08| 2012 - Editoriale
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Ricerca e innovazione, ingegneri pronti alla sfida

prof. ing. Pierangelo Andreini

Nell’attuale contesto economico, privo di liquidità adeguata a risolvere gli angoscianti problemi dell’euro, dello spread e della speculazione finanziaria, la questione di fondo è se il Sistema Paese è in grado di rendere disponibili nuove risorse e progetti per superare la crisi e riprendere lo sviluppo. E ciò ripartendo da settori tradizionalmente solidi, come il manifatturiero, ma sapendo cogliere tutte le opportunità che propongono la green e la soft economy.

Da tempo, infatti, si ripete sterilmente che per uscire dalla recessione occorre una politica per la crescita, più forte e risoluta, che punti su ricerca, innovazione, istruzione, sicurezza, sostenibilità, infrastrutture, riduzione dei costi pubblici e dell’energia, internazionalizzazione, made in Italy, turismo e beni culturali, rilancio del Mezzogiorno, tutela della legalità. E che punti, in particolare, sui servizi alle imprese, la cui carenza è tra le cause della scarsa competitività italiana e della congiuntura in atto.

E’ il presupposto di base che, con i temi in agenda, anche il 57° Congresso Nazionale degli ingegneri non manca di indicare: la crescita,  nei tre grandi settori di intervento della categoria, costruzioni, informazione e industria, cruciali per lo sviluppo della professione, la sostenibilità, la prevenzione e la gestione delle emergenze ambientali, la tutela del cittadino. Al summit di Rimini gli oltre 1500 delegati degli ordini provinciali entreranno così nel vivo del problema e potranno dibattere i molteplici aspetti dell’intera questione. 

Sarà un confronto di grande significato e  valenza strategica, perché in questa difficile transizione, che sta mutando radicalmente lo scenario internazionale, ridefinendo i rapporti di forza tra le varie aree del mondo, sono le categorie produttive  quelle che possono più utilmente discutere strategie e ruoli per incrementare la competitività dei sistemi paese e per  assicurare livelli di sviluppo, occupazione, protezione sociale e ambientale, adeguati o comunque accettabili. Ciò, tanto più in Italia, dove la finanza speculativa ha vanificato anni di progressi, innescando una recessione che dal settembre 2008 ad oggi ha determinato una contrazione del pil arrivata al 10%. Con questo mettendo a nudo le carenze strutturali del Paese,  che  persevera nel rinviare il conto con i propri storici vizi: un’amministrazione pubblica ingombrante, costosa, incapace di pagare i suoi debiti, alimentata da un fisco esoso oltre ogni limite, una burocrazia soffocante, stratificatasi nei decenni e  mai realmente scalfita, che per i suoi adempimenti costa decine di miliardi in più rispetto ai migliori esempi del resto dell’Europa.

In effetti, nonostante i grandi, rapidi mutamenti che negli ultimi tempi hanno trasformato nel mondo le società e l’economia, le nostre istituzioni evolvono molto lentamente. Per conseguenza il  Paese, sfibrato dalla perdurante  congiuntura e duramente provato da ripetute sciagure, tra cui l’ultima che ha colpito l’Emilia, appare debole e incapace di traguardare con efficacia le sfide a lungo termine della globalizzazione, della pressione sulle risorse, dell’invecchiamento. Al contrario, per superare l’impasse occorrerebbero drastici interventi, in ogni caso molto più incisivi degli attuali, ed immediati. Perché il problema  è riavviare da subito la ripresa, altrimenti il finanziamento di un paese ad alto debito pubblico come il nostro rischia di divenire insostenibile. Come insostenibile rischia di diventare la ricaduta sull’occupazione, che  l’anno prossimo potrebbe registrare un milione e mezzo di posti di lavoro in meno rispetto al 2008.

E di fatto, a causa della recessione,  il nostro sistema produttivo è  in drammatica evoluzione. Molte  aziende hanno chiuso o rischiano di chiudere e quelle che crescono e che, nonostante la stretta del credito e di liquidità, hanno successo sui mercati globali, impiegano in proporzione crescente personale altamente qualificato ed hanno bisogno di competenze sempre nuove e di servizi specializzati.

Dunque, è essenziale soddisfare la loro richiesta di servizi e di tecnici di alto profilo, che siano costantemente aggiornati, ma a tal fine si devono sciogliere due nodi difficili da districare, cronicamente trascurati, che anche gli ultimi provvedimenti del Governo affrontano molto debolmente: quello della  ricerca e innovazione  e quello della formazione. Sono le due leve di fondo che è necessario azionare con maggior forza e determinazione per avviare su basi solide la ripresa. 

L’innovazione, infatti, ovvero la capacità del sistema economico di generare e assorbire innovazione tecnologica, e normativa, è un nostro endemico  punto di debolezza, anche per la modesta entità della  spesa complessiva in ricerca e sviluppo (pubblica e privata).  Essa, in percentuale del Pil, ci colloca ora in 18-sima posizione in Europa,  ben distante dagli standard europei più virtuosi. Non deve  sorprendere quindi  la bassa produzione di brevetti del Paese, circa 70 per ogni milione di abitanti, contro i 260 della Germania, i 230 della Svezia o i 120 della Francia. E questi numeri, nonostante l’avversa congiuntura,  stanno crescendo a livello mondiale, con una posizione di primo piano dell’Estremo Oriente, unitamente  agli investimenti in  R&S, specie nel settore energetico. Mentre l’Italia è l’unica tra le maggiori economie a lesinare le risorse destinate al settore.

Altrettanto  critico è il nodo dell’istruzione, che non  valorizza adeguatamente  il capitale umano  per stimolare la capacità innovativa del Sistema Paese. La velocità del cambiamento è tale che le politiche di formazione dovrebbero essere costantemente innovate, favorendo un più diretto contatto di scuole e università  con il mondo della produzione funzionale al miglioramento della competitività dei territori. L’incontro tra domanda e offerta dei nuovi laureati è la prima via per ritrovare competitività. Ciò nonostante, da un lato l’offerta universitaria, anche dopo la riforma del  3+2, fatica a fornire le competenze richieste dal mercato. Dall’altro il sistema produttivo non è in grado di assorbire l’aumento dell’offerta di laureati, la quale a seguito della riforma ha raggiunto livelli numerici simili alla media Ue.  Questo, complice la crisi, si traduce in elevata disoccupazione, ma pure in un incremento di remunerazione assicurato dalla laurea inferiore agli altri paesi europei e a quello assicurato dalle lauree preriforma.

Formazione e Ricerca sono quindi aspetti cruciali  e due priorità per il progresso delle  istituzioni e per supportare le imprese con servizi altamente qualificati, rispondenti  alle esigenze di una competizione globale e sostenibile. Questo perché in realtà, a segnare la differenza tra noi e i migliori competitor europei è frequentemente proprio il gap di efficienza dei servizi e non la qualità delle imprese. In vero, nel passato decennio  molte imprese italiane hanno saputo abbandonare le produzioni di massa, specializzandosi in quelle a più alto valore aggiunto con soluzioni innovative, approcciando le esigenze dei committenti e valorizzando le identità locali. Così il manifatturiero ha conservato posizioni di tutto rispetto, e dove è arretrato è stato spesso a causa della migliore efficacia dei servizi che sussidiano le produzioni estere.

Ma ciò non vale per i servizi tecnologici, di ingegneria in particolare, e per quelli singolarmente erogati dagli ingegneri. Professionisti gravati da compiti e responsabilità ben maggiori di quelle di ieri, di natura giuridica, oltre che tecnica, ma anche organizzativa ed etica, e chiamati ad operare in un mercato dinamico, che richiede raffinate competenze gestionali e specialistiche, con forme temporanee di impiego, anche per profili di alto livello di formazione. Basti pensare alle conoscenze necessarie, in un sistema globale, per la ricomposizione dei processi produttivi lungo le catene del valore, che esige, oltre ad elevate capacità organizzative e manageriali per coordinare unità produttive e di servizio dislocate in Paesi e sistemi diversi, molteplici competenze in ricerca, progettazione, design, produzione, controlli, logistica, distribuzione, assistenza post vendita, assicurazione e finanza.

E’ importante, quindi, che gli ingegneri accentuino le loro conoscenze ed esperienze trasversali in senso manageriale e progettuale,  assimilando il concetto di sostenibilità dell'innovazione e  con grande attenzione all'affidabilità e  alla gestione del rischio, in particolare collettivo. Questo per operare con efficacia crescente all’interno o a supporto di organizzazioni complesse nella realizzazione di infrastrutture, impianti, edifici, sistemi, componenti che richiedono collaudi sotto profili diversi da quello strettamente tecnico, con ampia visione e minore schematismo nell’affrontare e risolvere i problemi.

Perché la crescita sia duratura e sostenibile occorre infatti una grande lungimiranza, scommettendo sull’ innovazione continua di beni e processi per  trasformare costantemente il sistema produttivo alla ricerca di tutti i potenziali vantaggi competitivi. 

L’evento riminese potrà dire molto sul ruolo e l’apporto che può dare in tal senso l’ingegneria italiana e sulla inadeguata attenzione che le riserva la Politica, non sempre attenta alle sollecitazioni dei tecnici. E troverà nei prossimi numeri del Giornale e delle sue Newsletter uno strumento per consentire alla Categoria  di conoscerne gli esiti, di proseguire il dibattito e di entrare nel merito delle problematiche che sta ora vivendo. E’ un compito che questo periodico si è costantemente prefisso ed è un compito oggi più che mai importante, per la crucialità delle sollecitazioni e delle scelte.

 

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