11 - 2014 | L'intervento
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Taglio netto con le produzioni acaiche. La parola d'ordine è innovazione

prof. dott. Giuseppe Lanzavecchia, Università di Urbino

E' da una vita che lotto per una società umana più intelligente; poi, da mezzo secolo, per un mondo, oltre che più intelligente anche più sano; da circa 40 anni per una società meno ideologica e più razionale nelle sue scelte; da una ventina d’anni per una società che dia un lavoro valido per tutti e che quindi offra un insegnamento e una formazione adeguati. Sono conscio che si tratta di lottare come Don Chisciotte contro i mulini a vento, ma continuo a farlo perché so che è un mio preciso dovere.

Ho studiato filosofia e cercato di appropriarmi di ogni sapere; mi sono laureato in fisica teorica, ho preso una docenza in chimica fisica, ho fatto il ricercatore; ho lavorato nell’industria; ho cambiato posto e attività di lavoro almeno una decina di volte.
Ho visto e vissuto il continuo degrado delle società in cui vivo: l’Italia e l’Europa, che non sono mai state così inette e incapaci come oggi; mentre gli Stati Uniti stanno trovando la strada per riprendere uno sviluppo sbalorditivo, i BRIC emergono e crescono e altri paesi si danno fortemente da fare per accodarsi a questi ultimi.

Nel 1996 ho pubblicato un libro (1), ancora valido oggi e che consiglio di leggere a chi si interessa di questi problemi, che affrontava quello del lavoro in modo razionale e che fu del tutto inascoltato. Ne ho scritto un altro quest’anno (2) che purtroppo avrà la stessa sorte. Ho allora deciso di scrivere una serie di articoli per spiegare come mai il vecchio mondo occidentale non vuole intraprendere la via dello sviluppo, pur avendone le capacità e gli strumenti, in una allucinante difesa di privilegi – a suo tempo conquistati con un serio operare – ma che non ha senso, anzi è criminale, pretendere di conservare oggi quando la società è incapace di meritarseli. Nel lontano 1967 si tenne un importante convegno sulle ricerca industriale (3): un gruppo di lavoro del quale facevo parte – presieduto da Aurelio Peccei – affrontò lo spinoso problema della scelta dei temi e delle imprese da sostenere e fummo categorici: i temi con le prospettive più rilevanti, anche se più difficili, e le imprese più forti e rivolte al domani, ignorando le cosiddette anatre zoppe. Spendere risorse per sostenere queste ultime era uno spreco intollerabile.

Il garantismo uccide l’iniziativa
Dopo il 1967 il nostro paese, pur con percorsi tortuosi, seppe andare avanti; dopo il mio libro del 1996 fu palese il rifiuto di scegliere la via di uno sviluppo diverso e scrissi un articolo, titolato come questo paragrafo, su Mondo Economico (4), una rivista intelligente e libera diretta da Enrico Sassoon. L’articolo era sottotitolato “Quando la disoccupazione dipende dall’incapacità di cambiare”: proprio come oggi. Ed è per questo che lo riporto qui di seguito.
“I politici italiani si stanno accorgendo che c’è un problema lavoro: il “presidente della Repubblica interviene perché si usino i fondi disponibili “per fare senza indugio opere pubbliche, il presidente del Consiglio “lamenta la lentezza del Parlamento nel portare avanti leggi per “stimolare l’occupazione, i vari ministri esaltano le capacità dei loro “dicasteri di creare lavoro, i sindacati sono costretti a svegliarsi anche se “non hanno proposte concrete da avanzare.
“Queste iniziative serviranno a creare nuova occupazione? Assolutamente “no, perché sono concepite secondo una visione arcaica dello sviluppo “economico e del lavoro. Tutte le tecniche (produttive, organizzative, di “macchine, di pensiero) sono in grado di aumentare sbalorditivamente la “produttività del lavoro e lo fanno, e continueranno a farlo, a un tasso “sempre superiore alla crescita del Pil. L’internazionalizzazione dei “mercati impone che le attività modeste richiedano pochissima “occupazione o che siano fatte dove il costo del lavoro è basso. Tutto “quanto può essere automatizzato (lavoro ripetitivo, o traducibile in “sequenze standardizzate) in fabbrica e in ufficio sarà eseguito da “macchine compresa la “nobile” ricerca. Le attività che hanno “rappresentato a tutt’oggi le modalità di lavoro sono quindi destinate a “ridursi fino quasi a scomparire.

“Come gli Usa Insegnano, chi rimarrà a lavorare in attività modeste “dovrà rassegnarsi a salari e tutele ridotti. Rimangono, e in quantità “sufficiente, altre attività per dare lavoro alla gente? Certamente si: “produzione differenziata di qualità, servizi qualificati su misura, “transazione e intermediazione, ossia attività per imprese avanzate, “spesso neoartigianali e virtuali, che hanno bisogno di forte preparazione “professionale, visione internazionale, capacità creativa. A questo fine “necessitano scuola e formazione di primordine, ricerca strategicamente “condotta, un sistema socio economico che rifiuti il garantismo del posto “fisso e premi l’imprenditorialità eliminando vincoli e balzelli: chi lavora in “proprio dovrebbe pagare meno tasse di chi ha il posto fisso garantito, e “chi mette in piedi un’impresa non dovrebbe, come minimo, pagare tasse “su di essa e per essa. Si debbono anche smantellare le rendite di “posizione (commercio convenzionale, premio all’anzianità cui non “corrisponde una maggiore resa, pensioni che non tengono conto del “lavoro effettivamente svolto e della durata prevista per la loro “erogazione).
“Tutto il Paese dovrebbe avere lo spirito di intrapresa del Nord-Est e non “chiedere che Stato, pubblica amministrazione, imprese private offrano “lavoro fisso, destinato se non a sparire certamente a contrarsi “enormemente. Bisogna però essere consci che troppe attività che “caratterizzano l’imprenditoria italiana sono alla lunga indifendibili nella “competizione globale. Chi vuol lavorare deve studiare di più e sapere e “saper fare di più; oppure rassegnarsi a essere emarginato e pagato quel “tanto che basta per sopravvivere, anche se imprenditore. Vorrei si “meditasse su due eventi: nel dopoguerra, negli Usa, persone uscite dal “solo Mit hanno creato imprese di alta tecnologia (oggi sono 4mila) che “danno lavoro a 1,1 milioni di persone, hanno un fatturato di 232 miliardi “di dollari e creano un valore aggiunto di 116 miliardi, a riprova che, in “quel Paese, non ci sono soltanto i lavoratori dei fast food ma anche una “miriade di attività altamente qualificate; in Italia gente che dovrebbe “essere responsabile, di fronte agli sviluppi della biotecnologia rifiuta i “nuovi prodotti transgenici e le nuove prospettive in base a ipotesi “fumose di rischio. Se vogliamo rimanere tra i paesi di punta occorre che “la nostra spinta imprenditoriale non solo si estenda a tutte le regioni “d’Italia, ma che faccia un salto di qualità con una forte iniezione di “cultura.

“Ho cercato di spiegare tutto questo in un libro (Il lavoro di domani, “Ediesse 1996) e debbo riconoscere che, in poco tempo, molte cose che “sembravano inconcepibili nel panorama della società italiana sono “diventate slogan di tutti i giorni: fressibilità del lavoro; problema “demografico, welfare e pensioni; remunerazioni proporzionate al lavoro “svolto e non alla posizione occupata. Ma non basta; rimane uno “zoccolo duro” rappresentato dalla cultura del garantismo, della “protezione dal cambiamento e dell’accumulo che spesso è solo di “ignoranza perché non ci si aggiorna più, si svolgono attività ripetitive e “non si è più creativi (quando si è imparato a fare bene qualcosa si “dovrebbe cambiare o essere licenziati); dal disinteresse per il proprio “lavoro; dal non voler capire che la sola cosa che conta è quello che si “sa davvero fare in quel dato momento.

Sia chiaro allora che, coi politici “e i sindacati, sono arcaici (quasi) tutti gli italiani, che non devono “meravigliarsi se la disoccupazione cresce invece di ridursi: sono loro “che vogliono così.

Quello che sbalordisce di questo articolo non è tanto la previsione della crisi attuale quanto il fatto che dalle società europee sia stata pervicacemente perseguita per quasi venti anni una politica garantista e di difesa di un passato decotto; e ancor più che, ascoltando oggi i responsabili politici di Unione e paesi europei e quelli dell’economia e delle imprese, si constati che si continua imperterriti a puntare su soluzioni destinate a tutelare la società decotta del passato.

Che fare allora?
Buttare via ogni regola del passato e costruirne poche nuove, semplici e senza velleità di tutela del lavoro di domani, ma soltanto di difesa di chi dal lavoro è uscito quando aveva l’età canonica dei sessant’anni e poi di quella stabilita dalla legge, e di garanzia di una legge che sostiene chi opera secondo le regole enunciate.
Queste ultime regole dovranno essere costruite come risposta alle domande formulate nel titolo della presente serie di articoli in modo da massimizzare le possibilità di successo. Si può già da ora dire che non va speso un solo euro per difendere le imprese deboli, le cosiddette anatre zoppe, né inventare meccanismi legislativi specifici per mantenerle sul mercato: leggi e regole debbono essere concepite per sostenere quelle forti.
Le imprese debbono avere le dimensioni per competere sul mercato mondiale e quelle più piccole organizzarsi per poter cooperare in modo da perseguire questo obiettivo. Va esclusa ogni politica di scarsità e sostenuta quella dell’abbondanza, che non significa dello spreco ma della massima efficacia. In un mondo in perenne e crescente mutazione non ha senso scegliere soluzioni convenzionali, e pertanto note, ma occorre concepire soluzioni nuove che inventano il mercato ma non che ne sono guidate. Stati, leggi. regole devono operare per attuare azioni che caratterizzano evoluzioni esponenziali e non lineari. Non c’è quindi posto per la conservazione di attività passate e vale la regola – adottata dalla strategia della 3M fin dagli anni ‘60 – “Prodotto (o squadra, o soluzione, o concezione) vincente si butta via”, naturalmente per uno nuovo.

Bibliografia
(1) G.Lanzavecchia “Il lavoro di domani. Dal taylorismo al neoartigianato” Ediesse 1996
(2) G.Lanzavecchia “Il lavoro di oggi e domani: sapere, tecnologia e creatività” BookSprint Edizioni 2014
(3) Federazione delle associazioni scientifiche e tecniche “La ricerca industriale per l’Italia di domani: atti del convegno organizzato dalla FAST: Milano, giugno 1967” Milano : Il saggiatore 1968
(4) G.Lanzavecchia “Il garantismo uccide l’iniziativa. Quando la disoccupazione dipende dall’incapacità di cambiare” Mondo Economico, aprile 1997

 

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