo hanno reso possibile. Milano è cambiata e l’EXPO è stata il volano principale del cambiamento. EXPO ha consentito di intraprendere nuove iniziative in cui certamente sia gli ingegneri sia gli architetti sono stati tra i protagonisti. Non limitiamo l’analisi all’aspetto edilizio/urbanistico, su cui la mia affermazione può apparire scontata, ma valutiamo con attenzione tutti i campi interessati da un evento di questo tipo. Pensiamo per esempio alle tecnologie in gioco, agli allestimenti, ai trasporti, all’immagine. Quanti ingegneri ed architetti di tutto il mondo sono stati coinvolti? Non è mio compito fare valutazioni di altro genere e quindi preferisco fermarmi e dire che certamente l’evento ha dato una speranza alla città, ha dato lavoro ed è stato una grande opportunità già solo per quanto fatto sino ad oggi.

Non sono mancate alcune criticità...

Voglio concentrarmi sugli aspetti positivi senza soffermarmi su quello che non ha funzionato perché comunque non sarebbe possibile tornare indietro. È un esercizio che non mi appassiona. Sono convinto che enfatizzare gli aspetti positivi di questo lungo cammino che ha coinvolto la città, tutta la più vasta area metropolitana, ma anche tante persone e aziende, consentirà di farne un volano di sviluppo per il futuro. Se invece cominceremo ad analizzare con il misurino il numero di visitatori per vedere dove sono gli errori, anche il possibile volano futuro ne risentirà negativamente. Si parla soprattutto di ingegneri, ma invito a rivolgere la stessa domanda agli architetti. Non vedo sfide impossibili su cui avere incertezza se raccoglierle o meno. L’Italia è piena di esempi concreti dove gli ingegneri e gli architetti hanno dato e danno tutt’ora prova delle proprie capacità.

Forse manca ancora una adeguata presenza a livello sociale, nel senso più ampio e nobile del termine...

A questo proposito mi permetto di fare presente che Grecia e Iraq hanno nel ruolo di Primi Ministri due ingegneri e l’Iran ha avuto sino a pochi anni fa un Presidente Ingegnere. Ho citato questi tre perché sono tutti interessati da una vita politica e sociale complicata anche se per motivazioni diverse. La loro gestione rappresenta certamente una sfida complessa e non è un caso che sia stata raccolta da chi proviene dalla nostra categoria. Lo dico con soddisfazione e fierezza a prescindere dalle idee politiche che in questa analisi non sono rilevanti. Ci stiamo occupando della cultura da cui tutti noi proveniamo ed è giusto darne la corretta enfasi. Mi permetto di lanciare una sfida: perché non provare a capire, anche attraverso una intervista diretta, quanto pesa la loro formazione culturale nel difficile compito che stanno svolgendo? Solo una domanda (e una relativa risposta) di taglio strettamente culturale; il Collegio non fa politica...

Come è cambiata negli utlimi anni la professione di ingegnere? Se dovesse dare un consiglio ai più giovani che, magari, si stanno affacciando proprio adesso al mondo del lavoro?

Non vorrei dare una risposta superficiale e non mi permetto quindi di dare consigli su come approcciare il mondo del lavoro visto le infinite casistiche che coinvolgono gli ingegneri e gli architetti. Per parte mia non sono spaventato dai cambiamenti perché fanno parte della storia dell’uomo. Il vero tema è la velocità dei cambiamenti e i giovani su questo aspetto sono certamente più attrezzati delle generazioni precedenti abituate a cicli di stabilità più lunghi. Penso che saranno i giovani ad insegnare ai meno giovani come gestire l’eccessiva velocità. In alcuni casi, peraltro, credo che il cambiamento possa rappresentare un’opportunità assolutamente positiva e necessaria. Credo per esempio che tutti siano concordi che la burocrazia di questo Paese rischia oggi di pregiudicare il corretto sviluppo delle idee che nobilitano la nostra professione. Da questo imbuto bisognerà uscire alla velocità della luce.

Per concludere?

Suggerisco comunque ai giovani, ma anche ai meno giovani, di dedicare parte del proprio tempo alla condivisione e all’approfondimento culturale, auspicando che il Collegio possa rappresentare per tutti un luogo di confronto su questo aspetto. 

 

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