01 - 2014 | L'intervento
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L’analisi del professor Bertelè


Economia globale e Big Bang Disruption

Davide Canevari

 

Big Bang Disruption. Ecco un nuovo termine che irrompe nel dibattito economico e finanziario su scala planetaria. Un concetto che ha ispirato una recente conferenza al MIP (che si è svolta lo scorso 14 novembre) e un libro dal titolo Strategia.
Il Giornale dell’Ingegnere ha incontrato il professor Umberto Bertelè - autore dell’opera, docente di Strategia e sistemi di pianificazione nel corso di Laurea Magistrale in Ingegneria Gestionale e presidente onorario di MIP - per scendere più nel dettaglio della questione e, soprattutto, per cercare di capire quale potrà essere l’impatto di questo fenomeno sull’economia italiana.

Big Bang Disruption, ovvero?
Pensiamo agli effetti mortali che l’innovazione può avere sulla vita di prodotti anche recentissimi, che vengono mandati in soffitta da altri ancora più nuovi - forse destinati essi stessi ad andarci presto - e sulla vita delle imprese che li producono. E pensiamo anche al ruolo di apripista che frequentemente viene giocato dai giovani.

Ad esempio?
Dispositivi mobili (smartphone, tablet, eccetera), app, cloud computing e broadband hanno creato un lungo elenco di vittime.
Comprende beni tradizionali: quali i giornali e i periodici in formato cartaceo, i libri, i dischi, i film o gli orologi. Comprende però anche beni esistenti da pochi anni come le macchine fotografiche digitali compatte o i navigatori portatili, colpiti dalla concorrenza impropria degli smartphone. Comprende pure i servizi. Un esempio importante è la rivoluzione che si sta prospettando per gli strumenti e le modalità di pagamento che useremo nel prossimo futuro.

Scendiamo nel dettaglio della nostra realtà: pensando alle 4A del Made in Italy - abbigliamento, alimentare, arredamento, automazione - quanto grande può essere l’impatto del cambiamento in atto?
Abbigliamento, alimentare e arredamento - limitando il ragionamento ai beni destinati al mercato consumer - non sono ovviamente sostituibili con il ricorso alle app, come invece può esserlo un quotidiano o un navigatore portatile. Ma non ci si può illudere che tutto resti come prima. Ad esempio, il ristorante continuerà ad avere come funzionalità principale quella di servire pranzi e cene, ma tutto quello che c’è intorno sta velocemente cambiando: il passaparola è sostituito dagli scambi di opinioni su Facebook piuttosto che dai pareri (talora falsi) dei clienti su TripAdvisor. La prenotazione e la gestione delle code si possono avvalere di app apposite, la presentazione del conto e il pagamento possono essere resi quasi immediati, con la conseguenza che chi non saprà rapidamente rinnovarsi potrà subire conseguenze anche drammatiche.
Si sono aperti canali di comunicazione importanti fra le imprese e i potenziali clienti, che toccano anche la progettazione. È accaduto in Italia con la nuova 500 della Fiat o con l’ampliamento della gamma di biscotti de Il Mulino Bianco, con una significativa ricaduta in termini di fidelizzazione. Ed è da poche settimane che Mercedes, per non perdere il mercato dei giovani, ha reso possibile in Germania e in altri Paesi l’acquisto diretto via Internet di diverse sue auto. Diventa perciò un obbligo per le nostre imprese riconfigurarsi, non solo introducendo le nuove tecnologie, ma anche adeguando la propria organizzazione e immettendo le competenze necessarie.

Osservando che il fenomeno ha preso le mosse dagli Stati Uniti e che si sta diffondendo ad esempio nel Nord Europa e in Giappone, possiamo pensare che questi salti favoriscano i Paesi di lunga industrializzazione?
Non ne sono purtroppo così sicuro. I Paesi di lunga industrializzazione hanno sicuramente le risorse e le competenze per cavalcare il fenomeno, ma devono spesso superare al loro interno le rilevanti inerzie derivanti dall’autocompiacimento o dal timore di subire danni dal cambiamento. È più facile che siano le imprese di nuova formazione ad adottare sin dalla nascita i modelli di business sopra illustrati, e molte delle nascite si hanno nei Paesi di crescita recente o in fase di emersione.
Nei Paesi, d’altra parte, in cui si stima sia concentrata la maggioranza dei due miliardi di nuovi consumatori che stanno uscendo dall’autosostentamento e si affacciano al mercato.

Per introdurre le innovazioni nelle imprese, basterà ai nuovi entranti (Cina e altri) la libera circolazione delle conoscenze? O saranno penalizzati dall’incapacità di produrre innovazioni originali?
Non si possono fare generalizzazioni, data la varietà delle situazioni nelle diverse aree del mondo. Ma va sottolineato il fatto che Paesi come la Corea del Sud e la Cina stanno progressivamente passando (come accaduto in precedenza per il Giappone) da copiatori di tecnologie nate altrove a innovatori, con investimenti in R&S di grande consistenza. Apple ad esempio - grande avversaria (con acrimonia) di Samsung negli smartphone e nei tablet – è obbligata a continuare ad avvalersi di Samsung stessa come fornitrice di componenti fondamentali per gli iPhone e gli iPad. E un’impresa cinese come Huavei ha conquistato in pochi anni una fetta rilevante del mercato europeo degli apparati per telecomunicazioni, ridimensionando la leadership di Ericsson e mettendo in crisi un’impresa di grandi tradizioni come Alcatel-Lucent.

Torniamo ai quattro fattori abilitanti che ha indicato in precedenza - smartphone, application, cloud e banda larga – e al possibile ruolo del nostro Paese...
Non credo che esistano spazi significativi nei primi tre. Dovremmo fare di tutto per metterci in linea con gli altri Paesi sulla disponibilità della banda larga. Ma il nostro punto forte dovrebbe essere a mio avviso quello di applicare con intelligenza il nuovo nei comparti ove godiamo tuttora di un significativo posizionamento su scala internazionale: non dimenticandoci che la domanda mondiale, a differenza di quella italiana o europea, continua a crescere in misura sostenuta e che quindi le opportunità esistono.

Non ha parlato di nuove capacità imprenditoriali, di dimensioni delle imprese italiane, del nostro sistema scolastico. Perché?
Non è ho parlato perché credo che siano epifenomeni di un malessere più profondo. L’Italia soffre, molto più di altri Paesi, l’ostilità al nuovo: una ostilità ben visibile nei mille ostacoli che la Pubblica Amministrazione pone a chi vuole imbarcarsi in nuove iniziative, nelle reazioni scomposte alla costruzione di qualsiasi infrastruttura, nella preferenza accordata - a livello di spesa pubblica e di prestiti bancari - al mantenimento in vita di imprese “alle soglie del baratro” (spesso veri e propri zombie) o comunque prive di prospettive rispetto alla promozione di imprese in grado di rappresentare il nostro futuro. Sono convinto che una larga maggioranza della popolazione, accarezzata in questo suo atteggiamento dalle forze politiche, non abbia ben compreso che cosa significhi vivere - mantenendo un livello di vita elevato - in un sistema sempre più globalizzato; e che molte piccolo-medie imprese, struttura portante della nostra economia, non si siano rese conto per tempo delle ricadute competitive dell’adozione di tecnologie, quali quelle dell’information & communication technology, molto meno intuitive delle tradizionali meccaniche.
Sono anche convinto che le forze politiche legiferino spesso dimenticando che il nostro non è più un sistema chiuso e che le loro decisioni possono avere ricadute nefaste sulla competitività del Paese.

 

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