03 - 2015 | Editoriale marzo
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Un'alleanza tra efficienza e rinnovabili per la coesione economica

prof. ing. Pierangelo Andreini

 

Vari osservatori ritengono che nei prossimi mesi il prezzo del petrolio resterà al di sotto dei 60 dollari e che in tal modo anche il prezzo del metano inevitabilmente scenderà, dando il via a maggiori investimenti a livello globale sugli impianti di generazione elettrica a gas. Ciò a detrimento della spesa per lo sfruttamento dell’energia verde e dell’uso efficiente delle risorse, in primis delle tecnologie collegate agli edifici, all’illuminazione, all’acqua.

Temono, per esempio, gli effetti sulla diffusione dell’illuminazione a LED, sulla desalinizzazione, ecc. Comunque sia, quel che è certo è che l’Europa è impegnata a tagliare i consumi energetici del 20 e del 27%, rispettivamente al 2020 e al 2030 e che siamo ben lontani da questi target. Così come è altrettanto certo che l’efficentizzazione dell’industria, responsabile di oltre due quinti del consumo dell’ energia elettrica prodotta nel vecchio continente, procede troppo lentamente, mentre è di importanza cruciale che la manifattura tragga i benefici che derivano dall’efficienza energetica, a partire dal recupero del calore sprecato.

Cosa facile nei settori contraddistinti da un elevato consumo, quello delle grandi industrie energivore, cemento, vetro, plastica, metalli, ecc., che già fanno ampio ricorso al riutilizzo del calore di scarto e a tecniche di risparmio energetico con soluzioni a loro ben note e prontamente disponibili. Cosa meno facile negli altri settori, dove il primo passo non può che essere l’attuazione di interventi soft o comunque parziali, che richiedano un capitale ridotto, con un periodo di recupero dell’investimento breve. L’elevata domanda di capitale, il lungo periodo di recupero dell’investimento, la manutenzione e i requisiti di sicurezza connessi con l’upgrading degli impianti sono infatti i principali ostacoli che frenano gli imprenditori nell’adozione di tecnologie di efficienza.

E ciò con un doppio danno per l’industria: per il mancato miglioramento dei processi e perché il loro ambito di applicazione a livello globale è immenso, specie nella regione Asia-Pacifico, dove lo sviluppo di tecniche di avanguardia consentirebbe all’Europa di esportare know-how e impianti. Si aggiunga che l’incremento dell’efficienza dei processi produttivi è comunque una strada obbligata e resta solo da stabilire quanto rapidamente percorrerla per sfruttare i vantaggi economici che ne derivano, tenuto conto che chi arriva per primo può supportare i ritardatari. Questo perché l’iperconnettività sta dilagando con velocità esponenziale e rende disponibile una mole di dati che aumentano a dismisura, ponendo le basi per la reingegnerizzazione delle attività produttive e scandendone il tempo.

Macchine e impianti sono equipaggiati infatti con un numero crescente di sensori, che costano sempre meno e consentono loro di dialogare e generare un’enorme quantità di informazioni utili per incrementare produttività e sostenibilità e ridefinire i processi. E, d’altra parte, chi ha più bisogno di efficienza, in primis energetica, è proprio l’UE, che importa il 53% del proprio fabbisogno di energia di cui è il primo acquirente al mondo, sopportando un costo di circa 400 miliardi di euro all’anno. Nonostante ciò il 75% del parco immobiliare è ad alto consumo, non sta molto meglio il 94% per cento dei trasporti, che dipende da prodotti petroliferi, per il 90% importati, mentre l’interconnessione tra le reti energetiche degli Stati membri, che potrebbe generare risparmi fino a 40 miliardi di euro l’anno per i consumatori, continua a segnare il passo. Così i prezzi all’ingrosso dell’elettricità e del gas permangono tra più elevati, rispettivamente, del 30% e del 100% rispetto a quelli praticati negli USA.

Dunque una situazione paradossale, o quanto meno illogica, vista la crucialità dell’energia, che in un modo o nell’altro alimenta il motore di tutte le attività economiche, dovuta al debole coordinamento delle politiche, che mantiene frammentati i mercati e che, unitamente all’invecchiamento delle infrastrutture, impedisce a consumatori e imprese europei di avvantaggiarsi di prezzi meno elevati. Un fatto incomprensibile, in quanto incoerente con la politica di successo perseguita con determinazione dall’Ue più di vent’anni fa, quando in un colpo solo ha rimosso le barriere all’integrazione economica, basando la costruzione del mercato unico sulla libera circolazione dei fattori della produzione. Le ben note quattro libertà di circolazione di merci, persone, servizi, capitali, escludendo però l’energia. Eppure i flussi energetici costituiscono un primario fattore produttivo.

Anch’essi, quindi, dovrebbero transitare liberamente, perchè la loro circolazione è una quinta libertà che deve essere assicurata. Finalmente, anche se con grave ritardo, a fine febbraio la Commissione Ue sembra aver preso di petto la questione, proponendo una nuova serie di misure. L’efficienza energetica sarà ripensata radicalmente e considerata una fonte di energia a sé stante, in grado di competere alla pari con la capacità di generazione. Il mercato dell’elettricità sarà riorganizzato per renderlo più interconnesso, più rinnovabile e più reattivo. L’energia prodotta a livello locale, anche da fonti rinnovabili, dovrà essere assorbita nella rete in modo agevole ed efficiente. Il primato tecnologico dell’UE nel settore dovrà essere fermamente promosso per incrementare la capacità delle imprese europee di competere ed esportare e per favorire lo sviluppo della prossima generazione di tecnologie dell’energia da fonti rinnovabili, oltre che per garantire una posizione di leadership nell’elettromobilità.

Conforta che la politica abbia finalmente compreso la necessità di indirizzare efficienza, rinnovabilità e coesione economica su percorsi che interagendo sinergicamente non siano di ostacolo, ma anzi favoriscano la costruzione di un mercato comune dell’energia, connesso, integrato, sicuro, capace di incrementare il risparmio energetico, il ricorso alle fonti rinnovabili, la sicurezza dell’approvvigionamento e la tutela del clima. Perché se da una parte le attività produttive devono essere sostenibili e assicurare più concorrenza e più scelta per i consumatori, dall’altra occorre anche garantire l’approvvigionamento energetico, di cui più della metà viene dall’estero, acquistata con i proventi dell’export.

Pertanto i fattori che fanno tornare i conti non possono che scaturire da un quadro organico di misure e investimenti capace di generare più innovazione, efficienza e competitività. Certamente dal punto di vista economico l’attuazione delle nuove misure non sarà “indolore”. Nel solo periodo fino al 2020, la Commissione stima che l’investimento necessario sia di oltre 1000 miliardi di euro. Ma è una spesa che, tra l’altro, potrà consentire all’Europa di conservare il suo ruolo guida negli investimenti globali per le energie rinnovabili, le cui imprese registrano un fatturato annuo di circa 130 miliardi di euro e danno lavoro a più di un milione di addetti. E di conservare pure il suo primato nella lotta ai gas serra, attestato dal calo negli ultimi vent’anni di un quinto delle emissioni e dalla volontà di ridurle del 40% entro il 2030. Un primato, per la verità, finora poco conteso, perché ottenuto a caro prezzo.

Ma adesso il calo del costo dell’energia verde, dovuto alle innovazioni tecnologiche e alle economie di scala raggiunte attraverso la diffusione di massa dello sfruttamento delle fonti rinnovabili, sta consentendo ai paesi in via di sviluppo di guadagnare terreno. Di fatto, se in precedenza meno di 50 paesi in tutto il mondo avevano policy a sostegno dell’energia rinnovabile, ora questa cifra supera i 130. In tal modo, complici l’incremento demografico, l’urbanizzazione, il forte sviluppo economico e le conseguenti preoccupazioni per la sicurezza delle forniture energetiche, regioni come l’Asia, l’America Latina, il Medio Oriente e l’Africa contribuiscono sempre di più alla crescita delle rinnovabili, specie per la generazione di elettricità, di cui si stima il raddoppio della potenza installata nei prossimi dieci anni.

Così, favoriti da un crescente sostegno, politico e finanziario, gli investimenti per le energie rinnovabili sono aumentati considerevolmente e la domanda si dirotta gradualmente verso le economie emergenti. Per l’Europa, dunque, la questione è quella di conservare la leadership nel carbon free per non perdere le opportunità del mercato ad esso collegate. 

 

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