01-2012 | Formazione
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Anche l’università del salento ha inaugurato l’anno accademico

Il Rettore Laforgia cita Wolfgang Goethe:“Fermare il declino che porta a un’ignoranza attiva”

prof. Domenico Laforgia

Questa inaugurazione si fa a distanza di circa due anni dalla precedente perché abbiamo vissuto un momento di grande difficoltà finanziaria, dovuto ai tagli sul Fondo di finanziamento ordinario, che abbiamo affrontato e superato rinunciando alla sostituzione di oltre 130 unità lavorative tra cui ben 84 docenti, con una riduzione sensibile della nostra capacità didattica. Nel nuovo Statuto redatto in applicazione della L. 240 sono state semplificate alcune dinamiche gestionali orientata la vita dell’Ateneo salentino intorno alla figura dello studente, il quale è confermato al centro del sistema. Questa visione studente-centrica della nostra Università l’avevamo già adottata negli ultimi quattro anni, con una spinta verso l’internazionalizzazione, che è il nostro obiettivo prioritario per il prossimo biennio.

Gli studenti, quindi, al centro del sistema perché riteniamo questa impostazione un investimento per il futuro nostro e del Paese. (...) Quando leggo della generazione né – né, ovvero, giovani che non lavorano e che non si impegnano nello studio, penso, come professore e come padre, a quali forme di argine noi accademici possiamo costruire per questo fenomeno. La risposta può sembrare di primo acchito addirittura banale: svolgere in piena consapevolezza il ruolo di Università pubblica. Essere un’università pubblica: ovvero, un’istituzione di massa che è in grado di garantire centri di eccellenza nella ricerca, nella didattica e nei servizi offerti. Perché sono intimamente convinto che l’unico modo per sconfiggere il demone di un futuro senza futuro sia quello di prepararsi adeguatamente e imporsi al mercato del lavoro e della socialità in virtù delle proprie capacità. Questo possiamo e dobbiamo garantire. (...)

Oggi il mercato del lavoro, nazionale e internazionale, sempre più valuta la provenienza accademica di eccellenza come una garanzia di competenza. Ma che cosa significa essere eccellenti? Altro aggettivo abusato che ha quasi perso il suo significato. Essere riconosciuti eccellenti significa produrre una buona ricerca e una buona didattica. E la ricerca italiana è spesso di alto livello, nonostante il numero complessivo di ricercatori sia tra i più bassi d’Europa. Mentre la Germania vanta circa 210.000 ricercatori e la Francia 180.000, l’Italia raggiunge appena i 70.000. (...) Paesi come la Cina, l’India, il Brasile, la Corea del Sud hanno posto un’attenzione particolare alla ricerca e all’innovazione, e oggi rivendicano un posto importante nell’economia globale e dell’innovazione mondiale. La stessa attenzione che anche il nostro Paese ebbe fino a qualche tempo fa, quando il PIL investito in ricerca era dell’1,5 per cento contro l’attuale 1,1. Nella knowledge-based society, il capitale immateriale è riconosciuto come la nuova ricchezza delle Nazioni, e noi come Università pubblica siamo chiamati a partecipare attivamente alla costruzione di questa ricchezza.

Nella “Innovation Union”, emanata dalla Commissione europea, si dice che se nel 2020 si raggiungesse l’obiettivo del 3% del prodotto interno lordo (PIL) investito in Ricerca e Sviluppo, si avrebbe come probabile conseguenza la creazione di 3.7 milioni di posti di lavoro, di cui 1 milioni di ricercatori, ed un aumento del PIL di 800 miliardi di euro entro il 2025. Una crescita, si legge nel documento, che deve essere intelligente, sostenibile e socialmente inclusiva (…) L’Università del Salento può offrire un esempio. Negli ultimi quattro anni ha prodotto ben 35 aziende spin-off. Sono aziende costituite da laureati, ricercatori, tecnici della nostra Università, che mettendo a frutto le loro capacità si sono inventati un lavoro. In particolare, vorrei citare il caso di un nostro ricercatore che ha brevettato un gel in grado di assorbire grandi quantità di acqua e che, operando nel settore alimentare con uno stabilimento produttivo in Israele e il centro di ricerca da noi, è diventata un’azienda molto promettente al punto da ricevere un’offerta di acquisto di “alcune centinaia di milioni di dollari” !! (...) Ma perché questo progetto sia realisticamente attuabile è necessario che il sistema Paese riconosca che la ricchezza in termini di capitale immateriale, in termini di Conoscenza e di Sapere delle nostre università, è un patrimonio dal valore inestimabile, che va protetto e sostenuto. Per assicurare un adeguato sostegno a favore della Ricerca e dello Sviluppo è necessaria una visione lungimirante che possa valutare i vantaggi di un investimento a medio e a lungo termine. Mentre direi che oggi il fattore che distingue le politiche ministeriali su Formazione e Ricerca sia l’attenzione al tempo breve. (...)

L’Università italiana deve tornare al ruolo che la Costituzione le ha affidato. Ruolo che negli ultimi anni abbiamo forse trascurato rincorrendo le diverse riforme che si sono succedute (ben 4 negli ultimi 10 anni) e in affanno costante per recuperare briciole del bilancio dello Stato per la mera sopravvivenza delle strutture. Alludo alla formazione della Persona. Non sono persuaso che concentrare tutte le nostre energie perché un individuo consegua 180 crediti formativi in 3 anni sia la strategia che a lungo termine dia i risultati che ci attendiamo. La formazione, il prendere e dare forma come indica la stessa etimologia, si sta orientando sempre di più verso forme di addestramento, dall’inglese training, che agisce con logiche e pratiche che sono funzionali ad altri scopi. La formazione universitaria è, oggi, sempre più collegata alla categoria dell’utilità.

Il fattore tempo è alla base della formazione utilitaristica a cui le recenti riforme ci stanno inesorabilmente orientando. Questa politica, se da una parte effettivamente contribuisce a ridurre il fenomeno del drop-off, dall’altra parte, pone il rischio di una formazione sbilanciata verso un apprendimento meramente nozionale che cerchiamo di attualizzare con stage e tirocini e il rischio di trasformare l’Università in un luogo in cui non si costruisce sapere ma si assegnano crediti formativi e si dispensano diplomi di laurea preferibilmente in tre anni, pena la penalizzazione da parte del Ministero in termini di finanziamenti. Questo sistema che oserei definire il mercato del credito formativo ci sta facendo perdere il piacere della Conoscenza, il gusto della scoperta; persino il piacere della lettura è compromesso. Gli investimenti pubblici e privati vanno tutti nella direzione di una formazione utilitaristica, penalizzando sensibilmente quei settori del sapere che non sembrano avere una immediata e ben visibile utilità. (...) Nella competizione del mercato globale, le arti e le lettere sembrano essere diventate superflue perché è venuta meno l’importanza sociale di un pensiero critico rigoroso, Il senso del Bello, la capacità di immaginazione, che ci rendono umani. Eppure per diventare cittadini responsabili è necessaria la capacità di valutare il presente sulla scorta del passato, di applicare eticamente i principi economici, di confrontarsi sulla giustizia sociale, di costruire la propria identità sulla base di valori fondamentali.

Chi ha progettato un’istruzione orientata alla crescita economica non ha interesse a formare cittadini in grado di riflettere criticamente sul presente o sul modo in cui l’etica è sottoposta alla superiorità della tecnica o del profitto. (...) Come ingegnere posso affermare senza timore di essere smentito che proprio il mondo della Ricerca e dell’Innovazione contestano questa visione utilitaristica della formazione superiore. L’innovazione richiede un’intelligenza flessibile, aperta, creativa, richiede spirito di osservazione, inventiva, ardimento, tutte capacità che sono stimolate proprio dallo studio delle arti e delle lettere, che invece risultano rigorosamente escluse dalle tabelle ministeriali che imprigionano i nostri corsi di laurea entro schemi rigidamente prestabiliti in termini di contenuti e di tempistica. (...) La nostra Costituzione dice chiaramente che I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi e che la Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie e altre provvidenze (art. 34). Questa attenzione verso la formazione di tutti i cittadini, purché capaci e meritevoli, si collega a mio parere all’articolo 3, che recita È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l´eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l´effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all´organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Vorrei soffermarmi su due parole chiave di questo articolo: libertà e persona, perché sono i due concetti su cui si fonda l’intera nostra missione di formatori e che mi consente di tornare all’interrogativo iniziale circa il nostro futuro. La libertà di un cittadino si misura con la sua autonomia e il concetto di libertà è strettamente collegato al concetto di persona, che è caratterizzata dalla capacità di conoscersi in profondità e di sviluppare il meglio di sé con le risorse che ha a sua disposizione, che non sono la rete di conoscenze o il denaro ma il proprio potenziale intellettivo, il proprio cervello. (…) Noi vogliamo poter intervenire nei processi di costruzione di future generazioni che abbiano sì capacità tecniche ma che siano ‘persone’, che non dimenticano mai i valori etici a fondamento di una società sana. Ritorna, allora, la domanda iniziale: che cosa posso fare io, professore di una pubblica Università? Posso offrire un percorso di vita universitaria che consenta ai nostri giovani di acquisire tutti quegli strumenti che facciano di loro persone libere e così facendo posso fermare questo declino verso una “ignoranza attiva”, come la definiva Goethe, riportandola nell’alveo della passività che le è consono. Posso investire sulla conoscenza chiedendo ai miei studenti, alle famiglie, di condividere questa impostazione e di abbandonare vecchie logiche, rivelate dannose.

Posso stringere un patto con i miei studenti per migliorare ancora le loro condizioni di vita e di studio all’Università del Salento, compatibilmente con le risorse che riusciamo a rendere disponibili, avendo in cambio da parte loro dedizione e impegno nello studio per realizzare il loro progetto di futuro.

 

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