06 - 2014 | Internazionalizzazione
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CRISI E ITALIAN STYLE

Gli architetti: incentivare l’internazionalizzazione

dott. arch. Valeria Bottelli*, prof. arch. Alessandro Trivelli**

In un momento, come questo, di grande crisi del mercato immobiliare e della professione, uno degli obiettivi prioritari dell’Ordine degli Architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori della provincia di Milano è l’attivazione di una strategia complessa e articolata volta all’incentivazione delle opportunità di internazionalizzazione della professione.
L’Ordine ha quindi recentemente formato un gruppo di lavoro con l’obiettivo di sviluppare il tema dell’internazionalizzazione partendo da quanto già fatto in passato, per costituire entro l’inizio del prossimo anno una rete di relazioni, un corpo di supporto e alcuni strumenti operativi volti a facilitare lo sviluppo della professione dell’architetto all’estero.

Per fare questo però si impone prioritariamente una riflessione sull’individuazione dei valori dei quali riteniamo i progettisti italiani e i componenti dell’intera filiera siano portatori, in modo da rafforzarli con azioni di messa in rete, di promozione, di formazione e di “lobby”
Progettare all’estero infatti, per la ridotta dimensione dei nostri studi, spesso dotati di una organizzazione personalistica e artigianale, non è facile, ma è possibile e soprattutto è necessario, in un momento in cui l’Italia, come la maggior parte dei paesi europei, si deve confrontare sempre più con la necessità di ampliare i confini dei proprio mercati.
Per alcuni paesi ciò è relativamente semplice, per altri come l’Italia, è più complesso; un paese manifatturiero difficilmente esporta servizi, bensì prodotti.

La sfida nuova che questo momento pone ai progettisti, ma in verità all’intera filiera italiana delle costruzioni, è l’opportunità di portare in un mercato più ampio una visione integrata, originale, efficace e utile per contribuire allo sviluppo del territorio in contesti molto diversi dal nostro. Non crediamo che la domanda in questo senso sia univoca, bensì multiforme, e richieda quindi una strategia articolata di interventi.
L’opportunità che viene offerta dall’estero ai progettisti italiani infatti è articolata; le esigenze in alcuni luoghi di grande crescita urbana e demografica sono spesso molto diverse da quelle provenienti dai paesi dell’Europa più allargata. Come progettisti italiani abbiamo dei punti di forza e dei punti di debolezza. Abbiamo la fortuna di vivere in un contesto ambientale di qualità, in parte per merito nostro, in parte perché l’abbiamo ricevuto così, un ambiente anche climaticamente piacevole, cosa che ha influenzato non in modo secondario lo sviluppo dello spazio antropizzato.

I tracciati del nostro territorio sono la mappa di trasformazioni spaziali che per centinaia d’anni hanno scritto un testo che racconta come l’interpretazione dello spazio pubblico e l’architettura hanno dialogato creando contesti di grande qualità urbana e suburbana.
Un tessuto che narra una grande sensibilità, una ricchezza immateriale, un tessuto che dialoga con tutti gli abitanti, un’architettura che non ha soluzione di continuità storica dai primi insediamenti umani.
Vivere in questo contesto è di per sé una lezione silente che ognuno di noi porta sotto la propria pelle e per tutti i progettisti si somma alla scuola italiana che su questo tessuto ha fondato le sue basi e le sue ipotesi interpretative. Questa parte immateriale del nostro paese è una ricchezza, alla quale, ricordiamolo, hanno contribuito storicamente in modo integrato tutti gli attori della filiera: i progettisti, gli artigiani, le imprese manifatturiere, le maestranze, affinando tecniche e prodotti di elevatissima qualità e fortemente adattati a contesti specifici. Potremmo forse pensare di portare i paesaggi italiani all’estero come fossero dei prodotti? Non lo crediamo.

Non è pensabile considerare l’architettura e il territorio come un prodotto, bensì a nostro avviso, come un processo. Si tratta quindi di coinvolgere tutti gli attori della filiera, ciascuno portatore di una specifica porzione di qualità, in un processo virtuoso di intervento sullo spazio per condurre ad un esito connotato da quella ricchezza immateriale che pervade la relazione che ognuno di noi ha di fronte al cambiamento e alla permanenza e che ci è universalmente riconosciuta come essenza del marchio “made in Italy”.
Vi è una linea di continuità fra gli oggetti e lo spazio del progetto: in entrambi si può leggere la qualità e la sapienza nel definire le complesse relazioni fra l’innovazione e le esperienze acquisite.
Lo spazio urbano è un grande contenitore in cui sono in relazione molti passaggi di condizione, dove il dinamismo dei differenti limiti spaziali si confronta con la vita delle persone, con l’uso che ne viene fatto e con le tracce che l’uso dello spazio lascia come memoria.

Lo spazio pubblico italiano è la testimonianza maggiore di queste tracce, la cui grande qualità è nota e leggibile da chiunque lo attraversi ed è il contesto della “qualità della vita” italiana, quella “Italian way of life” di cui ogni abitante è testimone e dovrebbe essere anche tutore.
Riteniamo che questa sia l’essenza della domanda che viene rivolta ai progettisti e ai costruttori italiani. Portare il “Made in Italy”, dei prodotti ma soprattutto dei processi creativi: la sensibilità e la capacità di interpretare l’architettura, il paesaggio, lo spazio pubblico come spazio sociale.
Tutto ciò attraverso la compenetrazione tra prodotti, tecniche costruttive, un sapere che si fonda su secoli di maestria. In questo senso, prodotti e progetti si devono unire in una alleanza che li veicoli inscindibilmente come portatori di una qualità integrata.

Come progettisti italiani abbiamo però anche dei punti di debolezza, forse riflesso di tanta ricchezza, di tanta molteplicità: fuori da questo contesto siamo senza riferimenti, ciò che qui è per noi fondamentale nel nostro approccio progettuale, fuori ci manca, non il riferimento fisico, il riferimento immateriale, ma proprio il supporto professionale, economico, gestionale. Ed in questo siamo deboli, meno affidabili, flessibili ma poco efficienti.
Pertanto la strategia di internazionalizzazione del nostro Ordine, in partnership con le altre professioni tecniche e con il mondo dei costruttori e dei produttori di componenti sta costruendo iniziative di promozione dell’eccellenza del processo made in Italy unitamente ad iniziative di formazione manageriale e organizzativa che rafforzi la nostra filiera in quegli ambiti in cui è più debole.


*dott. arch. Valeria Bottelli
Presidente dell’Ordine degli Architetti di Milano

**prof. arch. Alessandro Trivelli
Consigliere e responsabile Internazionalizzazione all’interno dell’Ordine milanese

 

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