02 - 2014 | L' Editoriale
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Necessario un nuovo quadro legislativo che garantisca investimenti adeguati

Europa, giro di vite verso la sostenibilità

prof. ing. Pierangelo Andreini

Dopo il primo passo nel marzo scorso con il libro verde sui target in materia di clima e energia al 2030, con una Comunicazione del 22 gennaio la Commissione europea ha definito ora il quadro strategico degli interventi che considera necessari e urgenti (*). Per l’Esecutivo comunitario è indispensabile infatti procedere rapidamente al varo di un nuovo quadro legislativo in difesa del clima che garantisca investimenti adeguati per una crescita sostenibile, prezzi competitivi e accessibili per l’energia e una maggiore sicurezza energetica.

Un quadro che, crisi permettendo, sia sufficientemente ambizioso per realizzare l’obiettivo a lungo termine di ridurre le emissioni di gas serra dell’80-95% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2050, come previsto dalla tabella di marcia della Commissione per l’energia e per un’economia europea a basse emissioni di carbonio più competitiva e sostenibile. Sulle misure, che fanno seguito alle precedenti, ovvero al ben noto pacchetto di direttive clima-energia 20-20-20, sono piovute ampie critiche da fronti avversi per le obbligazioni e responsabilità che si assume l’Europa. Un obiettivo vincolante per la riduzione dei gas serra, elemento centrale della politica climatica ed energetica dell’UE per il 2030, che prevede l’obbligo di ridurre le emissioni del 40% al di sotto del livello 1990, da raggiungersi unicamente mediante misure interne.

La riduzione annua del massimale delle emissioni dei settori compresi nel sistema ETS (Emission Trading System) dell’UE, ottenuta aumentando il fattore annuale da cui dipende tale riduzione dall’attuale 1,74% al 2,2% dopo il 2020. Quanto alle emissioni dei settori che non rientrano nel sistema ETS esse dovrebbero ridursi del 30% al di sotto del livello 2005 e questo sforzo sarebbe ripartito equamente tra gli Stati membri. Inoltre, in vista dei negoziati internazionali per un nuovo accordo mondiale sul clima, che si concluderanno a Parigi alla fine del 2015, l’UE dovrebbe impegnarsi a comunicare gli obblighi che intende unilateralmente assumere sin dall’inizio del prossimo anno. Un ulteriore obiettivo vincolante di almeno il 27% di energie rinnovabili sul consumo totale a livello dell’UE entro il 2030.

Questo perché la Commissione ritiene che le energie rinnovabili svolgeranno un ruolo chiave nella transizione verso un sistema energetico sostenibile, sicuro e competitivo. Tuttavia l’obiettivo non verrebbe tradotto in obiettivi nazionali attraverso la normativa unionale, lasciando quindi agli Stati membri la flessibilità di trasformare il loro sistema energetico nel modo più consono alle preferenze e alle circostanze nazionali. Il raggiungimento dell’obietto UE in materia di energie rinnovabili verrebbe infatti garantito dal nuovo sistema di governance basato su piani nazionali per l’energia. Esso dovrebbe essere perseguito adottando un approccio maggiormente orientato al mercato e condizioni propizie per le tecnologie emergenti e così facendo la Commissione ritiene che quest’impegno porterebbe notevoli benefici in termini di bilancia commerciale energetica, ricorso a fonti di energia locali, posti di lavoro e crescita.
Quanto all’efficienza energetica, al momento non sono fissati specifici target. Essi saranno definiti nell’ambito della revisione della corrispondente direttiva, prevista entro fine anno.

In ogni caso, secondo la Commissione i miglioramenti che verrebbero complessivamente indotti nel settore dal nuovo quadro potranno contribuire al raggiungimento di tutti gli obiettivi della politica energetica dell’UE e, quindi, anche a quello dell’efficienza. La comunicazione è accompagnata da una relazione sui prezzi e i costi dell’energia, che valuta i fattori trainanti e mette a confronto i prezzi dell’UE con quelli dei suoi principali partner commerciali.

I prezzi dell’energia sono notevolmente aumentati in quasi tutti gli Stati membri a partire dal 2008, soprattutto a causa di imposte e tasse, ma anche dei maggiori costi di rete. Il confronto con i partner internazionali evidenzia un aumento dei differenziali di prezzo, in particolare con i prezzi del gas negli USA, che potrebbe minare la competitività dell’Europa, segnatamente per le industrie ad alta intensità energetica.

Tuttavia, l’aumento dei prezzi dell’energia potrebbe essere parzialmente compensato da politiche energetiche e climatiche efficienti in termini di costi, da mercati energetici competitivi e da misure per migliorare l’efficienza energetica, ad esempio l’utilizzo di prodotti più efficienti sotto il profilo energetico. Per la Commissione gli interventi previsti coniugano validamente la difesa del clima con la competitività del sistema Europa, non ostante le difficoltà del momento. Ma il compromesso sembra aver scontentato un po’ tutti.


Da una parte gli ambientalisti, che ritengono grave l’assenza di target obbligatori per gli stati membri quanto alle rinnovabili e la mancanza di un preciso vincolo sull’efficienza energetica. Dall’altra il mondo produttivo, il quale ritiene che il nuovo quadro mini sul nascere le basi della timida ripresa che si sta profilando all’orizzonte.
Da noi molto dura la posizione di Confindustria che l’ha definito “irrealistico e autolesionista”. Questo per gli effetti negativi sulla competitività delle industrie europee, che vedrebbero crescere il costo dell’energia, già doppio rispetto agli Usa, dove al contrario la rivoluzione degli scisti lo ridurrà.
Per parte sua la Commissione si è difesa dicendo che un taglio del 40% dei gas serra rappresenta un obiettivo ambizioso, ma è una pietra miliare esemplare ed efficace in termini di costi nel percorso verso un’economia a basse emissioni. Ed anche l’obiettivo di raggiungere tra sedici anni almeno il 27% di energie rinnovabili sui consumi finali è un segnale importante perché, costituisce un fattore di stabilità per gli investitori, stimola l’occupazione verde e rende più sicure le forniture energetiche.

In sintesi la Commissione ritiene che sia nell’interesse dell’Europa creare un’economia che offra crescenti opportunità di occupazione e dipenda sempre meno da energia importata, grazie a una maggiore efficienza e al ricorso a energia pulita prodotta internamente.
Leggendo il documento ci si rende conto però che la Commissione è scesa a un compromesso rispetto alla precedente politica salva clima e ciò non sorprende. L’UE sta emergendo infatti dalla recessione più lunga che abbia mia sperimentato, che ha sottolineato l’importanza di mantenere forte l’industria per consentire all’economia di resistere.

E l’industria è condizionata dall’energia e dall’ambiente in modo complesso perché il suo ruolo si estende ben oltre l’attività manifatturiera e abbraccia le materie prime, i servizi alle imprese, i servizi ai consumatori, il turismo ecc. Non solo. Il settore industriale è determinante perché è all’origine dell’80% delle esportazioni europee e delle attività di ricerca e innovazione. Si pensi che circa un posto di lavoro su quattro nel settore privato appartiene all’industria e si tratta spesso di posti di lavoro altamente qualificati. Inoltre, ogni nuovo posto di lavoro creato nell’industria manifatturiera genera 0,5-2 posti di lavoro in altri settori. Per contro la quota delle attività manifatturiere rispetto al Pil dell’UE è in calo. Nella scorsa estate si è attestata al 15,1% ed è tuttora molto lontana dall’obiettivo del 20% nel 2020 fissato dalla Commissione nel 2012. Per tale motivo la competitività industriale è prioritaria.

Tuttavia altrettanto prioritaria è la qualità dell’ambiente e la sostenibilità. Ed è questo il messaggio lanciato dal Parlamento europeo che con una risoluzione dei primi di febbraio ha criticato la proposta della Commissione, giudicandola inadeguata e chiedendo di rendere vincolanti anche gli obiettivi sulle rinnovabili e sull’efficienza energetica, portandoli rispettivamente al 30 e al 40%. Ma ancor più importante per chi scrive è l’equità inter e infra generazionale che ha ben scarsi difensori.

Basti pensare che secondo recenti stime il 10% della popolazione mondiale detiene l’86% dell’intero patrimonio e che in certi momenti durante la crisi il 95% della ricchezza globale prodotta nel pianeta è stato trasferito all’1% più ricco del Mondo. E mentre cresce la disuguaglianza la globalizzazione avanza senza una governance. Miglioriamo quindi compromesso, ma procediamo sollecitamente con le nuove regole, perché l’unica spinta sulla strada della sostenibilità, non solo ambientale, ma anche economica e sociale è venuta sinora dall’Europa e dal suo avanzato ordinamento giuridico.

note
(*) COM(2014) 15 def. “A policy frame work for climate and energy in the period from 2020 to 2030”

 

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