07 - 14 | Attualità
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Intervista al professor GianBattista Zorzoli, grande esperto nelle materie dell’energia e dell’ambiente

“Europa, clima ed energia: cauto ottimismo”

Pierfrancesco Gallizzi

Rispondendo ad alcune domande sullo scenario futuro che delinea il complesso di provvedimenti clima-energia varato dall’Esecutivo europeo, il prof. GianBattista Zorzoli, grande maestro ed esperto nelle materie dell’energia e dell’ambiente, autore di innumerevoli pubblicazioni tecniche e di svariati saggi, analizza le sinergie, non solo materiali e operative, ma anche in termini di accettazione da parte dei soggetti economici e dei cittadini degli obiettivi di efficienza energetica e di penetrazione delle FER, esprimendo cauto ottimismo in quanto coerenti con una più complessiva scelta di sviluppo.

Durante il semestre della presidenza italiana, e precisamente il 24 ottobre, il Consiglio europeo dovrebbe pronunciarsi sul pacchetto clima/energia al 2030, proposto dalla Commissione. Quali sono le sue previsioni sull’esito della riunione?
Credo che in quella circostanza difficilmente si arriverà alla decisione finale. Gli stessi ambienti governativi considerano un risultato soddisfacente il raggiungimento di un accordo “politico”, cioè sugli orientamenti di fondo. Sarebbe già un buon risultato averli non solo per le rinnovabili, ma anche per l’efficienza energetica, obiettivo che almeno a parole tutti dichiarano essere altrettanto importante, ma nella pratica viene spesso trascurato.

Se dovesse passare la proposta avanzata dalla Commissione europea – riduzione delle emissioni climalteranti come unico obiettivo cogente, target complessivo per le rinnovabili, senza impegni specifici per i singoli stati membri – quale sarebbe l’effetto sul settore delle FER?
Premetto che il decennio in corso deve vedere la fine di qualsiasi sostegno finanziario per le fonti rinnovabili. Le tecnologie che continuassero a risultare non competitive, dovranno abbandonare il campo. Le FER stanno però modificando in misura spesso radicale gli odierni sistemi di trasporto e distribuzione dell’energia, richiedono cambiamenti nei meccanismi di formazione dei prezzi, insieme all’efficientamento energetico comportano una profonda trasformazione dell’edilizia e della città (smart building e smart cities assomiglieranno ben poco agli attuali omologhi). Tutte queste innovazioni richiedono tempi lunghi, investimenti adeguati, notevoli modifiche normative e regolamentari, sono quindi più facili da realizzare nel quadro di una programmazione con obiettivi e tempistica ben definiti.

L’obiezione principale è che la rivoluzione energetico-climatica in un continente solo penalizza in misura intollerabile l’economia e l’industria europee.
Il problema è reale, ma può essere affrontato in termini positivi con iniziative più forti e più convinte di qui al summit di Parigi del 2015, finalizzate a ottenere un accordo che, pur tenendo conto delle diverse condizioni dei singoli paesi, sia vincolante per tutti. Per ottenerlo, se lo volesse, l’Unione europea potrebbe minacciare l’introduzione di una carbon tax, applicabile anche ai beni e servizi importati da paesi extracomunitari, decisione consentita dalle regole del WTO. Dubito però che si arriverà a tanto.

Allora?
Vede, efficienza e rinnovabili hanno sette vite, proprio come i gatti. Le nuove tecnologie per lo sfruttamento delle fonti rinnovabili di energia e per un uso più efficiente dei combustibili fossili hanno iniziato a destare interesse al di fuori di una ristretta cerchia di studiosi a partire dal 1973, quando l’improvviso rincaro del petrolio (prezzo moltiplicato per quattro in pochi mesi) venne interpretato come conferma delle previsioni sui limiti alla crescita posti dal rapido esaurimento delle risorse naturali, contenuti nel celebre studio del MIT, A limit to growth, uscito proprio un anno prima. Quando le prospettive di una scarsità di combustibili fossili, per lo meno sul breve e medio periodo, vennero meno, lo sviluppo delle rinnovabili e della piccola cogenerazione continuò a essere perseguito se non altro per il suo contributo alla riduzione dell’inquinamento atmosferico.
Successivamente le preoccupazioni per i cambiamenti climatici hanno individuato nella maggiore efficienza energetica e nelle fonti rinnovabili due dei principali strumenti per la realizzazione della cosiddetta green economy, in quanto o fanno risparmiare energia o la producono senza emettere anidride carbonica (nel caso delle biomasse con emissione netta pressoché nulla), gas che che contribuisce per più del 70% al riscaldamento climatico.

Purtroppo, come lei ha appena sottolineato, a segnare almeno in parte il passo sono proprio le politiche di contrasto al cambiamento climatico.
Per fortuna sta per iniziare una quarta vita dei gatti “efficienza energetica e FER”. L’avvento delle stampanti 3D sta introducendo una rivoluzione nella produzione dei manufatti tradizionali, che ha già creato il suo neologismo (AD - additive manufacturing). Le stampanti 3D non sono più una curiosità, come i primi prototipi che sfornavano alcuni semplici prodotti di plastica, possono ormai utilizzare materiali come il titanio e sono in grado di produrre componentistica pienamente funzionale, compresi meccanismi complessi: batterie, transistor, LED. La Boeing le usa per realizzare duecento parti di dieci differenti modelli di velivoli e aziende di prodotti medici se ne servono per la produzione di arti artificiali. La transizione alla manifattura diffusa che, secondo una recente analisi della McKinsey, nel 2025 potrebbe valere 550 miliardi di dollari, si dimostra particolarmente conveniente nelle produzioni a elevata incidenza di manodopera, ma sembra destinata a investire quasi tutti i settori industriali, che in misura crescente saranno pertanto costituiti da piccole unità sparse sul territorio.

Molti dei prodotti di uso domestico – piatti, posate, bicchieri, ma anche lampadine e abiti – tenderanno a diventare produzioni artigianali, addirittura home made. D’altronde, già oggi si sta pensando di dotare strutture come gli aeroporti e gli ospedali di stampanti 3D per la produzione in loco dei pezzi di ricambio, sulla base del software venduto dalle aziende fornitrici delle relative macchine: pezzi che si realizzano solo quando servono. Sempre secondo l’analisi della McKinsey, mentre nel 2011 solo il 25% del mercato dell’AM riguardava la manifattura diretta del prodotto finale, questa, con un tasso di crescita annuo del 60%, è attualmente il segmento caratterizzato dal massimo sviluppo. Con i costi in continuo calo, è praticamente scontato l’allargamento delle prestazioni delle stampanti 3D a nuove applicazioni.

La transizione alla manifattura diffusa, indotta dall’AM, è il terreno di coltura ideale per la parallela diffusione della generazione di energia diffusa, quindi soprattutto delle FER, per alimentare le crescenti, in numero e in importanza, botteghe artigianali high tech, distribuite entro le città, con il conseguente potenziamento, anche qualitativo, delle reti energetiche di distribuzione e delle microreti a livello locale. Un’altra conseguenza dell’AM sarà la drastica diminuzione del trasporto di prodotti finiti dalle grandi fabbriche ai centri di vendita e di qui ai consumatori. In misura crescente le materie prime e i semilavorati arriveranno direttamente alle manifatture locali, a loro volta limitrofe ai centri di consumo.

Insomma, una rivoluzione in piena regola.
E non è tutto. Negli ambienti industriali più lungimiranti sta affermandosi la cosiddetta economia circolare, definizione scelta dall’Amministratore delegato della Philips, Frans van Houten, per descrivere un cambio di strategia dell’azienda, che sarebbe più appropriato definire «cambio di paradigma». Alle imprese clienti Philips vende il servizio di illuminazione: pagano per la luce che utilizzano e Philips si preoccupa degli investimenti e dei rischi di una loro obsolescenza, provocati dall’entrata sul mercato di nuove tecnologie. Gli impianti vengono sostituiti quando è il momento appropriato per riciclare i materiali o riqualificarli per il riuso. Più recentemente il servizio è stato esteso alle aziende addette all’illuminazione pubblica.

Quest’ultima viene automaticamente ridotta quando il traffico è modesto, viceversa è ad esempio aumentata in occasione di partite di calcio in notturna. Queste innovazioni consentono risparmi di energia elettrica fra il 50% e il 70%. Secondo Frans van Houten, « il passaggio all’economia circolare impone a chi lavora in Philips un cambiamento di mentalità. Non possiamo più pensare in termini di prodotti progettati per essere scaricati sui clienti, dobbiamo concepirli in modo che siano riqualificabili, di facile manutenzione, e diventino la fonte da cui estrarre materiali e componenti riutilizzabili. Dobbiamo ragionare con un orizzonte temporale di 15 anni, non solo su “adesso”, il che richiede di analizzare l’intero ciclo del prodotto, coinvolgendo i nostri fornitori e i nostri venditori». È evidente l’analogia, quindi le possibili sinergie, fra l’economia circolare, le filiere corte delle FER e l’uso razionale delle risorse, che è alla base delle politiche di efficientamento energetico.


Mettiamo nel conto le previsioni, sempre della Mc Kinsey, secondo cui questi trend concorreranno tutti a provocare un rilevante nextshoring, cioè il ritorno tendenziale delle produzione in prossimità dei centri di consumo. Questi sviluppi paralleli all’efficienza energetica in senso stretto e alle FER contribuiscono a estendere la cultura (la consapevolezza) dei vantaggi di uno sviluppo economico-produttivo:

- più decentrato, anche perché spesso sito dipendente
- molto integrato orizzontalmente e verticalmente (processi a cascata)
- dove il produttore spesso coincide col consumatore
- più attento all’uso delle risorse primarie
- dove quindi il consumatore tende a diventare un utilizzatore
- dove decresce la domanda di energia nei trasporti.
Sono evidenti le sinergie non solo materiali e operative, ma anche in termini di accettazione da parte dei soggetti economici e dei cittadini degli obiettivi di efficienza energetica e di penetrazione delle FER, in quanto coerenti con una più complessiva scelta di sviluppo.
Di qui il mio cauto ottimismo.

 

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