3 - 2013 | Ricerca - Intervista a Renato Ugo
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Nostra intervista a Renato Ugo, presidente dell'AIRI

La leva della ricerca industriale per il rilancio del manufatturiero

Davide Canevari 

Può sembrare una domanda provocatoria, ma viene prima l’industria o la ricerca? Ovvero, può esserci ricerca di qualità in un Paese – come l’Italia - che sta mostrando un crescente disimpegno da settori industriali chiave come l’informatica, la chimica, la farmaceutica, le biotecnologie? Oppure, questo disimpegno nasce proprio dal fatto di non aver investito abbastanza in ricerca negli anni passati? Banalizzare la questione a un concetto del tipo “è nato prima l’uovo o la gallina” sarebbe un errore molto grave, vista la serietà dei temi in gioco. Prendendo spunto dalla presentazione dell’ottavo rapporto AIRI, il Giornale dell’Ingegnere ha incontrato il presidente Renato Ugo, per approfondire queste tematiche. “È una distinzione che può non avere senso. Un’industria manifatturiera in buona salute e efficiente richiede certamente una valida ricerca e in particolare una significativa capacità di sviluppo tecnologico, che richiede competenze diverse, ma altrettanto importanti, oltre che investimenti di livello superiore. Però una ricerca di qualità da sola, senza una solida presenza sul mercato e un efficiente management gestionale e finanziario, non è sufficiente per impedire che una azienda proceda verso una deriva negativa o il progressivo disimpegno. Vedi il caso di Montedison o di Farmitalia C. Erba, che sono scomparse malgrado una ricerca di qualità e una posizione tecnologica competitiva e di rilievo.

Quindi una valida ricerca è conditio sine qua non per eccellere nel manifatturiero, ma non è sufficiente per impedire un possibile progressivo disimpegno, se vengono a mancare le condizioni di gestione e finanziarie”.

In una recente intervista, il direttore generale del JRC – Dominique Ristori – ha affermato che ancora oggi il principale problema della R&S (non solo in Europa) è la cosiddetta valle della morte. Ovvero: i risultati dei progetti di ricerca, anche se promettenti, troppo spesso non beneficiano di sviluppi ulteriori e le innovazioni non vengono così commercializzate con successo. Come si supera questo scoglio? La valle della morte dei progetti di ricerca è tipica delle start-up e ha origine dalla mancanza di sufficienti risorse finanziarie necessarie per lo sviluppo dei risultati della ricerca per arrivare al mercato. Tuttavia può essere presente anche nel caso di aziende che non siano start-up ma che siano subcritiche come dimensione rispetto alla competizione del settore, come nel caso di molte delle industrie farmaceutiche italiane, o che siano così sottocapitalizzate da non disporre della necessaria liquidità per poter sostenere la fase di sviluppo dei risultati della ricerca, fase che può richiedere forti investimenti.

Come superare lo scoglio?

Aumentando la dimensione delle aziende, anche con operazioni di merger o di acquisition, o con adeguate iniezioni di liquidità da parte dei soci o di significativi flussi di cassa, così da sostenere il costo dello sviluppo.

Il Commissario europeo Máire Geoghegan-Quinn è convinta che Horizon 2020 rappresenti un punto di svolta per la ricerca europea e che riuscirà davvero a dare un taglio netto agli ostacoli burocratici, facilitando l’accesso ai fondi per i ricercatori e le imprese. Condivide questa vision?

Non sono stato mai convinto della capacità della UE. di incidere in maniera significativa tramite i vari Programma Quadro. (ormai sono sette) sulla competitività tecnologica europea. Quindi anche oggi il Progetto Horizon 2020 potrebbe avere poca influenza sulla competitività tecnologica europea, anche se potrebbe influire sull’eccellenza europea in alcuni settori della ricerca. In primo luogo perché le risorse finanziarie disponibili sono molto limitate rispetto alla competizione USA e asiatica, e sono spesso parcellizzate a causa delle varie pressioni sia lobbistiche sia geopolitiche (vedi la suddivisione in tre pilastri poco collegati tra loro di Horizon 2020). In secondo luogo l’impostazione è ancora troppo burocratica e del tipo top-down e richiede la messa a punto, ancora per ragioni di geopolitica europea, di aggregazioni che possono essere inefficienti. Infine non credo che la politica della ricerca si faccia con slogan del tipo Horizon 2020, ma con programmi e obiettivi credibili. L’amaro ricordo dei proclami di Lisbona 2000 su un futura supremazia della ricerca UE nel 2010 - evaporati se si considera la realtà della ricerca nella UE nel 2010 - ancora brucia.

Come si concilia l’esigenza di incrementare gli investimenti in ricerca con la perdurante crisi internazionale?

Quando si attraversa un periodo di crisi, l’opzione migliore è allocare le poche risorse disponibili sull’innovazione e quindi in particolare sulla ricerca e sullo sviluppo tecnologico, così da trovarsi preparati e in vantaggio competitivo al momento della fine dalla crisi. Così si stanno comportando la Germania, gli USA, ma anche la piccola Finlandia. In Italia, anche a livello industriale e non solo politico, si preferisce invece seguire la logica di una spending rewiew poco critica. Si pensa al contenimento e taglio dei costi senza alcuna specifica difesa per l’innovazione e per la ricerca.

Il rapporto Tecnologie Prioritarie per l'Industria. Le innovazioni del prossimo futuro è giunto ormai alla sua ottava edizione. Cosa si è concretizzato, in questi anni, rispetto alle previsioni delle prime edizioni?

Se si esaminano le varie edizioni del rapporto Tecnologie Prioritarie per l’Industria, rapporto che è iniziato nel 1995, si può mettere in evidenza che la ricerca svolta in settori industriali che sono oggi in salute ha avuto ottime ricadute, generando nuovi processi e nuovi prodotti come per esempio nel caso dell’aereonautica, di alcuni settori dell’aerospaziale o dei beni strumentali, dei nuovi materiali e dei prodotti a comportamento per l’edilizia. Dove invece, spesso a causa del non eccellente andamento dello specifico settore industriale, sono mancate le risorse finanziarie necessarie per lo sviluppo o non è cresciuta la dimensione aziendale, anche in ambito internazionale, le previsioni non si sono concretizzate in maniera così significativa, pur essendovi alcune eccezioni come la microtecnologia (vedi, per esempio, i MEMS di ST Microelectronics) o i prodotti per la diagnostica o per il biomedicale (vedi, per esempio, Diasorin, Sorin. Bracco Imaging, eccetera).

Quali sono le possibili linee di sviluppo emerse in questa ultima edizione?

Una maggiore attenzione in tutti i settori per una ricerca caratterizzata dalla necessità di perseguire uno sviluppo sostenibile, cioè rispettosa dell’ambiente, con riduzione dei costi energetici e della produzione dei sottoprodotti da smaltire. Una più decisa tendenza a svolgere ricerche di medio-breve periodo per ottenere un più rapido ritorno. Quindi un minor ruolo, fatta eccezione per la farmaceutica e la microelettronica, di attività di ricerca a lungo periodo. Una crescita in molti settori dell’impatto di tecnologie trasversali o abilitanti (nanotecnologie, biotecnologie, nuovi materiali, eccetera).

Come è valutata la ricerca italiana dai principali partner internazionali?

Dipende ovviamente dai settori. Per esempio la ricerca di base italiana è valutata molto positivamente a livello internazionale nella fisica delle particelle e delle alte energie, nella chimica inorganica e metallorganica, in alcuni settori dei nuovi materiali, nell’oncologia e in generale in molti settori della medicina e chirurgia. La ricerca industriale italiana è certamente meno competitiva a livello internazionale rispetto alla ricerca di base, principalmente a causa della piccola dimensione delle industrie italiane, che non si possono permettere di svolgere una ricerca di largo respiro, pur permanendo aree di eccellenza in aziende medio/grandi della chimica, della microtecnologia, dell’aerospaziale, della motoristica, della nautica, dei mezzi di contrasto per il biomedicale, della diagnostica, eccetera.

Questo ottavo rapporto è ricco di spunti davvero interessanti. Cosa si può fare perché non resti solo un libro delle buone intenzioni e possa avere un concreto riscontro?

Le prime sette edizioni - unica eccezione quando il consulente per la stesura del Programma Nazionale di Ricerca è stato il professor Rossi Bernardi - sono state largamente ignorate dal Ministero della Ricerca e da quello dello Sviluppo Economico. L’ignoranza tecnica della burocrazia, che poi definisce in Italia le linee guida della politica della ricerca e dello sviluppo tecnologico, e le pressioni delle varie lobby, in particolare di quelle accademiche, hanno largamente diluito o anche vanificato il contributo di AIRI per la politica della ricerca e dello sviluppo tecnologico del Paese. Ma anche l’industria, in particolare nelle sue molteplici strutture associative, ha spesso poco considerato il contributo di AIRI o non ne ha usufruito in maniera sufficiente. Tuttavia AIRI non dispera di poter fornire un contributo più significativo in un prossimo futuro, partendo proprio da questo ottavo rapporto.

Da poco si è conclusa una campagna elettorale nella quale - obiettivamente – nessuno dei contendenti ha affrontato di petto il tema della ricerca e dell’innovazione. Che messaggio si sente di dare al riguardo al nuovo Governo?

Se consideriamo le caratteristiche della passata competizione elettorale e i programmi dei vari partiti o movimenti riguardo alle politiche di sostegno della ricerca e dello sviluppo tecnologico, la conclusione è a dir poco desolante. Se questi programmi rappresentano i reali interessi dei politici verso la ricerca e lo sviluppo tecnologico, la conclusione è che la mancanza di una cultura dell’innovazione tecnologica porterà questo Paese, in un contesto internazionale di durissima competitività, verso una emarginazione sia come potenza industriale sia come prospettive di crescita economica tramite la tecnologia. Il far comprendere al mondo politico italiano e in generale al Paese che lo sviluppo tecnologico, come fattore di crescita economica e di benessere sociale, è un punto chiave su cui si dovrebbe basare qualsiasi politica per la crescita, pare oggi essere una difficile impresa.

Il Paese da questo punto di vista si sta imbarbarendo rispetto agli anni ’50 e ’60…

È vero. In quegli anni una minoranza culturalmente preparata e che allora poteva influenzare le scelte del Paese, ha puntato anche sulla crescita tecnologica come base dello sviluppo industriale, sfruttando poche ma selezionate ed efficienti strutture di ricerca, sia pubbliche sia private, così da creare le condizioni di competitività industriale per il così detto miracolo italiano.

 

 

 

 

 

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