07-2012 | Pensieri in Libertà
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Perché suona la campana?

dott. ing. Franco Ligonzo

Oggi, qui da noi, la campana sta suonando per l’aggravarsi di diverse forme di dualismo: nella distribuzione del reddito e della ricchezza, nelle aspettative di sicurezza fra generazioni, nell’accesso al lavoro fra Nord e Sud,  nell’ascesa sociale da cui milioni di disoccupati-sfiduciati-precari sono esclusi, nell’economia fra mafie e legalità. Ma, attorno a noi, stanno suonando anche altre campane. Nel Sud Europa, suona forte la campana per la tenuta della stessa Unione e per la sostenibilità del modello di stato sociale. Nel Nord Africa, suona la campana per una primavera “gelata” dal disinteresse generale, per la pressione delle popolazioni del Centro Africa e per quella di nuovi colonialismi. Nel Mondo globalizzato, suona la campana per tante teorie macro-economiche contraddittorie e inefficaci, per un libero scambio senza regole e senza etica, per l’economia reale schiacciata da quella finanziaria.
è inutile chiederci “Per chi suona la campana?” Ricordando Hemingway, la risposta è ovvia, ma dobbiamo essere coscienti del fatto che oggi, più che mai, la nostra risposta incide sul presente di milioni di disoccupati-sfiduciati-precari e sul futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti. E dobbiamo rispondere proprio ora perché oggi, dopo quasi un secolo, siamo nuovamente sull’orlo dell’abisso.

Sarebbe giusto chiederci “cosa rispondere?” Ma non c’è una risposta uguale per tutti.
Mi sembra comunque utile chiederci “come rispondere?” Non è molto, ma almeno può evitarci alcuni errori di approccio, talvolta già commessi nel passato.

Sarebbe sbagliato prestare attenzione solamente alla campana più vicina. Bisogna prestare ascolto anche a quelle lontane, infatti i problemi di una parte sono sempre speculari a quelli di un’altra. Se consideriamo l’età della popolazione, tutta l’Europa occidentale sta invecchiando, ma l’Europa dell’Est e il Nord Africa sono pieni di giovani. Se consideriamo la domanda d’infrastrutture, d’energia, di beni, i mercati dell’Europa occidentale sono saturi, ma quelli dell’Est e del Nord Africa non lo sono.
Se consideriamo la potenzialità di sviluppo, l’Europa occidentale è ricca di know-how, ma la domanda è altrove.  Non c’è scelta fra isolarci o stare insieme al resto del mondo; “stare insieme” non è una questione di convenienza, ma di necessità.

Sarebbe sbagliato farsi intimidire dalle difficoltà nello stare insieme. Di primo acchito, vengono in mente le differenze culturali e religiose, ma è un falso problema. Le storie del nostro Mezzogiorno, della Sicilia, della Grecia, della Spagna, dell’Africa mediterranea insegnano che queste sono stati, per secoli, luoghi di sviluppo di produzioni e di saperi importati, centri di scambio di merci, società miste fra cattolici, ortodossi, musulmani, ebrei, pacifiche anche senza integrazione.
Almeno fino alle Crociate cristiane e alle Jihad islamiche. Vengono in mente anche le paure del “ricco” verso il “povero”, siano essi persone, regioni, stati, continenti. Capita fra noi, fra il nostro Nord e il Mezzogiorno, fra Germania e Grecia, fra Europa e Africa. Eppure, anche in questo caso, la storia insegna che la ricchezza cresce solamente se è investita nel creare altra ricchezza, che l’equilibrio statico, come potrebbe essere quello di un modello chiuso di Comunità Europea, è foriero di decadenza. Occorre essere aperti a vantaggio di entrambe le parti, avere fiducia e coraggio.

Sarebbe sbagliato avere paura della concorrenza dei nuovi paesi industrializzati. La migrazione delle produzioni c’è sempre stata. Nel Medioevo, la produzione della seta è passata dall’Oriente, al Mezzogiorno, al Nord Italia (notare la sequenza). Sempre nel Medioevo, i trasporti marittimi sono passati dai Veneziani e Genovesi ai Portoghesi e Olandesi perché, a un certo punto, i primi trovarono troppo faticoso fare i marinai e preferirono essere mercanti e cambia valute; poco dopo, Portoghesi e Olandesi li soppiantarono anche come mercanti e cambia valute. Il problema nacque e nasce quando si rinuncia a competere in un ruolo, se ne sceglie un altro e poi, ancora, non si riesce a difenderlo, o a svolgerlo per mancanza di know-how, o altro. Infatti, proprio oggi, noi stiamo assistendo allo sforzo di reindustrializzazione degli States.

Sarebbe sbagliato rinunciare a crescere e cullarci sul nostro benessere. Già prima del passaggio dalla Lira all’Euro, l’Italia riusciva a competere e a crescere solamente ricorrendo di tanto in tanto alla svalutazione della Lira; con la moneta unica avrebbe dovuto trovare un altro modo di competere, ma non l’ha fatto. Poi la globalizzazione e la crisi hanno fatto il resto.

Da oltre una decina d’anni noi non cresciamo, ma alcune migliaia di imprese ci sono riuscite. Sono la classica eccezione che conferma la regola; sono soprattutto imprese di medie dimensioni in grado di fare innovazione di prodotto, di processo, di organizzazione, orientate all’export, disposte a cambiare. Esse dimostrano che non tutto è perduto ma quelle eccezioni debbono diventare la regola. D’altra parte rinunciare a crescere  non garantisce il mantenimento dello status quo, ma porta al declino.
In Italia, ogni anno, decine di migliaia di laureati vanno a “crescere” all’estero; con noi rimangono i vecchi e quelli che non vogliono, o non possono, cambiare. Per non cambiare noi stessi, ci siamo inventati ogni sorta di alibi: è colpa del costo del lavoro, è colpa del Sistema Paese, è colpa delle Banche, ecc.. Non è mai colpa nostra.
Da un pezzo è venuto il momento di guardarci allo specchio e cambiare. Forse non ci vorrebbe neppure molto; basterebbe che ciascuno facesse bene il proprio mestiere, sapesse un po’ di storia ed evitasse certi errori, avesse più fiducia e più voglia di mettersi in gioco, fosse più giovane, almeno nello spirito. Non ce lo chiede l’Europa o il Premier Monti, ma ce lo chiede qualche milione di disoccupati-sfiduciati-precari, i nostri figli e i nostri nipoti. 

 

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