08 - 2013 | Intervista a Gianni Verga
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Il pensiero dell’ingegner Gianni Verga, grande conoscitore della “cosa pubblica”

Semplificare, missione possibile

Davide Canevari

 

Rileggendo le pagine dello scorso numero del nostro Giornale ci ha colpito un elemento che è qualcosa in più di una semplice coincidenza o di una mera casualità. Come da tradizione, il numero in uscita nei giorni che precedono il Congresso annuale ha dedicato ampio spazio agli interventi degli Ordini; una sorta di appello alla categoria o di anticipazione sui temi più caldi e strategici del momento. Già negli anni scorsi era capitato che molti spunti si concentrassero su un ben determinato problema (ad esempio, quando era in gioco la sopravvivenza stessa degli Ordini). Ma questa volta è stato un quasi plebiscito: in altri ambiti si sarebbe parlato di una maggioranza bulgara. L’allarme rosso si è acceso sul versante burocrazia (nell’accezione più ampia del termine). “Impossibile pensare ad una svolta dell’economia e ad un rapido superamento della crisi – il messaggio condiviso – nell’attuale contesto. Troppo lunghi e incerti i tempi per il normale espletamento delle pratiche, troppo penalizzante la corsa ad ostacoli nel proliferare delle leggi e delle normative, inconcepibile la differenza di comportamento tra le amministrazioni pubbliche, inaccettabili i ritardi dei tempi di pagamento”. Una battaglia persa in partenza, oppure… Abbiamo scelto di girare questo spunto di riflessione all’ingegner Gianni Verga consigliere responsabile del comitato di gestione del nostro Giornale, anche per i suoi trascorsi nel mondo della pubblica amministrazione.

Bella scoperta, verrebbe da dire! È dai tempi narrati dal Manzoni nei Promessi Sposi che la macchina burocratica è considerata vessatoria e inefficiente…

È vero, e limitandosi ad epoche più recenti, a più riprese nei governi della Repubblica sono stati dedicati dei ministeri alla riforma burocratica, senza tuttavia sortire effetti positivi tangibili. Probabilmente il problema non è mai stato affrontato con una visione davvero globale, senza porsi come obiettivo una radicale riforma dello Stato, a partire dai principi della Carta Costituzionale.

Tema delicato…

Qui non si tratta affatto di stravolgere, ma di razionalizzare e, a volte, semplicemente di applicare quanto è già scritto. Nella Carta si parla di uno Stato basato sulle autonomie locali (Comuni, Provincie, Regioni). Il principio è largamente condivisibile, a patto che siano competenze precise, non sovrapposte, legate alle responsabilità, che vadano a traguardare specifici risultati. Cosa che oggi non avviene. La confusione tra le diverse competenze diventa un alibi e favorisce il gioco dello scaricabarile come se il fare toccasse sempre ad un altro e ruoli, competenze e responsabilità non fossero mai in capo a un soggetto identificabile con precisione. È troppo facile, in questo contesto, dire che è sempre colpa di un altro; e a quel punto non è mai colpa di nessuno.

Proviamo a suggerire qualche punto fermo per un possibile cambiamento?

In realtà non dobbiamo inventarci nulla di straordinario. Partiamo dal principio della sussidiarietà orizzontale. È quasi banale, se si va all’essenza del concetto: le attività di interesse pubblico devono essere gestite dal pubblico solo quando il privato non è in grado di svolgerle da solo (sia ben chiaro, seguendo regole precise). In altre parole, se un’attività può essere svolta dal privato, il ruolo dello Stato deve limitarsi a dettare l’indirizzo e le regole, senza creare sovrapposizioni; e questo non vale solo in ambito imprenditoriale. Troppo spesso, invece, si crea una sorta di inefficace competenza e competizione… che diventa l’anticamera del già citato scaricabarile.

Non è questa la sede per avventurarsi in temi strettamente politici. Ma non è certo facile applicare quanto detto in precedenza. Basti pensare alle polemiche sull’acqua come bene pubblico “intoccabile”

Anche in questo caso è errato il presupposto di partenza. Non è detto che il privato sia sempre il diavolo e il pubblico sia comunque un santo (o vice versa). In ogni caso, quello che fa più danni è la duplicazione, è quando si crea una sorta di concorrenza (sleale) tra pubblico e privato anziché una costruttiva competizione a tutto vantaggio del cittadino.

E poi?

Il secondo punto fermo dovrebbe essere la sussidiarietà verticale. In base alla Costituzione lo Stato deve dettare le regole e i principi fondamentali. Poi, a cascata, entrano in gioco le regioni (livelli legislativi e di alta programmazione) e gli enti locali. Oggi, invece, troppo spesso lo Stato si occupa di amministrazione minuta trascurando invece il ruolo primario dei principi. E questo è inconcepibile.

Un esempio evidente?

In materia di territorio, grazie anche alle recenti riforme costituzionali, le competenze sono state quasi del tutto messe in capo alle Regioni; tuttavia mancano i principi di riferimento. La legge urbanistica, per esempio, risale al 1942, quindi a un periodo precedente la Costituzione, quando il modo di operare sul territorio seguiva regole ben diverse. Da allora lo Stato non ha mai prodotto una nuova legge urbanistica, non ha mai adeguato i principi. Però sono rimaste in piedi tutte le sovraintendenze – che a tutti gli effetti sono organi dello Stato – che operano sul territorio e che hanno competenze che oggi si vanno a sovrapporre con i compiti degli enti locali, creando duplicazioni inefficienti. Non è una questione di qualità del personale – sia chiaro – che spesso, al contrario ha un’altissima competenza e qualificazione professionale, ma di regole e ambiti operativi. Il problema non sono le persone, ma “dove” lavorano (ovvero quale itinerario burocratico devono seguire).

Insomma, occorre rivedere dalle fondamenta l’organizzazione dello Stato.

Sul nostro territorio – che è molto differenziato e ha specifiche esigenze che possono variare da regione a regione e da provincia a provincia – opera una quantità infinità di soggetti, consorzi, società miste, comunità montane, comprensori… Tutte strutture, ne sono convinto, che quando sono state create avevano un senso e rispondevano a un ben determinato bisogno che, di volta in volta, andava evidenziandosi. Ma i bisogni sono cambiati nel tempo, in molti casi in modo radicale. Mentre queste strutture sono rimaste stabili. Sì, effettivamente serve una grande opera di rimodellazione.

Che ha come punto di arrivo?

Lo snellimento della struttura generale, dentro l’ottica del perseguimento e del raggiungimento di specifici obiettivi. Il nostro sistema è prevalentemente legato al controllo delle procedure ex ante e non dei risultati ex post secondo il modello anglosassone. Attraverso una quantità di regole (e di timbri) a monte si cerca di garantire il buon risultato a valle, ma questa procedura ha dimostrato una limitata efficacia.

Una inevitabile malignità. Secondo alcuni luoghi comuni proprio l’ingegnere sarebbe molto vincolato alle regole e alle norme…

Spesso siamo visti – o almeno siamo stati visti – come delle figure professionali molto inquadrate; ma smentisco questa semplificazione della figura dell’ingegnere. Il vero ingegnere è progettista, lavora per inventare qualche soluzione che gli permetta di raggiungere un obiettivo; è dunque l’opposto. È l’ingegnere leonardiano che ritrova la sua essenza nella logica del risultato. È pur ver che il nostro lavoro si è svolto nel contesto che abbiamo descritto in precedenza e che per decenni ci ha “indotto” a diventare solo degli applicatori fedeli di norme, facendoci perdere lo spirito di fondo del progettista.

Questo vale anche per le strutture che ci rappresentano, come ad esempio gli Ordini?

Certo. Gli Ordini professionali nascono come emanazione del ministero di Grazia e Giustizia e sono quindi tenuti a svolgere compiti e mansioni ben precisi, stabiliti dallo stesso Ministero. Ma limitare il discorso al “minimo sindacale”, ovvero ala tenuta degli Albi, non porta d anessuna parte. Fortunatamente, e in particolare in questi ultimi anni, gli Ordini hanno capito che il loro ruolo era (anche) un altro: quello del presidio di una società in cammino e in profondo cambiamento. Quindi hanno preso sempre più peso gli aspetti etici, la deontologia professionale, il rapporto con la ricerca e il mondo delle università, la formazione continua, il dialogo con il territorio. Potrei dire che anche per gli Ordini si è evidenziata l’esigenza di andare oltre le regole (e l’essere un soggetto “passivo” di natura burocratica) riscoprendo lo spirito leonardesco.

L’importanza del tema ha ricevuto una ulteriore autorevole conferma…

Infatti. La prima sessione di lavoro del Congresso degli ingegneri che si è da poco concluso a Brescia è stata dedicata proprio a questo tema; che poi è stato il motivo dominate del Congresso stesso.

Ripropongo una domanda già fatta in precedenza. Visto che è dai tempi delle grida manzoniane che si invoca un cambiamento della macchina statale e un ridimensionamento della burocrazia, cosa le dà la speranza che questa possa essere la volta buona?

La speranza… è nella certezza di essere ormai in emergenza. L’emergenza è diventata drammatica e i costi dell’apparato pubblico sono divenuti insostenibili. I numeri ci dicono che non possiamo più andare avanti così, mentre fino ad oggi, in qualche modo, sembrava esserci sembra una via di fuga o una seconda alternativa. Si dovrà per forza intervenire.

E le ricadute professionali?

Chi ha detto che saranno negative? Ipotizziamo che il punto finale possa essere riassunto in questo slogan; “dimezzare la popolazione dell’apparato, raddoppiandone la qualificazione”. Non significa cancellare dei posti di lavoro, ma favorire una migrazione di competenze, spostando addetti da un ambito produttivo spesso limitato, frustrante, disagiato in posizioni dove la loro stessa produttività può diventare più evidente, elevata, riconosciuta, stimolata.

Solo un sogno impossibile?

Forse questa volta no. Ricordiamoci che siamo davvero in emergenza. Siamo collocati in una dimensione mondiale e per poterci stare dignitosamente la nuova architettura dello Stato dovrà avere una capacità adattativa sempre più spiccata e tempi di reazione sempre più rapidi. Non abbiamo alternative… Davide Canevari Questo articolo vuole anche essere uno spunto per alimentare il dibattito e per raccogliere i contributi e i suggerimenti di altri colleghi.

 

 

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