06-2012 | Attualità
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Trieste, la grande sfida dall’Area Science Park

Davide Canevari

La ricerca italiana non sembra forse godere di ottima salute… Eppure, proprio dal settore salute la nostra R&S sta traendo soddisfazioni e riconoscimenti a livello internazionale. E ancora di più potrebbe trarne nell’immediato futuro. Mettendo da parte i giochi di parole – la cosa è chiaramente molto seria – è questo lo spunto dal quale è partito l’incontro del Giornale dell’ingegnere con il professor Adriano De Maio, a pochi mesi dalla sua nomina a presidente dell´Area Science Park di Trieste.

Professore, prima di scendere nello specifico di questa nuova sfida, diamo uno sguardo generale al settore. Le risorse - in particolare proprio per la ricerca - sembrano essere sempre meno. Su quali filoni potrebbe puntare, a suo avviso, il nostro Paese, per tradizione e competenza, o perché offrono ancora margini di promettente sviluppo?

Nell’ambito della salute siamo ancora molto forti. Abbiamo competenze scientifiche, tecnologiche e anche pratiche (nonostante gli scandali della malasanità che di tanto in tanto esplodono) di assoluto rilievo. Abbiamo centri di altissimo livello dal punto di vista diagnostico e terapeutico. Abbiamo capacità riconosciute a livello mondiale nel campo delle biotecnologie, nei vaccini e nella farmacopea, anche se siamo stati depredati (con nostre responsabilità) dalle multinazionali straniere di molti dei risultati ottenuti. Nella salute – volendo – potremmo davvero riuscire ad attrarre dall’estero risorse umane di alto livello.

Però sta ancora usando un verbo al condizionale…

Posso passare all’indicativo con un caso concreto. Come Centro Europeo di Nanomedicina dopo aver presentato i nostri progetti di ricerca e il board dei nostri ricercatori, abbiamo ricevuto da tutto il mondo 92 application, tutte di altissimo livello (soltanto due di queste non hanno superato il primo esame). Un terzo di queste è stato presentato da italiani residenti all’estero, il resto da stranieri. Abbiamo invitato i 15 giudicati più meritevoli per un seminario di approfondimento e per dibattere a fondo i temi della ricerca sui quali siamo impegnati. Tutti i soggetti invitati hanno risposto positivamente. E si trattava di ricercatori provenienti da Stati Uniti, Canada, Asia, Germania, Inghilterra, Francia. Questo è qualcosa di tangibile e concreto!

Altri settori nei quali l’Italia può dire la sua?

I materiali. Forse in questo campo non abbiamo la stessa visibilità della salute, ma siamo comunque ben posizionati. Non dimentichiamoci i Natta...

Un ricordo che, purtroppo, va indietro nel tempo di mezzo secolo!

La storia e la scuola sono comunque importanti nella ricerca. Nei materiali il nostro know-how e le nostre competenze sono riconosciuti fin dagli anni Sessanta, e questa non è poca cosa. Da allora abbiamo continuato a fare ricerca e ad ottenere risultati, pur non ottenendo altri premi Nobel. Tra le cause non dimentichiamoci la debolezza politica del nostro Paese. Anche per concorrere ai Nobel occorre essere forti come sistema Paese, al di là della qualità delle proprie ricerche.

Salute, materiali, e poi?

I nostri progetti aerospaziali sono eccellenti e spesso presi a modello su scala internazionale. Un ulteriore campo di rilievo, nel quale possiamo vantare un’ottima esperienza lungo tutta la filiera, è quello dell’agricoltura, nonostante la scelta di abbandonare la strada degli OGM. Poi, citerei altri settori fortemente applicativi, con una ricerca molto focalizzata. Ad esempio, metallurgia e meccanica di alta precisione. Siamo veramente bravi in tutti quei settori nei quali non serve fare massa; siamo artigiani di altissimo livello.

Quindi qualcosa di buono c’è, anche se a far notizia è (quasi) sempre il suo contrario.

Infatti, occorrerebbe un’inversione di approccio. Noi tutti dovremmo partire da una scansione delle cose che funzionano nella ricerca (anziché da ciò che non va) e su quelle poi concentrare la nostra attenzione. Il problema è che non siamo in possesso di un sistema di valutazione e di riconoscimento adeguati. Così come non esistono strumenti validi che possano indurci a fare sinergia, a collaborare, a conoscerci meglio. Si pensa di poter supplire a questa mancanza attraverso gli incentivi alle fusioni, ma così facendo si premia solo un fattore dimensionale. Operare in termini di filiera non significa necessariamente doversi aggregare. Allo stesso tempo, le dimensioni medie o piccole delle strutture non vanno automaticamente intese come una minaccia o una debolezza. L’innovazione è fatta di qualità, non di quantità. Come Italiani, poi, abbiamo un altro punto di forza a nostro favore: la cultura classica, che ci aiuta a gestire sistemi complessi e favorisce il ragionamento sintetico piuttosto che analitico. Fino a poco tempo fa in campo scientifico potevano prevalere le capacità analitiche (che ci vedevano sfavoriti). Ora sempre più si fa strada e trova applicazione la capacità di sintesi.

Scendiamo ora nello specifico dello Science Park di Trieste? Quali sono i punti di forza, soprattutto in una vision internazionale?

Penso sia uno dei pochi parchi scientifici e tecnologici che ha davvero la possibilità di svilupparsi in Italia. Perché è nato bene: vicino a centri di ricerca già affermati, a università con capacità riconosciute, inserito in un tessuto imprenditoriale attivo e collegato con un’amministrazione locale molto sensibile. Queste componenti – indispensabili - c’erano fin dall’inizio del suo percorso, non è stato necessario creare le sinergie dal nulla. Aggiungerei anche la componente finanziaria, che completa il tutto e fornisce un indispensabile sostegno strategico.

Per ulteriori dettagli e curiosità su alcune case history particolarmente significative sul versante innovazione si invita alla lettura del box pubblicato in questa pagina.

Come si può vedere, a oggi, i risultati non sono certo mancati…

Eppure sono convinto che molte potenzialità siano ancora inespresse. C’è un altro caso che vorrei sottolineare a testimonianza di come lo Science Park sta funzionando bene e concretamente. Ogni anno vengono assegnati dei premi per tre diverse categorie: idee ancora tutte da sviluppare; iniziative seed appena partite; progetti già più sviluppati. Ebbene, negli anni abbiamo potuto rilevare che molte delle idee premiate poi si sono trasformate in iniziative seed e che queste, a loro volta sono germogliate e sbocciate in attività concrete.

Torniamo agli aspetti generali della ricerca. Resta la questione delicata delle risorse umane. Il livello medio dei laureati sembra stia degradandosi di anno in anno…

Le affermazioni di carattere (troppo) generale possono sempre essere dimostrate vere o false. Detto questo, sì, un certo degrado del livello generale c’è stato di sicuro. Ma allo stesso tempo va riconosciuto il fatto che i nostri atenei continuano a laureare anche individui di alto profilo. L’attenzione, però, andrebbe spostata dai formati ai formatori. Nel passato è mancata la selezione dei docenti; e il risultato non poteva essere diverso. L’università, ancora ancora, e pur con qualche scandalo di cui hanno parlato i giornali, ha mantenuto un processo di selezione. Gli altri livelli della formazione, no. Le abilitazioni sono diventate sempre più facili, le valutazioni dei presidi meno stringenti, si è abbassato paurosamente lo status di insegnante e lo stesso vale per le retribuzioni del corpo docente. E siamo così arrivati al punto in cui siamo.

Una lettura molto preoccupante. Potrebbero servire decenni per voltare pagina.

È per questo che bisogna cominciare subito e non certo scoraggiarsi. L’errore più grave che si può commettere è quello di continuare a rimandare la partenza perché il tragitto da percorrere è troppo arduo. Se ci fossimo messi in cammino 15 anni fa, adesso saremmo meno lontani dalla meta.

E poi sembra che l’unico problema sia la fuga dei cervelli… che forse un problema non è!

Infatti. La questione non è certo quella di limitare la fuoriuscita delle nostre migliori risorse umane o di prevedere, a un certo punto, un loro rientro forzato. La vera sfida è quella di pareggiare o di rendere addirittura positivo il bilancio tra ingressi e uscite. Se c’è un bravo italiano che ha l’opportunità di fare ricerca all’estero, perché in un altro Paese c’è una particolare eccellenza nel suo campo di specializzazione, è quasi un dovere quello di trasferirsi fuori dall’Italia. Ma è importante che la regola valga in entrambi i sensi: non devono mancare settori per i quali i ricercatori stranieri ritengono un dovere venire a lavorare in Italia.

Quali ulteriori margini di sviluppo hanno in Italia i poli tecnologici, secondo il suo punto do vista?

Penso che in una realtà come quella italiana possano e debbano esserci due, al massimo tre, parchi tecnologici. Non di più. E – chiaramente – credo che Trieste sia uno di quelli eligibili, altrimenti non avrei accettato questo nuovo incarico. L’importante è evitare il rischio di proliferazione e di moltiplicazione delle sedi, al contrario di quanto si è fatto con le università. Bisogna assolutamente superare la tentazione di creare un parco ogni campanile. Altrimenti è impossibile pensare di poter produrre ricerca di altissimo livello.

 

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