05 - 2013 | Infrastrutture ferroviarie
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Incontro con Giuseppe Roma, direttore generale Fondazione CENSIS

 “Le infrastrutture collettive: indispensabili per il benessere individuale”

Dario Cozzi

Dottor Roma, Come fare, soprattutto in una fase così difficile per l’economia, perché i territori tornino a desiderare le infrastrutture?

Nei territori la domanda di interventi infrastrutturali è crescente. Pendolari senza metropolitane, automobilisti senza parcheggi, e così via, si lamentano continuamente della bassa dotazione infrastrutturale. Poi basta una polemica giornalistica o una propaganda elettorale per identificare una qualsiasi opera pubblica come distruttiva dei valori ambientali. E nessuno seriamente riesce ad imporre un credibile discorso di segno contrario.

Colpisce il fatto che anche l’iter di costruzione delle linee ferroviarie - che almeno nell’immaginario collettivo rappresentano una modalità a minore impatto ambientale rispetto alle strade - sembra essere sempre più complesso e accidentato. Come si spiega questa situazione?

È incredibile che proprio il mezzo più ecologico come la ferrovia, da sempre contrapposto all’eccessivo uso della gomma, sia anch’esso combattuto e criticato. Indubbiamente qui un po’ di colpa va anche onestamente attribuita a un processo progettuale che in Italia non assume sempre il carattere lineare che ha negli altri Paesi.

Di cosa abbiamo dunque bisogno?

Chi propone il progetto ci deve credere veramente, il progetto deve rispettare il territorio e non va nascosto alle comunità interessate, ma spiegato ed eventualmente integrato. Infine, le numerose istituzioni coinvolte, una volta approvato l’intervento attraverso un iter partecipativo, devono avere il dovere morale e legale di non metterci più bocca. Il mancato sviluppo infrastrutturale in Italia - si dice nel rapporto CENSIS - è anche una questione “antropologica”? È azzardato affermare che sia più facile reperire risorse economiche adeguate piuttosto che superare le attuali barriere culturali e sociali? La mia tesi è che ci sia una competizione proveniente dal corpo sociale fra due interessi contrapposti: ottenere dallo Stato risorse per gli individui e per la situazione presente (cassa integrazione, pensioni anticipate, sanità gratuita, eccetera) o migliorare le condizioni complessive e investire anche nel medio periodo attraverso le infrastrutture. È indubbio che negli ultimi venti anni, con un progressivo ridursi della spesa pubblica, l’egoismo dei singoli ha fatto premio sulla previgenza degli interessi collettivi e questo conflitto ha creato anche una sedimentazione antropologica e culturale.

Perché, all’atto pratico, è così difficile far passare il messaggio che realmente esiste un legame tra la competitività e la produttività di un territorio e lo sviluppo delle infrastrutture? A parole sembrano tutti d’accordo, ma nei fatti...

Abbiamo considerato il termine produttività sinonimo di “sfruttamento” e non tanto risultato di un processo virtuoso nel quale l’impresa innova, fa partecipare il lavoratore, il dipendente cresce professionalmente e si impegna al massimo per il bene dell’azienda. Non è un caso che negli ultimi dieci anni la nostra produttività oraria sia diminuita di un terzo.

Questo vale anche per i territori…

Certo. Noi sottovalutiamo come l’efficienza infrastrutturale di un territorio faccia produrre meglio. Proveniamo da un’esperienza di crescita spontanea e non programmata (basti pensare ai distretti industriali) e pensiamo che questa possa andar bene anche nell’era della grande competizione globale. Come far passare il messaggio che le opere cosiddette pubbliche hanno davvero un impatto positivo sulla qualità della vita del privato e che non rappresentano una forma di “concorrenza” nei confronti dei trasferimenti diretti all’individuo? Bisogna insistere molto di più sul fatto che il benessere individuale è oggi soprattutto garantito dai beni pubblici. Lo Stato non deve dare al singolo risorse per vivere, ma tutte quelle “cose” che il singolo non può procurarsi da solo: area pulita, rifiuti riciclati, mobilità sostenibile, fonti rinnovabili. Sono queste le frontiere del benessere individuale; e sono tutte infrastrutture collettive.

Com’è la situazione nel resto dei principali Paesi europei? Ci sono degli esempi virtuosi che le piacerebbe “portare” in Italia?

Sul piano delle infrastrutture andare all’estero e confrontare la situazione italiana è davvero avvilente. Un esempio virtuoso? Basta visitare una qualsiasi grande città europea e vedere il continuo lavorio dei tanti cantieri in corso. Penso ad Amburgo, Amsterdam, Parigi, Londra (i miei viaggi più recenti): è impressionante come vi sia una continua trasformazione del territorio. Un esempio che mi ha colpito particolarmente è l’avvio e la realizzazione di ben 72 fermate di una metropolitana che correrà attorno al Péripherique di Parigi. E come realizzare un secondo anello su rotaia attorno al grande raccordo anulare di Roma. E pensare che da noi già c’è, e basterebbe una connessione per renderlo fruibile.

Nella ricerca si evidenzia come per il 31 per cento degli italiani la mancata realizzazione di infrastrutture sia dovuta essenzialmente alla scarsa credibilità dei politici. Le sembra un dato plausibile o è solo un alibi? Se in questi ultimi anni avessimo avuto governi più stabili e autorevoli, davvero avremmo visto aprire un maggior numero di cantieri?

Dare la colpa ai politici è uno sport divenuto troppo facile, però nel campo delle infrastrutture hanno compito almeno tre errori cui occorre mettere rimedio. Nonostante le tante competenze regionali e comunali è indispensabile poter disporre di un quadro preciso di priorità nazionali. Bisogna distinguere le grandi infrastrutture, che sono quelle così definite nella mappa dell’Europa, da quelle più diffuse sul territorio. Un secondo errore riguarda i criteri di decisione e intervento: devono rispondere a vantaggi effettivi e sono necessarie procedure in grado di coinvolgere anticipatamente le comunità interessate, evitando di esasperare i localismi. Infine, l’opera pubblica deve finire di essere considerata un’opera in cui possano essere sprecate risorse pubbliche. Va risparmiato il più possibile e, soprattutto, già in fase di realizzazione occorre anche progettare al meglio la gestione del sevizio e valutare come questo potrà fornire la massima utilità.

 

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