06-2012 | Intervista
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Intervista a Marcello Colitti, una vita nell’Eni e tra i fondatori dell’Oxford Energy Police Club

La svolta epocale dell’energia

Dario Cozzi

Recentemente è stato presentato negli Stati Uniti lo studio Energy 2020, preparato da Ed Morse e da un gruppo di giovani esperti del Citigroup. Si tratta di un documento assolutamente rivoluzionario sulla capacità futura degli Usa di produrre oil&gas. Un piano di possibile sviluppo che potrebbe portare a una svolta clamorosa non solo di carattere energetico, ma anche politico, sociale, industriale. I numeri in gioco sono davvero impressionanti. L’uso di una terminologia così forte potrebbe sembrare eccessivo, “poco scientifico” o addirittura visionario. Eppure quello che viene proposto in questo studio ha davvero il carattere di una svolta epocale come conferma anche Marcello Colitti, una vita nel gruppo Eni e tra i membri fondatori dell’Oxford Energy Policy Club.

Dottor Colitti, ci può riassumere il contenuto dello studio?

Lo faccio citando letteralmente uno stralcio della presentazione dell’Energy 2020. “Uno straordinario cambiamento si sta verificando nella reindustrializzazione degli Stati Uniti, basato sul costo più basso del mondo per la materia prima petrolchimica, con la sola possibile eccezione del Qatar. Le conseguenze economiche di questa rivoluzione della domanda e dell’offerta sono potenzialmente straordinarie. L’impatto cumulativo della nuova produzione di energia, della riduzione delle importazioni, delle attività associate, potranno aumentare il reddito reale americano dal 2 al 3,3 per cento. Il che vuol dire da 370 a 624 miliardi di dollari del 2005. Di questo aumento, 274 miliardi di dollari potranno venire direttamente dalla nuova produzione di idrocarburi, mentre il resto sarà generato dall’effetto moltiplicativo, attraverso il quale l’aumento dell’attività economica produrrà maggiore ricchezza, una più elevata spesa per consumi, un effetto sugli investimenti che interesserà tutta l’economia. Questa possibile reindustrializzazione dell’economia americana è allo stesso tempo profonda e tempestiva, poiché avviene mentre gli USA si stanno sforzando di superare gli effetti che ancora durano della crisi finanziaria del 2008”.

Le cifre della produzione futura di petrolio e di gas, riassunte in Tabella 1 sono davvero impressionanti…

È vero, l’obiettivo è quello di raggiungere i 15,6 milioni di barili/giorno negli Usa già nel 2020 e i 26,8 milioni nel Nord America, considerando quindi anche Canada e Messico. Lo studio di Ed Morse è perfettamente presentato, con un notevole supporto di tabelle e di grafici; ed è certamente basato su una informazione tecnica molto più ampia di quella qui citata. Naturalmente lo studio non presenta le sue conclusioni come se fossero facili da raggiungere. L’aumento della produzione di petrolio richiederà certamente la soluzione di problemi relativi all’opinione pubblica e agli elettori, ed una tendenza generale dell’economia a tornare alle fonti energetiche tradizionali. E poi c’è un precedente…

Ovvero?

Il grande sviluppo della produzione di gas naturale negli USA, che porterà il Paese a diventare un esportatore, è già avvenuta e la produzione di petrolio potrà seguire. Gli Stati Uniti prevedono di raggiungere nel 2020 una produzione che nessuno ha mai raggiunto. Considerando anche l’apporto dei due Paesi limitrofi – Canada e Messico – si arriva a valori che sono superiori alla produzione attuale dell’OPEC. Quindi non si tratta solo di valutare cifre elevatissime, ma anche di ribadire che l’industria americana può e deve riprendere il suo storico ruolo nella produzione del reddito. Dopo anni ed anni in cui abbiamo sentito che i servizi sono la chiave dell’economia, c’è finalmente uno studio serio che presenta un progetto per la reindustrializzazione dell’America.

E per quanto riguarda gli aspetti più industriali e tecnologici?

L’effetto più importante sarà il ritorno degli Stati Uniti all’industria e alla produzione fisica; forse il problema della disoccupazione sarà finalmente risolto con il ritorno alla produzione materiale. Lo studio propone di dare nuova vita all’industria, che è stata fino ad ora piuttosto trascurata da un Paese affascinato dagli investimenti all’estero, dalla finanza e dalla sua immediata conseguenza: la speculazione. L’export di capitali dagli Usa e dall’Europa verso i Paesi emergenti (che non sono necessariamente nazioni povere) è arrivato a mille miliardi di dollari/anno. Perché? Perché in patria le prospettive reali di investimento sono limitate. Adesso le cose potrebbero cambiare. Per quanto riguarda le opportunità di sviluppo tecnico, la seconda tabella indica che il grande aumento della produzione sarà dovuto a tecnologie nuove o quasi nuove: acque profonde, petrolio delle sabbie, terreni con permafrost, petrolio pesante non convenzionale, e biocarburanti prodotti dall’agricoltura. Queste cifre hanno implicazioni molto rilevanti. Esse danno una risposta precisa a coloro che ancora credono che le riserve di petrolio stanno finendo.

Secondo questo studio, dunque, il pericolo delle riserve petrolifere mondiali in diminuzione non è affatto vicino e l’intera questione è basata sullo sviluppo della tecnologia.

Infatti. Una delle conseguenze immediate e generalizzate di questo studio è la conferma che il petrolio non sta per finire. Questa è una leggenda che non possiamo più continuare a raccontare, perché è basata sull’asserto che la tecnologia non progredisce. E, invece, proprio lo sviluppo tecnologico può cambiare clamorosamente lo scenario di riferimento, liberando risorse che prima non potevano essere sfruttate. Andiamo a rileggerci la Tabella 2 sul possibile futuro delle estrazioni americane. Vedremo che il classico e tradizionale petrolio avrà sempre meno un ruolo dominate. È il cambiamento della tecnologia il vero driver.

Il momento scelto per presentare questo progetto non sembra sia stato casuale.

E in effetti non lo è. Questo documento è una chiara proposta al prossimo presidente degli Stati Uniti di seguire una politica di reindustrializzazione, di occuparsi del mercato interno e delle capacità produttive del Paese; ed è allo stesso tempo una proposta che gli Stati Uniti riprendano la loro libertà operativa a livello mondiale, abbandonando le limitazioni imposte dalla necessità di importare greggio e quindi dalla necessità di tenere aperte le vie del petrolio con qualunque mezzo. L’idea stessa di sommare le produzioni di tre Paesi – Usa, Messico e Canada – potrebbe essere un’indicazione del nuovo possibile indirizzo di politica estera americana. La posizione degli autori dello studio è netta. Per troppi anni siamo stati legati alle importazioni di greggio e abbiamo dovuto garantire l’approvvigionamento anche a costo di gravi difficoltà. Ora, volendo, non abbiamo più bisogno di controllare il Medio Oriente e, quindi, di parlare con gli europei. E questo potrebbe avere conseguenze clamorose anche nel Vecchio Continente.

Una svolta senza precedenti nella politica estera Usa.

Certo. L’energia può essere da questo momento un problema interno degli Stati Uniti e la loro politica estera guadagna un’amplissima area di libertà; il che può anche ridurre l’importanza dell’Europa, vista come ripiegata su se stessa e incapace di affrontare realmente una crisi finanziaria che dura da anni, fino a trasformarsi in una vera e propria recessione economica. Ma la conseguenza più importante si avrà soprattutto sull’industria petrolifera e sul posizionamento dell’OPEC. Un’America indipendente dalle importazioni di petrolio implica necessariamente una riduzione del controllo dell’OPEC, non solo a causa della domanda che non aumenta, ma anche perché il prezzo del greggio sarà dettato dagli Stati Uniti. Il presidente Eisenhower chiuse a suo tempo il mercato petrolifero americano all’importazione, e questo fu l’ultimo tentativo di mantenere una produzione interna sufficiente per coprire il fabbisogno del Paese. Poi la produzione interna si ridusse e gli Stati Uniti si dovettero rassegnare alle importazioni. All’inizio della presidenza Bush junior, si tentò invano di resuscitare l’dea dell’autosufficienza. Adesso lo sviluppo della tecnologia ha cambiato il quadro di riferimento.

 

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