10 - 2014 | Editoriale ottobre
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Un piano sulla formazione per fermare il declino

prof. ing. Pierangelo Andreini


Si dice che l’imperativo è fermare il declino e che per rimettere in moto la crescita occorre favorire la domanda interna, promuovere gli investimenti, ridurre l’alto prezzo dell’energia, semplificare il sistema amministrativo e regolamentare, troppo oneroso per le imprese. Poco si parla però della prima leva che si dovrebbe azionare per rimettere in carreggiata il Paese. Perché per cogliere le opportunità di crescita nel mercato globale si devono concentrare le iniziative sulla competitività dell’offerta e sulla produttività, piuttosto che sullo stimolo alla domanda. E a tal fine agganciare il treno dell’innovazione che è il vero driver che ci può consentire di rilanciare un’economia come la nostra, basata sulla trasformazione, per portare la quota dell’export sul pil dall’attuale 30 al 50% della Germania.

La vera priorità, quindi, è avere il coraggio di gettare le basi di un futuro fondato su idee e inventiva, tenendo conto che il mercato del lavoro non ha bisogno solo di competenze tecniche, ma soprattutto della capacità di immaginare - oltre che di pensare -, di elaborare soluzioni creative per risolvere problemi complessi, di adattarsi a circostanze mutevoli e a vincoli nuovi. E a questo scopo si deve privilegiare la ricerca, riservandole maggiori risorse e compiendo in ogni caso un ottimo investimento. Perché la ricerca è una fonte rinnovabile di energia economica che rigenera le sorgenti della conoscenza e alimenta così le opportunità per avviare le innovazioni, le quali costituiscono il valore aggiunto anche nei settori maturi. In sintesi, dunque, ciò che è prioritario è far leva sull’innovazione come fattore di crescita, aumento della produttività e della competitività delle imprese.

Un driver formidabile che per dispiegare i suoi effetti richiede però, oggi più che mai, un’istruzione mirata, al di fuori e all’interno delle imprese. Una formazione che aggiorni costantemente la competenza degli operatori e renda in tal modo sempre più valida ed efficiente l’organizzazione aziendale e la qualità della produzione. Qui sta il problema, in quanto il sistema dell’istruzione è lento nell’accettare sostanziali cambiamenti e stenta a ingranare la marcia che serve per rispondere alla sfida della competizione globale. Per vincerla, o almeno non retrocedere nella classifica, è tassativo che le tradizionali conoscenze impartite dalle discipline fondamentali vengano integrate da una fase esperienziale. E questo affinché il sapere si trasformi in saper fare, dato che la gara si vince con ciò che sappiamo fare, non con quanto sappiamo. Pertanto non basta apportare al sistema semplici adeguamenti.

E’ necessario e urgente por mano a un complessivo ripensamento del modello educativo che sia in grado di sollecitare e mettere a frutto la creatività dei singoli, non soltanto legata alla mera conoscenza, ma generata dalla capacità di gestire e interpretare in maniera critica il nuovo sapere che si sta aumentando in misura esponenziale. E quanto ne sia impressionante la crescita lo testimonia il raddoppio delle conoscenze avvenuto nel secolo scorso e l’ulteriore raddoppio di quanto attualmente sappiamo previsto entro trenta-trentacinque anni. Fortunatamente già si vedono i segni di un nuovo paradigma che integrerà competenze e formazione, complice la nuova era digitale, dove non solo le abilità manuali sono progressivamente digitalizzate e automatizzate, ma incominciano ad esserlo anche varie attività cognitive di carattere ripetitivo. Così con il digitale sarà possibile accedere agli insegnamenti di Scuole e Università impartiti nel mondo, realizzando la potenzialità di fondo della rete, ancora poco espressa, quale strumento capace di assicurare pari opportunità.

In tal modo, democratizzando l’istruzione, la nuova era digitale offrirà una grande occasione di crescita ed emancipazione per la prossima generazione, perché consentirà al singolo di costruirsi un’istruzione a sua scelta, più adatta allo sviluppo dei propri talenti e capacità di quanto non lo siano i canali tradizionali. Questo sulla base di obiettivi e percorsi personali e non c’è dubbio che l’istruzione debba ripartire favorendo il tayloring nell’acquisizione delle competenze, come indica la stessa Ue. Per muoversi e competere in un mondo sempre più complesso servono infatti attitudini e conoscenze di carattere multidisciplinare e multifunzionale, impartite da un sistema educativo che insegni a pensare creativamente e criticamente, mettendo in discussione le certezze per aiutare a discernere e ad applicare utilmente il sapere.

Diversamente, pur possedendo conoscenze maggiori delle attuali, i futuri operatori saranno paradossalmente “disinformati” sulle nuove opportunità da cogliere. Un esempio emblematico di come coniugare istruzione e formazione è dato dal digital making con la stampanti 3D, che varie scuole negli Usa stanno da tempo sperimentando come strumento per stimolare, e ad un tempo insegnare, la creatività e la progettualità. In ogni caso, tornando in Italia, quel che è certo è che è essenziale accrescere l’impegno per avvicinare la scuola al lavoro. Questo per colmare quel disallineamento di competenze, tra ciò che si studia e ciò che serve alle imprese, che frena la nostra crescita e ci fa perdere terreno rispetto ai nostri competitor.

In primis la Germania dove, grazie al sistema duale che specializza nel lavoro, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è minore dell’8%, mentre in Italia i giovani disoccupati nella stessa fascia di età sono il 44%. Tra di loro spiccano i neet, giovani che non studiano e non hanno un qualunque impiego, passati dal 19,2% del 2008 al 24,6%. Così la percentuale dei senza diploma in Italia è del 28%, la terza più alta in Europa, dopo Portogallo e Spagna, per non parlare del tasso di laureati che è il quart’ultimo tra i paesi Ocse. Un risultato che certamente sconta la penuria degli investimenti, visto che il Paese dedica a scuola e università una spesa totale pari al 5% del pil, in tal modo collocandosi al quint’ultimo posto nella classifica Ocse.

Ciò però non giustifica, se non parzialmente, il disallineamento tra il sistema educativo e il mondo delle imprese, le quali lamentano le errate proporzioni dei diplomati e laureati sfornati dalle scuole per il mercato del lavoro, che a pari risorse si potrebbero utilmente correggere. Lo dimostrano varie iniziative di successo, quale il rilancio, assai tardivo peraltro, degli Its (Istituti tecnici superiori)*. Queste super scuole di tecnologia post diploma, alternative all’università, istituite nel 2008, hanno confermato di essere un ottimo canale per entrare efficacemente nel mondo del lavoro. Basti pensare che 2/3 circa dei diplomati dei corsi biennali che si sono recentemente conclusi ha già un contratto, mentre non a caso il 40% circa dei docenti proviene dal mondo delle imprese.

Certo, anche per gli Its le difficoltà non mancano, perché il tasso di abbandono è ancora alto (11,5%) e non tutte le 74 fondazioni Its sono ben collegate alle aziende e al territorio. Inoltre gli Its costituiscono una realtà ancora di nicchia, con 231 corsi attivati a fine 2013 seguiti da circa 4.800 allievi, in grande crescita però per effetto dei cento nuovi corsi messi in programmazione e dei duemila studenti che li frequenteranno. Comunque, il connubio scuola-impresa o reti d’imprese si conferma determinante anche in Italia. Quando funziona bene si possono formare competenze professionali facilmente spendibili sul mercato del lavoro che rappresentano la risposta più efficace, sia all’elevato tasso di disoccupazione giovanile che al disallineamento tra domanda e offerta. Per fermare il declino la priorità, quindi, è attuare al più presto una sostanziale riforma del sistema dell’istruzione, secondaria e superiore, che comprenda e integri i necessari ampi contenuti esperienzali.

NOTA
*”La priorità della formazione tecnica. Una sfida al limite del possibile” Pierangelo Andreini – n° 1/2013.

 

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