11 - 2012 | Edilizia
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Per vincere la crisi del settore ora serve una svolta politica

Lo scorso 17 ottobre è stato presentato il III Rapporto Federcostruzioni/MADEexpo

Danilo Corazza

Dopo più di 20 anni di tentennamenti e di navigazione a vista sembra che l’Italia si sia finalmente decisa ad adottare una strategia energetica nazionale. Non solo per uscire da una crisi profonda, che non risparmia certo il settore energy, ma anche per favorire uno sviluppo armonico e condiviso nei prossimi anni, in un contesto di auspicata ripresa. Quanto ancora dobbiamo aspettare per avere qualcosa di simile anche nel comparto delle costruzioni? L’appello – per ora senza risposte concrete – è stato lanciato lo scorso 17 ottobre durante la presentazione del terzo Rapporto sul Sistema italiano delle costruzioni.
Questa, in estrema sintesi, la situazione attuale, così come è stata delineata dagli esperti presenti all’evento che si è svolto all’interno del salone MADEexpo. Il comparto delle costruzioni è un sistema da 373 miliardi di euro/anno di valore con tre milioni di addetti (senza contare l’indotto). A differenza di molte altre attività, si tratta di una filiera a bassissimo livello di importazioni (il 3,3 per cento) con, al contrario, un’elevata propensione all’export che nel 2011 ha raggiunto i 54 miliardi di euro. Altro dato importante emerso: per ogni miliardo investito l’edilizia è in grado di attivare 17 mila nuovi posti di lavoro. Dunque, si tratta di un comparto di straordinaria importanza – non solo economica – per il Paese.
Eppure, proprio questo settore (almeno quanto il comparto auto) sta soffrendo in maniera particolarmente seria per gli effetti della crisi. Qualche altro dato, al riguardo, contenuto nel Rapporto. Tra il 2007 e il 2012 la produzione dell’intera filiera delle costruzioni è diminuita del 26,3 per cento; tradotto in valore, nel 2012 la produzione totale sarà dunque inferiore rispetto a quella di cinque anni fa di ben 126 miliardi di euro. In termini di occupazione, nello stesso arco di tempo, sono stati bruciati 300 mila posti di lavoro.
“A livello di produzione stimata siamo tornati indietro fino al 1976”, ha riassunto Antonio Gennari, vice direttore generale ANCE. Il tutto in un contesto politico – e questa è la nota dolente evidenziata da tutti i presenti - che a prescindere dai governi che si sono alternati negli ultimi anni non sembra aver mai trovato il bandolo della matassa, considerando la crisi internazionale più come alibi che come spunto per poter prendere decisioni coraggiose.
Nessuna vera strategia di rilancio per il settore, troppe incertezze nel far partire concretamente i piani di riqualificazione urbana e del patrimonio esistente, un’eccessiva attenzione agli aspetti di finanza e ragioneria, a tutto svantaggio dell’economia reale e del lavoro, aiuti troppo timidi all’acquisto della prima casa (pur essendoci all’estero esempi concreti e virtuosi che bastava solo copiare).
Insomma, il settore – è stato più volte ricordato durante l’evento di presentazione dei dati Federcostruzioni – è stato costretto a subire gli effetti di una recessione che certamente viene da lontano, ma che è stata anche aggravata da molte decisioni (e soprattutto non decisioni) di casa nostra.
“Le costruzioni sono da sempre un settore tradizionalmente anticongiunturale, a cui la stragrande maggioranza dei governi del mondo si è affidato per far ripartire l’economia e ridare prospettive di crescita ai loro Paesi”, ha ricordato Andrea Negri, presidente MADEexpo e vice presidente Federcostruzioni. L’Italia ha per ora fatto eccezione. “L’auspicio è che si possa prendere questa strada anche nel nostro Paese – ha aggiunto Negri – ma subito, perché ormai non c’è più tempo e servono decisioni incisive. Purtroppo in Italia il governo non governa perché è lo stesso apparato dello Stato che gli impedisce di governare”.
“Al momento dell’ingresso dell’Italia nell’euro – ha poi ricordato Alberto de Vizio, segretario generale di Federcostruzioni – stavamo vivendo un altro periodo di forte crisi. Dal governo allora alla guida del Paese furono però varati due importanti provvedimenti: gli incentivi alla ristrutturazione (con l’obiettivo ulteriore di far emergere il sommerso) e la rottamazione delle auto”. Non servirebbero quindi ricette particolarmente complesse; basterebbe dare continuità a strumenti già sperimentati e consolidati. A partire proprio dalla decisione di rendere strutturale il sistema di incentivazione alla riqualificazione e al recupero edilizio. Anche Paolo Buzzetti, presidente Federcostruzioni e presidente ANCE, ha voluto porre l’accento sulla componente “endogena” della crisi che sta vivendo il nostro Paese, nel complesso, e il settore delle costruzioni nello specifico.
“Sicuramente parte delle difficoltà che stiamo soffrendo arriva dall’estero – ha commentato Buzzetti – ma ci abbiamo messo anche molto del nostro. I mercati e le istituzioni finanziarie internazionali non ci hanno certo aiutato, ma questo è chiaro: i loro obiettivi non coincidono con quelli di un Sistema Paese. L’Europa, poi, ha posto pesanti vincoli finanziari. Anche in questo caso, però, va detto che questi non rappresentavano affatto una scelta inevitabile. Tanto è vero che lo stesso Fondo Monetario Internazionale ha avanzato più di un dubbio sull’efficacia delle politiche di rigore. Questi macro problemi per così dire, esterni, sono stati aggravati da responsabilità tutte nostre. Ormai da troppo tempo in Italia non sono più i governi - che si alternano alla guida del Paese – a decidere le politiche di crescita e sviluppo del Paese, ma la Ragioneria di Stato che ha come unico parametro di scelta il pareggio di bilancio e quindi per ogni sgravio propone inevitabilmente un nuovo onere. Una strada questa, non certo obbligata, almeno in termini temporali. Tanto è vero che la Francia si è posta come data di pareggio il 2017 mentre l’Italia ha stretto i tempi al 2013”.
Questa eccessiva attenzione ai termini finanza e ragioneria – è stato uno degli spunti più sottolineati - potrà forse portare benefici nel lungo termine, ma nel breve ha compromesso l’economia reale e il lavoro. A questo punto, quali potrebbero essere le contromisure? Paolo Buzzetti ha avanzato qualche ipotesi: “Le politiche italiane dovrebbero puntare decisamente sulla riqualificazione dei centri abitati, dando concreto avvio al previsto Piano Città e partendo, preferibilmente, dall’edilizia scolastica trascurata in tutti questi anni (sarebbero almeno 20 mila in Italia gli edifici non sicuri). Poi concentrando l’attenzione sugli immobili pubblici, con interventi finalizzati al risparmio energetico”.
Delicata anche la questione casa. Negli ultimi tempi i mutui erogati alle famiglie si sono ridotti del 50 per cento; inevitabile proporre interventi immediati in questo ambito: “Basterebbe fare come in Germania dove garantisce direttamente lo Stato tedesco”. Non secondaria la questione di un vero housing sociale. “Da 30 anni in Italia non facciamo case veramente sociali; il rilancio di questo settore, non prorogabile, stimolerebbe, per altro, una rivoluzione tecnica. Per questa tipologia di costruzioni è indispensabile ridurre al massimo i costi senza per altro precludere la qualità”. Quello che certo non manca sono gli ambiti di intervento potenziale. A quelli già citati come prioritari basterebbe aggiungere due ulteriori ambiti non certo secondari: il dissesto idrogeologico, che interessa attualmente il 10 per cento del territorio italiano, e il rischio sismico, che accomuna ben il 22 per cento del nostro territorio. Non ultimo, il problema dei pagamenti, che sta mettendo alle corde troppe imprese già in difficoltà. Anche su questo fronte – che per altro riguarda tutti i campi di attività in Italia – è stato richiesto un intervento in tempi non più dilazionabili da parte della componente politica.
E quali caratteristiche dovranno avere le imprese del settore costruzioni per sopravvivere alla crisi? Un primo profilo è stato tracciato dallo stesso Paolo Buzzetti: “In un mercato delle costruzioni che si caratterizzerà per dimensioni quantitativamente più ridotte rispetto agli anni passati e per una maggiore selezione dei prodotti dovranno essere premiate quelle imprese che, nel rispetto della legalità, sapranno proporre qualità del costruito, attenzione per l’efficienza energetica, bellezza architettonica, sostenibilità ambientale”. Qualche spunto ulteriore lo ha fornito Lorenzo Bellicini, amministratore delegato CRESME, che ha evidenziato come sia importante la capacità di risposta in tempi brevi alle numerose evoluzioni in atto.
“Il mercato non sta cambiando, è già cambiato! Bisogna solo rendersene conto. Nel progettare occorre sempre di più inserire il concetto di ciclo di vita. L’attenzione di chi acquista non è più limitata solo al costo iniziale del manufatto, ma si rivolge anche alle spese di gestione. Nel frattempo è però cresciuta fortemente la domanda di prodotti che potremmo definire low cost, che ormai rappresentano il 30 per cento del costruito”. La sfida, dunque, è quella di conciliare il contenimento dei costi con l’esigenza di nin compromettere il fattore qualità. Su questo ultimo aspetto l’intervento di Lorenzo Bellicini ha lanciato un nuovo fronte di dibattito che certo farà discutere.
“Siamo il secondo Paese al mondo per numero di imprese certificate ISO 9001 dopo la Cina e prima della Russia; e il settore delle costruzioni – tra i vari campi di attività economia - è uno dei più certificati in assoluto. Anche per le ISO 14001 siamo ai vertici mondiali, dopo Cina, Giappone e Spagna, ma nettamente prima di UK, Corea del Sud, Germania, Svezia, Francia… Dunque non dovrebbe esserci alcun problema di qualità in Italia. E invece, non è così… La realtà è che siamo un sistema di norme e non di controlli, di procedure articolate e difficili ma senza verifiche. E tutto ciò va a danno proprio della qualità. Prendiamo, ad esempio, il caso della certificazione energetica. Ad oggi la maggior parte delle Regioni non prevede controlli. E là dove sono stati effettuati – Lombardia, Piemonte e Calabria – molte certificazioni si sono dimostrate non conformi. All’estero le norme sono più semplici, ma controlli e collaudi sono ferrei e non si sgarra. E la situazione globale è migliore”.
La ricetta sembra essere semplice: meno norme, ma che siano davvero applicate. Il rischio, altrimenti, è quello di ottenere l’effetto contrario. “Nella situazione attuale – ha ammonito Alberto de Vizio – a vincere la competizione potrebbe essere il più scorretto. E la crisi, nel fare selezione, potrebbe alla fine premiare gli irregolari”. Non bastasse il danno, c’è perfino aria di beffa.


Mercato delle costruzioni
Per il 2016 si punta a quota 7 mila miliardi

Lo scorso 17 ottobre è stato presentato il terzo Rapporto Federcostruzioni/MADEexpo. In sintesi e con un titolo il documento potrebbe essere così riassunto: “Per vincere la crisi del settore ora serve una svolta politica”. Il comparto delle costruzioni è un sistema da 373 miliardi di euro/anno di valore con tre milioni di addetti (senza contare l’indotto). A differenza di molte altre attività, si tratta di una filiera a bassissimo livello di importazioni (il 3,3 per cento) con, al contrario, un’elevata propensione all’export che nel 2011 ha raggiunto i 54 miliardi di euro. E intanto il Cresme stima che per il 2016 a livello mondiale il settore delle costruzioni si punta a raggiungere quota 7 mila miliardi di euro in un quadro che vede Asia e Oceania in forte crescita con l’Europa che stenta a tenere il passo.
Secondo le ultime stime del CRESME, il mercato mondiale delle costruzioni ha raggiunto nel 2011 un valore complessivo pari a 5.570 miliardi di euro. L’apporto dei tre grandi capitoli di spesa – il residenziale, il non residenziale e le opere infrastrutturali – è oggi pressoché paritario.
Si stima, infatti, che a fine 2012 l’edilizia abitativa si sarà aggiudicata il 33,6 per cento dei nuovi investimenti, la realizzazione di edifici non abitativi il 32,3 per cento e il cosiddetto genio civile il restante 34,1 per cento. Non era così solo una decina di anni fa. Nel 2000 la fetta principale della torta (il 40,6 per cento) spettava alla costruzione di nuove case, a seguire il non residenziale con il 31,7 per cento e le opere infrastrutturali con il 27,7 per cento. Ecco, dunque, un fattore da sottolineare: la crescita del peso specifico delle grandi opere. In parte questa è una diretta conseguenza dell’implosione della bolla immobiliare negli anni più recenti. Ma certo ha contribuito molto anche lo spostamento del baricentro geografico degli investimenti. I Paesi emergenti – ormai emersi da tempo – hanno ancora evidenti esigenze infrastrutturali e proprio in questa direzione non stanno lesinando risorse, così come avviene nell’edilizia non residenziale. Le nazioni ancora in via di sviluppo – in particolare in Africa – hanno a maggior ragione un bisogno evidente di ponti, strade, infrastrutture di collegamento…
Il trend previsto per i prossimi anni sembra essere più che positivo. Sempre il CERSME stima una crescita mondiale del mercato delle costruzioni di oltre 4 punti percentuali a fine 2012; quindi qualcosina in più rispetto al progresso del PIL previsto su scala planetaria (più 3,8 per cento). Merito soprattutto delle opere pubbliche mentre per vedere un solido segno più nel comparto del residenziale occorrerà attendere il 2014. Anticipata di un anno la ripresa per il non residenziale, che già nel corso del 2013 dovrebbe segnare un più 5,3 per cento. Ampliando ulteriormente lo sguardo fino al 2016, per quell’anno è atteso un nuovo record: 7 mila miliardi di euro di valore complessivo del mercato mondiale delle costruzioni.
Per quella data il ruolo dell’Europa si sarà tuttavia fortemente ridimensionato. Lo spiega chiaramente il seguente dato. Il tasso medio annuo di crescita degli investimenti in costruzioni previsti nei prossimi cinque anni nel Vecchio Continente è pari all’1,2 per cento. In Asia e Oceania sarà, invece, del 6,1 per cento, in Sud America del 5,4 per cento (l’incremento demografico in atto trainerà la crescita del residenziale), in Africa del 5 per cento e nel Nord America del 3,9 per cento. Europa, dunque, nel ruolo di Cenerentola. Con il rischio che l’Italia non sia certo in grado di fare meglio.

 

 

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