07-2012 | Crisi o Crescita
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Verso la società dell’abbondanza e della precarietà?

prof. dott. Giuseppe Lanzavecchia

Si è presa coscienza in tutto il mondo, compreso l’Occidente e la stessa Europa, della crisi e, vagamente, di cosa sia; anche se Albert Einstein lo aveva spiegato in modo così chiaro che qualsiasi cittadino – compresi  i politici, italiani o tedeschi o americani – lo avrebbe dovuto capire.
"Non pretendiamo che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi può essere una grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi.

La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è l'incompetenza. Il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita ai propri problemi.

Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia.

Senza crisi non c'è merito. è nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze”.
“Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.” (1)
L’intervento si articolerà in una serie di articoli, dei quali questo è il primo, che esamineranno gli aspetti più rilevanti della crisi e, implicitamente, cosa si dovrebbe fare per superarla.

L’aspetto saliente della crisi: la guerra delle idee
La crisi è scatenata da molte diverse cause, alcune manifeste – come la stupidità della finanza – altre meno e altre ancora, pur essendo pesantemente segnalate da eventi, comportamenti, pensieri, non vengono neppure considerate come cause. Stiamo vivendo una rivoluzione culturale che sconvolge e trasforma la società umana con un conflitto drammatico tra chi – piuttosto inconsciamente – gestisce il cambiamento in atto e chi lo rifiuta e vorrebbe che si limitasse ad un intervento cosmetico che lascia inalterato lo stato delle cose.
Nel 1992 Samuel P. Huntington, in una conferenza all’American Enterprise Institute, affermò, che le identità culturali e religiose dei popoli sarebbero state le cause principali di conflitto dopo il periodo della “Guerra fredda”. Huntington sviluppò nel 1993 questa idea nell’articolo “The Clash of Civilizations” (2) – in risposta al libro di Francis Fukuyama “The End of History and the Last Man” (3) – idea che poi espanse in un libro (4). Mentre molti, come Fukuyama, ritenevano che diritti umani, democrazia liberale e libera economia di mercato fossero le sole alternative ideologiche rimaste, Huntington pensava che l’era delle ideologie fosse finita e che i conflitti fossero piuttosto culturali e religiosi, essendo oramai questi gli aspetti primari caratterizzanti l’identità dei popoli. Nel suo lavoro del 1993 dice: “La mia ipotesi è che, per l’umanità, la causa prima di conflitto non sarà ideologica o economica, ma culturale. Le nazioni rimarranno gli attori delle attività e i conflitti politici si scateneranno fra nazioni e gruppi di civiltà differenti. Lo scontro tra le civiltà dominerà le politiche globali e le linee di demarcazione fra le civiltà saranno quelle delle battaglie future”.
Molti non accettarono – e non le accettano tutt’ora – né la posizione di Huntington né quella di Fukuyama come, ad esempio, Youssef Courbage e Emmanuel Todd (5), che affermano che “Non ci sarà alcuno scontro di civiltà. Quello che si profila è al contrario un potente movimento di convergenza su scala planetaria nella comune direzione del progresso, e il mondo mussulmano non sfugge alla regola.” Avevano ed hanno ragione e torto tutte e tre le concezioni, le quali, soprattutto, sono insufficienti a descrivere appieno la situazione reale assai più complessa e, allo stesso tempo, più semplice di quella semplicistica di Huntington, Fukuyama e Courbage. Si osserva infatti sia la convergenza di tutto il mondo sullo schema occidentale, sia l’espansione di democrazia ed economia di mercato, sia i conflitti ideologico-religiosi in Bosnia, nel Magreb, nel Sudan. Tutto il mondo è tuttavia impegnato in una serie innumerevole di conflitti – spesso anche aspri – tra modi diversi se non opposti di concepire stili di vita, valori, soluzione dei problemi, senso di appartenenza i quali, oltre a riguardare paesi diversi, dividono drammaticamente i paesi stessi, come avviene per inglesi e scozzesi, belgi e fiamminghi, padani e italici, per non parlare del modo di concepire realtà, eventi, fenomeni, idee quali, ad esempio, l’ambiente, le risorse, lo sviluppo o la decrescita, la scarsità e l’abbondanza, in una vera e propria guerra delle idee.

La guerra delle idee: la frantumazione dei popoli
Chi scrive ritiene che questa guerra – assai più dei conflitti tradizionali che hanno contrapposto, e continuano a farlo, i popoli – sia la causa principale dell’attuale crisi che colpisce tutto il mondo, perché coinvorge ogni decisione, azione, concezione e finsce per bloccarle e comunque frenarle e rivederle continuamente, in una società globale in evoluzione spasmodica ove si richiede invece di adattarsi prontamente ai cambiamenti pena il rimanere sempre più arretrati, incapaci di competere sul piano economico e ancor più su quello culturale.
Il crinale che separa, in ogni aspetto del vivere e del fare, i contendenti di questa guerra vede da un lato i sostenitori della società tradizionale della gente che si affida al proprio sentire, al senso comune, all’intuito, al sapere accumulato e alla cultura dei padri e del “villaggio”, ai valori che garantiscono il senso di appartenenza, ai principi ideologici che garantiscono cosa è bene e cosa male e possono – anzi debbono – indirizzare nelle scelte; mentre dall’altro lato c’è una società emergente che vuole essere razionale, in termini tecno-scientifici, che vuole uscire dal “natio borgo selvaggio” e che finisce per mettere in discussione qualsiasi principio della società tradizionale, non tanto per demolirlo quanto per aggiustarlo in base alle nuove conoscenze che via via si accumulano.
Da una parte il sentire della gente – la democrazia – indica vie non più coerenti col mondo globale e con quello tecno-scientifico; dall’altra, una diversa concezione democratica porta a combattere l’accettazione di indirizzi ideologici non fltrati da analisi razionali.

La guerra delle idee: le risorse
Un caso emblematico di questa guerra è dato dalle  risorse. Il senso comune – e con esso anche la stessa scienza ufficiale, ancora incrostata di credenze millenarie non verificate perché ritenute ovvie – dice che le risorse ci sono offerte dalla natura, che alcune (sostanziamente quelle connesse alla radiazione solare) sono rinnovabili e le altre invece si consumano col loro impiego. Per la posizione tecno-scientifica le risorse sono state praticamente tutte inventate dall’uomo, che continua a inventarne (6) – si pensi al silicio per l’elettronica, al fullerene e al grafene, al torio per le centrali nucleari, al gas dagli scisti (7) – non scompaiono ma si trasformano, le rinnovabili abbisognano di altre risorse e pertanto non sono tali (8); le nanotecnologie consentiranno di usare gli atomi come materia prima e quindi le risorse materiali non si consumano; se l’efficienza d’uso delle risorse cresce più del loro consumo la quantità delle risorse aumenta (6). I primi predicano la parsimonia (9), gli altri le strategie per avere risorse a sufficienza (10) a dimostrazione che i calcoli drammatici degli ambientalisti sono errati, compresi quelli della cosiddetta “impronta ecologica” (11).
Le conseguenza estreme di queste considerazioni antitetiche sono la proposta della decrescita dell’economia nella concezione di una ecologia profonda (12), o viceversa la prospettiva di una società dell’abbondanza (13). E’ l’innovazione che gioca il ruolo essenziale nella disponibilità delle risorse: qualche decennio fa si temeva la crisi dell’argento indispensabile per la fotografia, oggi, con la riproduzione elettronica delle immagini, fallisce la Kodak; più grave il caso del cibo e della fame del mondo che si è combattuta con le rivoluzioni verdi e le nuove tecniche di coltivazione (14) e, in futuro, con la produzione di cibi artificiali e sintetici. La guerra di idee tra chi concepisce una società in continuo sviluppo e chi teme l’esaurimento delle risorse è probabilmente vecchia quanto l’uomo; in ogni caso la terra, che nutriva 10000 anni fa 5 milioni di persone, ne nutre oggi quasi 10 miliardi, sempre più ricche.
Un fautore della crescita continua è stato uno studioso, Herman Kahn, (15), intelligente e creativo anche se, per certi versi, indisponente. Lo conobbi e diventammo amici nel 1980, pochi anni prima che morisse ancora giovane; “Thinking about the unthinkable in the 1980s” (16) e “World Economic Development: 1979 and Beyond” (17) sono stati per anni tra i miei “livres de chevet”. In Italia chi pensa oggi a una possibile decrescita è Domenico De Masi, un altro caro amico (18), il quale dice “Il Governo parla sempre e solo di crescita ... ma siamo certi che ci attende un'ulteriore crescita? ... ricorderei al nostro Governo che ... è prudente allestire un "piano B", basato sull'eventualità di una decrescita che ci costringa a ridistribuire il lavoro, la ricchezza, il sapere, il potere, le opportunità e le tutele.” Infine, è di moda predicare la sostenibilita degli interventi e indicare come misurarla (19) con l’impronta ecologica; ma le risorse si inventano, si creano, si trasformano, e allora la scienza dice che questi sono soltanto dei giochi, poco seri.

prof. dott. Giuseppe Lanzavecchia
Università di Urbino


Bibliografia

(1) Fratelli della costa – Tavola di Messina “La crisi secondo Albert Einstein” 2012
(2) S.P Huntington “The Clash of Civilizations?” Foreign Affairs, vol. 72, no. 3, Summer 1993, pp. 22–49
(3) F.Fukuyama “The End of History and the Last Man” Free Press, 1992.
(4) S.P. Huntington “The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order” New York, Simon & Schuster, 1996
(5) Y.Courbage, E.Todd “L’incontro delle civiltà” Tropea 2009
(6) U.Colombo, G.Lanzavecchia  “Saggio introduttivo. Le risorse del pianeta” in Grande Dizionario Enciclopedico, Scenari del XXI Secolo, UTET, Torino 2005, pp 4-29
(7) R. Gianoli “Shale gas: rivoluzione energetica o rimedio peggiore del male?”www.arpa.umbria.it/resources/docs/micron%2016/MICRON_16_8.pdf
(8) G.Lanzavecchia “Un piano per l’energia. Strategia energetica: una premessa e una proposta” iL Giornale dell’Ingegnere, n 5, 2012. pag 1 e 4
(9) Editorial “Climate change dialogues” Nature Geoscience 5, 301, (2012) Published online, 30 April 2012
(10) < Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. "> Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. > “Managing the resource revolution” McKinsey Quarterly,  4 January 2012
(11) B.Lomborg “Eco-crunch, basta allarmismi” Il Sole-24 Ore 19.04.2009,
(12) A.Pascale “Gli egoisti della decrescita. Filosofi, intellettuali, editori invitano a rallentare; ma chi è indietro ha il diritto ad accelerare” Corriere della Sera. Il Club de La Lettura, Dibattito
G.Dalla Casa “L'ecologia profonda. Lineamenti per una nuova visione del mondo” Arianna Editrice 2012
S.Veronesi “Nessun egoismo, decrescere è sano. Replica. Chi chiede a tutti di correre meno non vuole lasciare indietro gli altri. Vuole abitare un mondo migliore” Corriere della Sera, Il Club de La Lettura
(13) P.H.Diamandis, S. Kotler “Abundance. The future is better than you think” Free Press 2012
(14) L.Dello Iacovo “L’agronuvola che rispetta le coltivazioni” Il Sole 24
(15) Wikipedia “Herman Kahn” 2012
(16) H.Kahn “Thinking about the unthinkable in the 1980s” Simon ans Schuster 1984
(17) H.Kahn “World Economic Development: 1979 and Beyond” William Morrow 1979
(18) L.Palmisano “La rete: nuova chance occupazionale per i giovani. L’analisi di Domenico De Masi, professore di sociologia a La Sapienza” Eco – news, venerdì 1 giugno 2012
(19) J-P.Fitoussi “Misurare la sostenibilità” Il Sole 24 Ore, 3 giugno 2012

 

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