12 - 2014 | Pensieri in libertà
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“Cento città infinite”, capitali della cultura

dott. ing. Franco Ligonzo

Nelle tre settimane comprese fra le domeniche del 28 settembre e del 19 ottobre, Il Sole 24 Ore ha pubblicato diversi articoli sulle sei città italiane candidate ad essere promosse Capitali Europee della Cultura nel 2019 e, infine, su Matera vincitrice italiana.
L’iniziativa, meritoria in sé, per illustrare quanto stessero facendo Cagliari, Lecce, Matera, Perugia, Ravenna e Siena per vincere il titolo, lo è anche per capire, con una seconda chiave di lettura, come la cultura possa essere generatrice di sviluppo, a prescindere da un qualsiasi premio. Tema, quello della cultura generatrice di sviluppo, molto dibattuto anche autorevolmente, ma spesso in termini vaghi o minimalisti. Per questa seconda chiave di lettura, gli articoli pubblicati hanno il merito di aver messo in luce due aspetti a mio parere essenziali: gli obiettivi e l’ambito territoriale coinvolto.
Riguardo agli obiettivi, l’articolo “la parola chiave è identità” di Stefano Baia Curioni (pubblicato domenica 28 settembre), e poi anche altri, ha aperto una finestra mettendo in luce sia la distonia tra gli obiettivi a breve termine di chi partecipa il premio e quelli a medio di chi lo promuove, sia quella tra portatori d’interesse privati prettamente mercantili e portatori d’interesse più illuminati, socialmente generosi e sofisticati, sia, anche, la distonia tra alcuni proclami nella promozione delle candidature e i progetti effettivi.

Da qui il rischio che tali progetti portino a risultati effimeri. In concreto, vincere il premio comporta aggiudicarsi un premio di 1,5 milioni di Euro e avere per almeno un anno un importante argomento di comunicazione e marketing a livello mondiale con gli indotti turistici e di consumo che questo comporta. Il successo di partecipazione al concorso è dovuto principalmente alla sua capacità di traino turistico internazionale e quindi alla speranza che sia capace di produrre risultati economici e indotti commerciali in tempi relativamente brevi. Giustamente però, fin dalla nascita, l’obiettivo dei promotori è stato creare un incentivo per lo sviluppo di politiche culturali su scala urbana, ma anche un punto di convergenza internazionale dei loro contenuti. Coerentemente con tale obiettivo, i criteri d’aggiudicazione del premio tendono a scoraggiare i progetti che considerano il riconoscimento come un punto d’arrivo orientato a generare consumi immediati e a favorire, invece, i progetti di medio termine che cercano di trovare una relazione tra il patrimonio culturale-ambientale-imprenditoriale e il progetto del futuro urbano, valorizzando anche le tante competenze nascoste nei territori.

Riguardo all’ambito territoriale coinvolto, un altro articolo”Saranno vincenti le piattaforme territoriali” di Aldo Bonomi (pubblicato domenica 5 ottobre) ricorda con lucidità e sinteticità che la crescita urbana in Italia ha assunto, in maniera assolutamente originale rispetto al resto d’Europa, il volto del policentrismo delle “cento città” e la forma di “città infinite” scaturita dalla profondità dei loro legami culturali ed economici con il contado. Da qui la considerazione che da noi la posta in gioco nel rapporto tra città e cultura riguarda la capacità delle città di essere porte sul mondo per le piattaforme territoriali in cui sono impiantate, di essere centri produttori e diffusori di saperi al servizio delle specializzazioni produttive e dello sviluppo culturale dei propri territori, di essere fondamenta per la costruzione di un nuovo patto tra città e contado, tra capitalismo delle reti e capitalismo manifatturiero-agricolo, tra elite urbane e territoriali, di essere capitali politiche capaci di produrre e interpretare una visione “alta”, e soprattutto “propria”, dell’economia della conoscenza, di essere centri d’innovazione capaci di inventare una nostra green economy basata su smart land piuttosto che su smart city.

Questa visione cambia il perimetro territoriale delle politiche sia culturali sia di attrazione turistica o di sviluppo sempre più tarate su una dimensione di città-regione. Una visione che, pur nelle singole peculiarità, si ritrova in tutte sei le candidature: se Matera può giocarsi un ruolo baricentrico sull’asse Napoli-Bari, Lecce guarda alla piattaforma turistico-culturale salentina, Siena e Perugia possono essere nodi della macro-regione dell’Italia di Mezzo, Ravenna è un pezzo di una città-adriatica capitale diffusa dell’intrattenimento da Venezia alle Marche, mentre Cagliari è porta sulla frontiera Mediterranea.

Dopo la nomina a capitale italiana della cultura, un po’ tutti i commentatori esprimono l’augurio che la candidatura , non solo la vittoria, possa diventare occasione per un’autentica sperimentazione di governo urbano e territoriale. Tutte queste città che in modi diversi hanno usato la candidatura per attivare rdei processi importanti di consapevolezza e di imprenditorialità culturali, dovranno avere la forza di continuare. Il successo vero accadrà se dalla vittoria/ partecipazione potrà nascere una rete di collaborazione, un sistema di città speciali; per questa via si ritorna agli obiettivi di medio termine. Tutto bene quindi? Basteranno la nomina di Matera e il contentino alle altre cinque città?
Però mi domando:

  • perché, da quanto ho letto, nessuno dei progetti chiama in causa le università residenti sul territorio? Eppure, per definizione, le università dovrebbero essere al centro di qualunque progetto culturale: sia perchè centri di attrazione di migranti culturali (studenti e docenti); sia, in generale, come centri di diffusione e di elaborazione della cultura; sia come centri d’innovazione mirata sul territorio;
  • perché, da quanto ho letto, nessuno dei progetti sembra scavare in profondità per individuare l’autentica vocazione culturale ed economica del territorio? Per Ravenna, per esempio, si dice che è un pezzo di una città adriatica, capitale diffusa dell’intrattenimento, da Venezia alle Marche, si dice dei suoi tesori come capitale bizantina, si dice che è stato l’ultimo rifugio di Dante. Ma quell’area è stata ben altro: è stata porta tra Oriente e Occidente; è stata punto d’incontro e di convivenza di razze diverse, è stata una realtà culturale ed economica di primissimo piano nell’alto Adriatico. E potrebbe esserlo ancora.

Per Lecce, per fare un altro esempio, si dice che guarda alla piattaforma turistico culturale salentina, ma poi, in sostanza si parla di sagre locali. Ma la Terra d’Otranto è stata ben altro: obiettivo delle scorrerie saracene, punto di’imbarco e di sbarco dei crociati con il loro bagaglio di reliquie, ancora obiettivo degli Ottomani, è stata una realtà culturale ed economica di primissimo piano nel basso Adriatico. Analogamente si potrebbe osservare per Cagliari come porta sulla frontiera mediterranea, e per Siena e Perugia come nodi della macro-regione dell’Italia di Mezzo.

Per entrambe le domande ho paura di rispondermi.
Infine mi domando: perché in questa gara per sviluppare nuove politiche culturali troviamo solamente le città in gara per il premio e non tutte le nostre “cento città infinite”? Questo fenomeno me ne ricorda un altro osservato anni fa frequentando certi “nazionali” di vela: uscivano solamente per regatare o per mettere a punto le barche, mai per divertirsi. Secondo me, avevano perso il gusto della vela; analogamente, non vorrei che le nostre “cento città infinite” abbiano perso il gusto della cultura e il significato dell’efficacia, ossia raggiungere il risultato.

 

 

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