06 - 2013 | Olio e gas
PDF Stampa E-mail

Nuove frontiere e nuovi mercati: la rivoluzione degli scisti

prof. ing. Pierangelo Andreini

La crescente rilevanza della produzione di olio e gas da scisti (shale oil e shale gas) pone la necessità di comprendere e misurare nei loro effetti le conseguenze dei tanti aspetti connessi a questa rivoluzione tecnologica, non solo energetici, ma anche economici, ambientali, politici e sociali. Ed è facile prevedere che non interesseranno solo l’economia, la politica e l’industria nord americana, ma che in prospettiva condizioneranno in tal senso anche le altre aree geografiche alle quali si sta progressivamente estendendo la pratica del fracking.
Nel caso dell’America, come indicano vari studi, gli Usa potrebbero raggiungere la quasi totale indipendenza energetica entro il 2020. Tuttavia l’aspirazione all’autosufficienza rientra legittimamente nelle aspettative degli altri Paesi che hanno avviato lo sfruttamento degli scisti con questa tecnica di estrazione, i quali già consumano quasi integralmente al loro interno i nuovi combustibili così prodotti, con ovvi vantaggi competitivi per sostenere la loro crescita. Come noto, infatti, la disponibilità di risorse di petrolio e gas non convenzionali non è esclusiva del territorio americano.
L’oil&gas da scisto è presente in grandi quantità in almeno 32 Stati, dall’Europa all’ Africa, per un ammontare sestuplo di quello stimato per gli Usa. Secondo le più recenti stime è nel territorio cinese che sono presenti le maggiori riserve di gas da scisto a livello mondiale. Per questo il Paese, sempre più attanagliato da problemi di inquinamento, specie dell’aria, e alla ricerca di fonti più pulite per soddisfare la sua insaziabile fame di energia, è attualmente impegnato nella scelta della tecnologia più efficace per lo sfruttamento di combustibili non convenzionali. E’ certo che un successo cinese nello sfruttamento di shale gas e shale oil rivoluzionerebbe integralmente lo scenario dell’economia mondiale. E, d’altra parte, nel lungo periodo questo potrebbe essere favorito da costi minori rispetto a quelli americani e europei, modificando permanentemente gli equilibri mondiali del mercato dell’energia.
Ciò perché le differenze dei bacini rocciosi incidono notevolmente sulle modalità e convenienza dell’estrazione. Al momento in quelli americani, più porosi e vicini alla superficie, per cui più facilmente raggiungibili, l’estrazione del gas è più facile e quindi meno costosa e impattante. Diversamente, in altre aree le riserve sono più profonde e pongono maggiori problemi tecnici con un aumento dei costi e dell’impatto sull’ambiente. Per tale ultima ragione la zona meno promettente per l’alta sensibilità ambientale e i conseguenti vincoli giuridici è attualmente l’Europa, dove la maggior parte delle operazioni di perforazione è al momento vietata o sospesa. In ogni caso la tecnologia non potrà che diffondersi, modificando in profondità e irreversibilmente gli equilibri dell’ economia glo-bale, data la rilevanza delle aree nelle quali si trovano e l’importanza delle quantità in gioco. E questo soprattutto perché, come detto, attualmente il consumo dei combustibili estratti dagli scisti avviene quasi del tutto all’interno dei paesi produttori, alterando i precedenti assetti complessivi del mercato. Tuttavia, c’è da dire che per questa stessa ragione le quantità di combustibili non convenzionali immesse per la vendita nel mercato internazionale sono per ora modeste, in confronto con i fossili provenienti dai giacimenti tradizionali. E ciò evita il rischio che anche questa nuova fonte favorisca il ricorso a strumenti finanziari, per accrescere i profitti del settore oil&gas, incrementando ulteriormente i barili virtuali.
Dal punto di vista tecnico la produzione dell’oil&gas da scisti passa attraverso il fracking, una tecnologia che consiste nel fratturare le rocce per estrarre gas e petrolio. E’ un procedimento attualmente molto costoso e ancora in via di perfezionamento, la cui applicazione negli Usa ha comportato negli ultimi cinque anni investimenti per circa 150 miliardi di dollari. E, guarda caso, una buona parte è stata stanziata da investitori cinesi, con il duplice vantaggio di ricavarne significativi ritorni economici e di know-how, questi ultimi certamente utili per il trasferimento tecnologico in Cina delle pratiche estrattive.

 

Usiamo i cookies per darti un'esperienza pratica e senza soluzione di continuità sul nostro sito. Continuando a navigare in questo sito, concordi con la nostra politica sui cookies. Scopri di più sui cookies nella nostra pagina dedicata alla Politica sui Cookies.

Accetto e proseguo la navigazione del sito