04 - 2014 | L'editoriale
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Strategia industriale cercasi

prof. ing. Pierangelo Andreini

Volendo guardare alla metà piena del bicchiere si può dire che la crisi ha avuto per lo meno l’effetto di obbligarci a riflettere su come riprendere il cammino e sulla necessità di investire in nuove tecnologie e in nuovi sistemi di lavoro con una politica industriale, determinata e organica, che privilegi R&S e formazione.
La metà vuota ci fa dire però che forse è troppo tardi e che rischiamo di perdere colpevolmente il treno della ripresa europea, visto che l'economia italiana continua a registrare da anni le peggiori performance della produttività e che anche per questa ragione nell’ultimo triennio, quello che ha registrato le punte massime di recessione, il fatturato delle imprese si è ridotto di oltre il 40%, nonostante il rapporto debito/pil sia nel frattempo sterilmente cresciuto al 132,7%.

È’ il risultato della mancanza di una strategia industriale di cui solo adesso si sta seriamente parlando. È ciò, come detto, colpevolmente, data la cronica gravità della situazione nazionale, che ha determinato la perdita dal 2001 di 100.000 imprese per 900.000 addetti nella sola manifattura, il calo di un quarto della produzione negli ultimi cinque anni e un tasso di disoccupazione che è arrivato al 13%. Ora, finalmente, il Governo dice che “il Paese ha sofferto nel tempo della mancanza di un piano industriale” e che questo piano sarà pronto tra qualche mese. Ma non parla dei contenuti. Mentre per ripartire occorre avere le idee chiare, perché non si può sbagliar strada.

E quella giusta, da imboccare risolutamente, è promuovere l'innovazione profonda del sistema produttivo, mirando alle tecnologie di punta che stanno trasformando la Società. Non solo quelle della incombente rivoluzione NBR - nanotecnologie, biotecnologie e robotica, ma soprattutto quelle legate al diffondersi della connessione. E’ un fenomeno impressionante, che impatta più o meno su tutte le attività produttive e che si va rapidamente applicando a ogni processo e prodotto, trainato dal positivo effetto socio-economico che scaturisce dalle connessioni intelligenti. Oggi, infatti, la connettività non è più solo accesso alle informazioni, ma collega oltre alle persone, banche dati, processi, dispositivi, oggetti. Così i dati si trasformano in informazioni sempre più utili per prendere rapidamente le decisioni, mentre i dispositivi digitali, connessi alla rete e tra di loro, attuano le informazioni in operazioni intelligenti.

Si tratta di apparati che diventeranno in prospettiva fattori indispensabili di creatività, conoscenza e comunicazione, con la conseguenza di obbligare le nostre imprese manifatturiere, soprattutto le più piccole e le meno connesse a reti digitali, imprenditoriali e sociali, a una transizione difficile, repentina e discontinua. Ne è un esempio la tecnologia della stampa 3D con cui si semplificano sistemi produttivi complessi, favorendo la prototipizzazione rapida lungo la fase di ideazione dei processi innovativi e la nascita di nuove specie imprenditoriali in sostituzione del lavoro dipendente. Tutto ciò modifica i connotati del tessuto produttivo che ha sin qui caratterizzato il settore manifatturiero, dove le maggiori industrie hanno implementato però già da tempo diverse tipologie di reti per automatizzare le attività all’interno degli stabilimenti, come ad esempio il wireless a corto raggio e le reti cellulari a lungo raggio, che stanno diventando soluzioni preferenziali per le fabbriche del futuro.

Sono sistemi ormai in grado di integrare o sostituire agevolmente le reti cablate, che consentono soluzioni di robotica e di mobilità aziendale avanzate all’interno degli stabilimenti e che rendono possibile la connettività in zone inaccessibili e la comunicazione attraverso barriere, con un'installazione semplificata basata su reti wireless LAN e WAN e su reti di sensori wireless. Questi esempi ci dicono quanto l'innovazione che serve debba essere rivoluzionaria. E ciò per essere in grado di competere con manifatture e servizi totalmente innovativi, continuamente generati da nuovi processi e tecnologie produttive, che in ogni comparto obbligano, tra l’altro, ad acquisire l’esperienza necessaria in tempi brevissimi. Tuttavia l’innovazione è merce rara e costosa, in quanto per produrla e applicarla occorrono ricerca scientifica e formazione, che andrebbero sostenute con azioni vigorose prima che sia troppo tardi. È ben lo sa la Germania che investe in R&S il 3% del pil a fronte dell'1,25 dell'Italia. Di qui le colpe della politica, dato che il nostro Paese deve saper tutelare il proprio potenziale produttivo - che ha perso troppi pezzi negli ultimi decenni - aumentando la sua capacità di innovazione, specie quella immateriale.

E questo facendo leva sull’istruzione e sulla nostra innata creatività in tutti i settori: oltre al manifatturiero avanzato, all’edilizia e ai prodotti per la casa, anche i bioprodotti, l’agricoltura e la zootecnia di qualità, l’enogastronomia, il turismo, i beni culturali, ecc.. Molto dello sviluppo che verrà dipenderà infatti dalla nostra capacità di diffondere il nuovo sapere tecnologico e di accrescere cultura e consapevolezza nel ordito del capitalismo molecolare composto da oltre 4 milioni di imprese con meno di 20 addetti: il 94% del tessuto produttivo italiano.
Ciò in quanto gli effetti del progresso tecnologico sulle prospettive delle imprese e su quelle occupazionali e salariali dei lavoratori dipenderanno sempre più fortemente dal livello di innovazione, istruzione e formazione. Tanto maggiore esso sarà, tanto minore sarà il rischio che le attività diventino obsolete e che le maestranze vengano sostituite da macchine, in Italia o altrove. E a tale proposito c’è da dire che affinché i benefici derivanti dall’intelligenza artificiale e dal processo di digitalizzazione vengano ripartiti equamente, e non continuino ad arricchire la minoranza già ricca della popolazione, questo non dipenderà da come funzionano le macchine intelligenti o dal saper progettare macchine intelligenti.

Dipenderà dalla capacità e volontà di concepire una politica intelligente, più consona alla nuova era dell’automazione, almeno qui da noi. Ma, in ogni caso, c’è anche da dire che l’impegno a definire finalmente un piano industriale non deve far velo all’altra più urgente necessità. La politica ha infatti un compito ben più importante e immediato da assolvere. Quello di attivare il rammendo di un tessuto economico sfilacciato e sfiduciato, dando un impulso alla domanda con un minimo di solidarietà europea. Perché la situazione è così degradata che nel breve termine formazione e innovazione certamente da sole non bastano a sopperire il vuoto dei consumi interni e a rilanciare il Paese su un percorso di crescita.

 

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