08 - 2012 | L'intervento
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Gianni Verga: “L’obiettivo da raggiungere? Una nuova Legge Urbanistica Nazionale”

Il testo della proposta è stato elaborato sotto l’egida di Assoimmobiliare 

Davide Canevari

Obiettivo: aprire il dibattito. Con le istituzioni, il mondo politico, gli stakeholder del settore immobiliare, territoriale, ambientale… Discutere e confrontarsi per giungere alla definizione di una nuova Legge Urbanistica Nazionale.

È questa la ragione che ha riunito attorno ad un tavolo un gruppo di esperti del settore, sotto l’egida di Assoimmobiliare. Il testo finale è stato elaborato dal Comitato Proposte Normative Fiscali di Assoimmobiliare, avvalendosi degli esperti Gianni Verga (coordinatore dei lavori), Riccardo Delli Santi, Elisabetta Spitz, Bruno Barel.

“Abbiamo pensato che non fosse appropriato stendere un articolato – è il primo commento dell’ingegner Gianni Verga, incontrato dal nostro Giornale - proprio perché lo scopo condiviso era quello di aprire un confronto sui temi generali (principi uniformanti e procedure snelle) senza bloccarsi subito sugli aspetti particolari”.

Ingegner Verga, ma è davvero necessaria, oggi, una nuova Legge Urbanistica Nazionale?

Partiamo da un dato di fatto. L’ultimo precedente risale a 70 anni or sono: l’unica Legge Urbanistica Nazionale oggi in vigore è infatti datata 1942. Da allora molte cose sono evidentemente cambiate: sono nate le Regioni e sono cresciute sempre di più – con la riforma della Costituzione di dieci anni fa - le competenze in ambito locale.

Scendiamo un po’ più nel dettaglio del quadro normativo oggi in vigore.

Lo scorso anno abbiamo festeggiato i 150 anni dell’Unità d’Italia senza “renderci conto” che in tema di territorio ancora sono vigenti alcune leggi scritte proprio in quegli anni. Quelle stesse leggi convivono con altre risalenti al periodo a cavallo tra l’800 e il 900, altre ancora promulgate tra le due guerre (compresa la già citata legge fondamentale del 1942) e negli anni successivi fino ad oggi, sia prima che dopo l’avvento delle Regioni.

D’accordo mettere ordine. Ma nell’Italia dei mille campanili ha senso un approccio nazionale?

Il sistema dei principi e degli obiettivi generali non può essere difforme all’interno di una stessa Nazione, e tocca allo Stato dare questi principi. Poi, ciascun soggetto potrà declinarli in ambito locale. Prendiamo, ad esempio, la proposta di un Glossario nazionale che punta ad uniformare le definizioni su tutto il territorio. Non ha senso che lo stesso immobile sia misurato da una parte in metri quadrati, dall’altra in vani, in un’altra ancora in stanze… Oggi, invece, per effetto delle singole leggi regionali e dei singoli piani regolatori è così; ed è una Babele. Stiamo parlando, appunto, di principi generali, di “unità di misura”… non certo delle specifiche applicazioni. E questo ci porta ad un altro capitolo di riflessione: quello delle informazioni territoriali.

Da quale situazione partiamo?

Oggi le informazioni dal territorio e sul territorio sono le più disparate possibili. Spesso la cartografia e il catasto danno riscontri difformi e chi deve governare il territorio non ha modo di conoscere a fondo la situazione della popolazione e delle attività che ospita. Un sistema condiviso e implementabile da tutti va nella direzione della semplificazione delle informazioni e di una loro migliore fruizione.

Sta pensando a una sorta di Wikipedia del territorio?

Questo è lo spirito della proposta; una “carta di identità” che contenga per tutti le medesime tipologie di informazioni, che le fornisca e le gestisca nello stesso modo, e che sia implementabile da diversi soggetti. Non si tratta di inventare nuovi enti, ma di fare in modo che quelli già esistenti possano dialogare, comprendersi reciprocamente e perfettamente, con notevoli risparmi in termini di costo.

Per quali ragioni?

Attualmente, ogni volta che un Comune deve elaborare un nuovo piano urbanistico deve praticamente ripartire da zero nella collazione delle informazioni. È evidente che la disponibilità diretta e immediata di informazioni omogenee e aggiornate si tradurrebbe subito in un risparmio economico e in una maggiore efficienza.

Quale deve essere il ruolo della politica e in quale fase deve cominciare ad esprimersi?

La soluzione a cui è giunto il nostro tavolo di lavoro è che sin dalle fasi iniziali di una campagna elettorale, ogni candidato dovrebbe inserire esplicitamente nel suo programma una proposta per un piano urbanistico e strategico, con una chiara definizione di tutti gli interventi previsti durante la legislatura. Poi saranno gli adempimenti amministrativi e i piani attuativi a concretizzare questo impegno, ma lo stesso deve essere esplicitato fin dall’inizio.

C’è poi l’aspetto qualità…

È chiaro che la definizione di un parametro base nazionale – che deve rifarsi a obiettivi di carattere sociale, economico, eccetera – non è cosa né facile né  scontata. Proprio per questo è importante attivare un dibattito preliminare tra le varie componenti in campo. L’obiettivo finale è comunque esplicito: tutti gli interventi messi in atto devono dimostrare che stanno apportando un miglioramento al territorio.

Strettamente connessa con questo aspetto, è anche l’esigenza di semplificare le procedure e ridurre i tempi. Possibili soluzioni?

Quando c’è da esaminare un progetto o una proposta si convoca una Conferenza di Servizio pubblica alla quale devono partecipare tutti i soggetti istituzionali coinvolti; nessuno ha un diritto di veto in assoluto e ognuno può portare avanti la propria posizione. Al termine della Conferenza dei servizi si assume una decisione – per il sì o per il no – e quella è, senza ulteriori ripensamenti o cambiamenti in corso.

Un altro interessante passaggio della proposta riguarda la sussidiarietà tra pubblico e privato.

Non devono esserci più prerogative assolute ed esclusive del pubblico e altre che lo sono del privato. Stiamo parlando di un bene di proprietà pubblica? Ebbene, anche un privato deve poter avanzare una proposta di utilizzo di quell’area o di quell’edificio. Anche in questo caso, naturalmente, condiviso questo principio di fondo vanno costruite le regole.

Torniamo al punto di partenza: la frammentazione dell’attuale quadro normativo e la necessità di convivere con leggi scritte anche un secolo e mezzo fa…

Come detto il quadro di riferimento non è certo facile. Quattro periodi, quattro momenti storici, quattro culture e impostazioni politiche profondamente diversi tra di loro – il pensiero post rinascimentale, il liberal-democratico fino al termine della Pima Guerra Mondiale, il Ventennio, la Repubblica – hanno generato una frammentazione legislativa statale tuttora vigente con sovrapposizioni e contraddizioni. Non che il passato sia tutto da buttare. Proprio l’ultimo articolo di una legge del 1865 sulle opere pubbliche (in alcune sue parti ancora vigente) citava: “sono automaticamente abrogate tutte le leggi in contrasto”. Poche semplici (e sagge) parole. Se tutti gli altri provvedimenti scritti nei decenni seguenti avessero adottato questa formula oggi il quadro di riferimento sarebbe meno complesso e ci sarebbe stata una sana e onesta pulizia.

Colpisce un fatto. In questa proposta non c’è nulla di straordinariamente innovativo o di rivoluzionario: solo del buon senso. Possibile che anche il buon senso vada normato e regolato?

Una volta nei capitolati di gara bastava scrivere “a perfetta regola d’arte” e il resto era lasciato, appunto, al buon senso e alla professionalità. Poi, c’è stata una sempre più invasiva discesa nel campo del dettaglio… fino ad andare, spesso, in contrasto con il buon senso. La cultura anglosassone è molto più aperta della nostra al concetto di risultato (è quello che conta); noi invece siamo più ingabbiati nel rispetto delle regole e nelle verifiche… e alla fine i timbri valgono più degli stessi risultati. Nella nostra proposta abbiamo cercato di superare questa tentazione, dando come principio generale quello della qualità e della prestazione e cercando di lasciare una certa discrezionalità su come ottenerle.





 

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