12 - 2012 | Discorso magnifico Rettore
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Discorso del Magnifico Rettore - Università del Salento
prof. ing. Domenico Laforgia

I NOSTRI FUTURI


Magnifici Rettori,
Autorità religiose, civili e militari,
Colleghe e Colleghi,
Cari Studenti,

Vi ringrazio di essere intervenuti alla cerimonia di Inaugurazione dell’anno accademico dell’Università del Salento, all’interno della quale abbiamo il piacere di conferire la laurea honoris causa al prof. Jean-Robert Armogathe.
Ho voluto intitolare questo mio intervento I nostri futuri perché ritengo che mai come in questo momento storico parlare di futuro sia importante, a patto che lo si faccia senza retorica e senza disfattismi. E intenzionalmente ho voluto usare il plurale, I nostri futuri, perché ritengo che guardare al futuro soltanto come dimensione temporale in divenire sia un’ottica parziale, che inesorabilmente conduce a discutere soltanto della crisi che sta colpendo i nostri Atenei a causa dei tagli ministeriali. Parlerò anche di questo, perché sono vitali per il nostro futuro.
Ma il nostro futuro è anche “altro”.
Parlare oggi di futuro, soprattutto ai nostri giovani, fa paura, perché alla parola “futuro” sono collegate, quasi per obbligata associazione analogica, parole come “incertezza”, “ansia”, “precarietà”, “instabilità”. In genere, reagiamo ai cambiamenti con grande diffidenza e tali difficoltà che finiamo per spendere un mare di energie per tentare di stroncare sul nascere ogni possibilità di cambiamento senza neanche preoccuparci di vedere se porterà benefici oppure no. È, forse, nella natura umana ma anche nel persistere di un pensare assuefatto. Il “tutto cambia affinché nulla cambi” di gattopardesca memoria, ha minato dalle fondamenta processi di crescita del nostro Paese e di ogni istituzione che ha guardato al futuro con paura.
Questo non significa guardare al futuro con ottimismo. Non mi piace molto la parola “ottimismo”, perché suona quasi ingiuriosa per chi vive grandi incertezze e non ha strumenti adeguati per affrontare le incognite di ogni futuro. Non, dunque, la sindrome di Pollyanna, come la definiscono gli psicologi cognitivi, un ottimismo ottuso che ignora le oggettive difficoltà, e neanche il cosiddetto “pensiero positivo”, che in qualche misura gli somiglia nella ricerca della positività ad ogni costo.
Preferisco una parola dal sapore antico: “speranza”.
Guardare al futuro con speranza implica la volontà di raggiungere i propri obiettivi anche in situazioni difficili, significa prendere un impegno verso una realistica possibilità di successo dei propri percorsi, significa contare sulle proprie forze e le forze altrui per fare sistema, significa avere il “coraggio della responsabilità”, così come l’ha definito il tedesco Hans Jonas. Questa speranza deve viaggiare sottobraccio alla paura quando parliamo o immaginiamo il futuro. Perché la paura è elemento utile per agire verso il cambiamento. Non la paura che paralizza, che blocca l’agire, che atrofizza la crescita e confisca il futuro ma la paura che stimola l’agire, che trasforma la rigidità in plasticità. Noi dobbiamo tendere verso la plasticità perché nulla è garantito nel nostro tempo e chi ci dice il contrario ci inganna. Se mi è consentito fare riferimento alle leggi della fisica, un’istituzione rigida è un corpo destinato a rompersi, mentre un’istituzione plastica si può plasmare, trasformare, potenziare, senza traumi, senza rotture irrimediabili. La storia dell’umanità è una storia “plastica”, in divenire, all’interno della quale “non sopravvive il più forte o il più intelligente, ma chi si adatta più velocemente al cambiamento”, per citare Darwin.
Eppure i cambiamenti, lo sappiamo bene, spaventano, ma forse spaventano più del necessario. Se ci fermiamo a riflettere un momento, il nostro attuale presente era il futuro del nostro passato. Quattro anni fa, tre anni fa, ma anche lo scorso anno, eravamo timorosi di affrontare un percorso di rinnovamento per via delle incognite che portava con sé, eppure l’abbiamo intrapreso e oggi quel futuro pieno di incertezze ai più è un presente già consolidato ma sempre e comunque in divenire. Un presente che abbiamo costruito con l’impegno di tutti coloro i quali hanno creduto di potersi aprire al “nuovo” con la mente sgombra da pregiudizi e con la fiducia nelle proprie capacità.
Le riforme che dal 2009 hanno interessato il sistema universitario italiano hanno riguardato tutti gli aspetti della vita accademica, dalla sua sopravvivenza finanziaria ai sistemi di valutazione, e sembrano animate (almeno sulla carta) a fortificare un’Etica che trascenda la contingenza delle leggi. In qualità di servitori dello Stato ci siamo adeguati, magari non condividendone le modalità o le condizioni e abbiamo progettato e realizzato il nuovo assetto dell’Università del Salento. Siamo stati tra i primi in Italia a ottemperare alle disposizioni della Legge 240, pur disapprovando la scarsità di autonomia che questa nuova riforma lascia ai singoli atenei.
Abbiamo riformulato, ottimizzandola ancora, l’offerta formativa, abbiamo ridefinito i nuovi dipartimenti, che dai 17 sono passati a 8 e le nuove facoltà, che da 10 sono passate a 6, seguendo il criterio dell’omogeneità scientifico-settoriale lasciando, tuttavia, spazi di autonoma scelta per il singolo docente. Abbiamo costituito il presidio di Ateneo per la qualità dei corsi di studio e abbiamo cercato di semplificare la quotidianità accademica dei nostri studenti con l’implementazione dei sistemi di verbalizzazione digitale e prenotazione esami, ricostruzione della carriera etc. Sul piano gestionale, abbiamo avviato la ristrutturazione dell’Amministrazione centrale, puntando alla razionalizzazione dei processi e alla loro semplificazione e messo in esercizio il nuovo sistema di contabilità. Sul piano della residenzialità abbiamo definito e cantierizzato diversi interventi per il potenziamento e la riqualificazione delle nostre sedi. Sono solo alcuni esempi delle tante iniziative portate a termine nell’ultimo anno, che troverete nel Rapporto di Ateneo 2012, disponibile online sul nostro portale, a cui rimando per tenere fede all’impegno di essere sintetico per consentire lo svolgimento del programma odierno.
Il nostro percorso verso la modernizzazione dell’Ateneo ha fatto passi importanti, non senza dibattiti interni e ansie perché il nuovo inquieta, in quanto mette in discussione le nostre certezze. Ma noi siamo uomini di scienza, ricercatori, che per definizione sono attratti dall’inesplorato, perché esso diventi patrimonio di tutti, e siamo intellettualmente attrezzati per farlo. Dobbiamo risincronizzare la capacità di immaginare, di sognare con la capacità di produrre e ridurre quel “dislivello prometeico” che, secondo il filosofo tedesco Günther Anders, rendeva l’uomo antropologicamente inadeguato ai cambiamenti. Personalmente non condivido la visione pessimistica di Anders. Io penso che proprio l’Accademia abbia il compito di ristabilire il legame positivo tra la capacità di “produrre futuro” e la “paura del futuro”, sfatando l’assunto di una inadeguatezza antropologica dell’essere umano verso il nuovo.
Come? Quali sono gli strumenti che abbiamo, ancora, e quali sono le nostre pertinenze? Ma abbiamo pertinenze? giurisdizioni? oppure la conoscenza, il pensiero libero, se volete, non possono essere confinati alle aule universitarie e devono coinvolgere il sociale e la politica? Tutti interrogativi spinosi, imbarazzanti, che chiamano in causa responsabilità e patti disattesi, ma anche la possibilità di incidere, di farsi ascoltare, di creare cambiamento, di dare una svolta alla Storia, promuovendo una cultura nuova.
In questi ultimi mesi siamo assordati da proclami inneggianti la meritocrazia quale cura definitiva non solo dei sintomi, ma soprattutto dei mali del Paese, che i più sintetizzano con inefficienza, corruzione e clientelismo, soprattutto nella Pubblica amministrazione.
L’espressione “meritocrazia”, il “potere del merito”, fu utilizzata per la prima volta dal laburista inglese Sir Michael Young nel 1954. Young inventò la nota “equazione del merito”: I+E=M, dove
- “I” è l’intelligenza intesa come intelligenza cognitiva ed emotiva, non solo come quoziente intellettivo. La “I”, così intesa, porta ad azzerare i privilegi di ceto e di nascita e valorizza il percorso di formazione del singolo individuo; la “I” è l’essenza di una parità di opportunità.
- “E” sta per “effort”, ovvero lo sforzo che ognuno di noi fa per migliorare.
Il merito risulta, dunque, dall’associazione di due fattori: l’intelligenza e l’impegno. Molti hanno criticato l’equazione meritocratica di Young (persino il suo stesso autore), obiettando se fosse moralmente accettabile che qualcuno traesse vantaggi da qualcosa, come il talento, che gli è stato concesso dalla natura, e hanno paventato un rischioso scivolamento verso forme di tecnocrazia oligarchica contrarie a un sistema che vogliamo definire democratico.
Dov’è l’inghippo?
Probabilmente nella confusione generata dalla sinonimia di “merito” e “talento”, che sono due cose diverse. Il talento è una dote naturale sulla quale possiamo poco, mentre il merito è molto più legato alla formazione e allo sforzo che l’individuo fa per rendersi adeguato a una determinata situazione. Il denominatore è comunque l’equità delle opportunità. Dare a tutti l’opportunità di crescita indipendentemente dal talento naturale perché ognuno possa costruire autonomamente il suo “essere meritevole”. Questo è il punto.
In questa ottica, il merito non può essere più inteso come principio che discrimina ed emargina, ma come potenziale da coltivare in ognuno a seconda delle proprie capacità, siano esse intellettuali che manuali. Il meritevole, chi “acquista merito” secondo l’etimologia del termine, deve trovare spazi adeguati di affermazione proporzionali al suo essere meritevole.
Il modello socio-economico del mondo occidentale ha escluso l’etica dalla produzione della ricchezza, che sarebbe governata dalla legge di mercato, ammettendo una netta separazione tra la sfera economica e quella sociale, ovvero tra l’efficienza e la solidarietà come se non fossero entrambe promotrici di un democratico progresso della collettività. Da qui la schizofrenia delle azioni che si intraprendono: da un lato, azioni di estemporanea solidarietà per chi è ai margini o fuori dall’efficientismo del sistema produttivo; dall’altro, un’etica che glorifica valori e stili di vita strettamente dipendenti dalla capacità di produzione.
Un altro dei problemi sollevati nel dibattito tra efficienza ed equità è il venir meno del principio della “reciprocità”, il cui fine è quello di tradurre la cultura della solidarietà. Non ha futuro – e torniamo ai nostri futuri – una società che non conserva stretto il principio di solidarietà, di gratuità; non ha futuro una società che non è capace di sostituire al “dare per avere” il “dare per dovere”.
Che cosa c’entra tutto questo con l’Università?
L’Università entra pesantemente in questo discorso su due distinti piani: come oggetto di valutazione “meritocratica” e come soggetto promotore di “meritocrazia”.
L’appello all’etica meritocratica, nella sua accezione nobile, sta coinvolgendo il sistema universitario sia grazie alle istanze provenienti dall’alto, che riguardano una comprensibile volontà di valutazione delle performance di atenei e docenti, sia grazie alle istanze che provengono dal basso e che rivendicano parametri equi di distribuzione delle risorse sulla base dell’approccio meritocratico.
L’annosa questione del ridimensionamento dei fondi all’istruzione universitaria non è, come da molti già evidenziato, solo un problema di denaro ma di futuro sostenibile. I vincoli imposti dalle ultime Finanziarie stanno indebolendo le Università italiane di fronte alla sfida di un futuro che, al contrario, impone una crescita complessiva del Paese che non può che partire dalla formazione delle future generazioni (per le quali siamo molto al di sotto delle percentuali medie europee).
I tagli lineari e la cosiddetta “spesa storica”, da cui dipende il finanziamento ordinario, sono oggettivamente ed eticamente scorretti perché fanno venire meno proprio i principi di merito, di pari opportunità e di reciprocità. Perché lo studente di una università storicamente più antica costa allo Stato due o tre volte il costo dello studente di un’Università più giovane? Lo studente dell’Università del Salento costa allo Stato italiano circa la metà dello studente dell’Università di Siena, giusto per fare un esempio, fermi restando i costi generali di gestione per entrambi gli atenei. Questo principio non è meritocratico perché tiene conto degli sforzi compiuti dal singolo Ateneo in termini di miglioramento dei servizi e delle performance solo per il 7%. Bisognerebbe definire un contributo standard uguale per tutti gli studenti meritevoli, senza considerare la dislocazione geografia dell’ateneo o il contributo “storico”, parametri iniqui, che non rispettano il criterio dell’equazione di Young delle pari opportunità, in quanto favoriscono alcuni atenei e ne penalizzano altri per il semplice fatto di essere di recente istituzione ma sottoposti, come dicevo, agli stessi oneri fissi e spese di esercizio che sono definite a livello nazionale.
L’altra anomalia tutta italiana è la valutazione negativa del singolo docente, che attualmente risulta in un danno economico per l’ateneo che, anche in questo caso, non ha gli strumenti normativi per affrontare il problema. È giusta ed auspicabile una valutazione periodica dell’attività di ricerca del singolo docente ma non è corretto risolvere le inefficienze degli improduttivi a danno di quelli che producono e tengono alto il nome dell’ateneo. Anche su questa anomalia dovremmo riflettere con serenità e con onestà intellettuale. Se abbiamo intrapreso questo cammino verso la meritocrazia, valutata e premiata sia per i docenti che per gli studenti, dobbiamo avere l’audacia di proporre anche misure per arginare i fenomeni di assenza di merito.
La carenza di risorse adeguate e l’invadente burocrazia, tuttavia, potrebbero portare all’implosione del sistema a causa delle limitazioni imposte: l’impossibilità di rinnovare il corpo docente, la contrazione dell’offerta formativa oltre la giusta razionalizzazione, l’introduzione pressoché generalizzata del numero programmato, tra le più pericolose. Se indeboliamo il sistema educativo fino alla sua implosione non dobbiamo meravigliarci se la nostra quotidianità sociale si trasforma in una giungla dove si complotta con armi impari quanto sleali per briciole di potere, dove qualche politico tradisce i suoi stessi ideali per un cono di luce e dove imporre un percorso meritocratico diventa reato.
Ma l’Università è anche soggetto promotore di “meritocrazia”. Compito delle università è incoraggiare e promuovere le capacità dei singoli. Dovremmo convincere gli attuali policy makers che l’esasperazione dell’attuale modello porta a situazioni che poi diventano incontrollabili. Brindisi è stata testimone di questa follia, che ha troncato la vita di una sedicenne di nome Melissa, che tutti ricordiamo con un misto di emozione e di rabbia. Dovremmo far comprendere ai futuri amministratori, che oggi siedono nelle nostre aule, che l’homo oeconomicus del XXI secolo ha ridotto a forme di contratto mercantile i rapporti interpersonali e quelli sociali, ispirandoli a un esasperato individualismo, che ha inaridito le coscienze fino a forme di barbarie intellettuali inimmaginabili, che spesso riempiono le prime pagine dei giornali. Dovremmo insegnare loro a coniugare il saper fare con l’etica, anzi, mi correggo, a riconoscere comportamenti eticamente discutibili e combatterli con tutte le loro forze, anche quando il sistema si ribella. La crisi economica globale che stiamo vivendo nasce proprio da un problema etico, in quanto la centralità assegnata alle esigenze dell’io, al bisogno di auto-affermazione, ha soffocato ogni principio di solidarietà ponendo il denaro e il potere come obiettivo strategico. Principi come l’onestà, la lealtà, la solidarietà, la compassione, la rettitudine sono diventati concetti arcaici come se facessero parte di un mondo definitivamente archiviato. Non voglio dire con questo che comportamenti poco etici siano soltanto frutto del nostro presente, anche nel passato ci sono stati i furbetti e i corrotti, ma quello che sconcerta oggi è l’assoluta mancanza di pudore. Quel sentimento di vergogna, quel senso di rispetto per sé e per gli altri che dovrebbe distogliere dall’agire in modo indecoroso sembra veramente prerogativa di pochi sopravvissuti, che ancora tentano di vivere una radicale autenticità prima di tutto verso sé stessi e anche verso l’altro. Se Stendhal diceva che “la pudicizia è la madre dell’anima”, il manifestarsi di condotte pubbliche impudiche rivela un’assoluta mancanza di senso morale, un oltrepassamento di quella soglia che garantisce e tutela l’essere civile di una comunità. Non posso, tuttavia, rassegnarmi all’idea che questi valori inalienabili dell’Uomo possano essere liquidati come elementi di un idealismo utopico, che non può avere dimora in una società assoggettata al potere e al denaro che pretende di definirsi democratica e civile. E vorrei chiudere questo mio breve intervento proprio con un appello ai giovani: “Se stiamo ricevendo un’eredità corrotta, noi eredi abbiamo il dovere di agire per deviare il corso del degrado, solo il nostro impegno garantisce la stabilità, nostra personale e sociale”1. Ecco, dunque, con questo appello ai nostri studenti, ai giovani ricercatori, a tutti quelli che hanno il nostro futuro nelle loro mani

DICHIARO APERTO IL 58° ANNO ACCADEMICO DELL’UNIVERSITÀ DEL SALENTO

 

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