06-2012 | Intervento
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La frontiera del possibile

prof. ing. Pierangelo Andreini

C’è un blocco culturale all’origine di quello economico? Sembrerebbe di si. Ma, frastornati dall’accelerazione del progresso tecnologico, primo motore del cambiamento di un mondo che sta mutando con incredibile velocità, è difficile alzare lo sguardo per decifrare lo spirito del tempo. Tuttavia, sforzandosi di vedere oltre la cortina dell’attuale congiuntura, si possono scorgere i tratti di un nuovo software sociale, generato dall’incessante accumulo del sapere, che fatica, di fatto, a configurarsi e a muovere l’economia nella giusta direzione. Intendo quella capace di soddisfare le vecchie e le nuove esigenze: la prosperità, la sostenibilità dello sviluppo, la coesione sociale, l’identità locale, la soft economy, il soft power. E ciò sfruttando i fattori produttivi, in primis l’innovazione, e le forme di imprenditorialità, che la società della conoscenza rende via via disponibili.

Sono le leve che l’uomo ha azionato da sempre per governare il flusso degli eventi, nelle tappe fondamentali della sua storia, collegando conoscenze, tecnologie e pratiche, talvolta a crisi conclamate e per tentativi, quando, come ora, la velocità del progresso ha travalicato la sua capacità di comprendere e prevedere. Di qui l’importanza di conoscere e monitorare nei suoi effetti il meccanismo che dirige attualmente lo sviluppo economico e sociale e determina il nostro benessere, con tecnologie e tecnicismi che interagendo in cascata beneficiano maggiormente i pochi rispetto ai molti e pongono a rischio l’equilibrio dell’ecosistema. Appare prioritario, quindi, studiare e apprezzare le valenze delle forze che stanno guidando la trasformazione dell’economia e della società, per ridurre la disuguaglianza e sfruttare la spinta egualitaria e democratica che la globalizzazione è in grado di imprimere.

E, a tal fine, occorre individuare e contrastare le conseguenze negative di quel capitalismo antidemocratico che ora la cavalca, espresso da un’oligarchia multinazionale arroccata nel mantenere inique rendite e iniqui privilegi. E’ una sfida alla frontiera del possibile, per l’evidente difficoltà di conseguire un tale obiettivo: responsabilizzare un potere umano che ha raggiunto livelli che non hanno precedenti ed è in continuo aumento. Un potere che opera in un contesto sempre più ampio e complesso, non avendo in sé il contrappeso di limiti etici adeguati ad imprimergli una direzione solidale con gli altri, che riconosca appieno i valori delle diversità e della tutela dell’ambiente. Per superarla bisogna impugnare l’arma vincente, quella di una decisa crescita culturale che sia effettiva e, quindi, anche etica, requisito di fondo per uno sviluppo equo e sostenibile.

Fortunatamente, come detto, nei momenti più critici l’uomo ha sempre potuto contare su nuove tecnologie e strumenti per fronteggiarli e superarli. In questo caso si tratta del formidabile contributo di conoscenze ed esperienze che internet è in grado di offrire democraticamente alla società, con velocità pari a quella della crescita del suo sapere. Un contributo a ciò abilitato dalle stesse caratteristiche strutturali della rete, tra le quali la sua neutralità, intesa come l’incapacità di controllare i contenuti dei pacchetti di dati che viaggiano, ma opportunamente diverso nei diversi contesti. Non è cosa di poco conto. Di fatto, con le piattaforme culturali e i social network si determinano nuove modalità di partecipazione e di creazione di valore economico, che attingono al sapere senza passare attraverso il mercato e che hanno una valenza strategica ancora poco percepita. E’ un punto di discontinuità, un plus nel processo di costruzione di conoscenze e competenze, rispetto alle modalità tradizionali che offrono onerose e talora parziali risposte solo a domande predefinite. Da esso deriva la possibilità per ciascuno di esprimersi più agevolmente e con meno pregiudizi per crescere e innovare.

Ovviamente ciò non significa che i nuovi trovati siano effettivamente adottabili e generino risultati validi, perché la neutralità della rete non lo può garantire e il contesto storico e giuridico proprio di ogni società condiziona scelte e fruibilità. Inoltre, i meccanismi che divulgano il sapere e le pratiche e determinano la generatività della media sfera devono trovare un loro migliore equilibrio. Infatti, la capillare interazione della rete con la società e l’ecosistema pone, per la loro difesa, la necessità del contemporaneo sviluppo di un ecologia dell’informazione. Ma, in ogni modo, internet ha in sé la capacità di favorire l’emergere di comportamenti democratici, perché la possibilità di proporre e diffondere idee e innovazioni è un valore che influenza in questo senso la società. In tale complesso quadro, in cui numerosi fattori interagiscono tra loro, le università, gli organismi di ricerca, gli altri operatori della cultura e la stampa scientifica e tecnica, come è il caso dell’ATI e della sua rivista, sono chiamati a svolgere un ruolo strategico di fondo. Ciò, sia per assicurare e promuovere un proficuo raccordo tra ricerca e innovazione delle attività economiche, sia per concorrere all’attuazione di programmi informativi, educativi e professionalizzanti, di apprendimento e aggiornamento lungo l’arco della vita, a supporto delle politiche di miglioramento qualitativo dei livelli di occupazione e di crescita del mercato del lavoro.

E, allo scopo, si devono individuare, nel particolare, e consolidare nuovi spazi nella definizione di percorsi di alta formazione, calibrati in funzione delle esigenze specifiche dei diversi tessuti produttivi, con una maggiore attenzione e coinvolgimento degli operatori locali, della cultura e della professione, alle sollecitazioni poste e alle opportunità rappresentate nel territorio dai vari stakeholder. Quanto detto ci porta direttamente a casa nostra, perché in Italia la dimensione dei mercati culturali, compreso quello che attinge alla storia e ai beni naturali del Paese, è indubbiamente ampia, mentre la partecipazione è relativamente bassa, se confrontata con gli standard europei. Rischiamo, quindi, di essere incapaci di approfittare delle nuove forme di vantaggio competitivo associate all’incessante flusso di idee, prospettive e scoperte, che sfruttano la conoscenza e l’innovazione come risorsa per affrontare le sfide globali. E, in realtà, nonostante le difficoltà del momento, esso produce un continuo accumulo di acquisizioni, specie nel campo delle bioscienze, nanoscienze, meccanica quantistica, informatica, robotica. D’altra parte, c’è da dire che in alcuni settori il Paese appare pienamente al passo con il tempo.

Lo testimonia, tra i vari buoni posizionamenti nella manifattura, il secondo posto dell’Italia nella graduatoria mondiale per indice di competitività della meccanica non elettronica. E le ricadute parlano da sole, se si pensa che nel 2011, sommando a questo il comparto quello dei metalli, prodotti in metallo, apparecchi elettrici e mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli, il macrosettore ha generato nel complesso un attivo commerciale di 72, 2 miliardi di euro, superiore ai 62,4 (dieci miliardi circa) spesi per le importazioni di petrolio e gas. Questo punto di forza del nostro sistema produttivo, che dal triangolo industriale si è esteso al Nord-Est, scendendo al Sud e creando nuovi distretti che possono generare nuove imprese e nuova occupazione, è un valore da difendere tenacemente.

Come pure quello dei distretti dell’Emilia, duramente colpiti dalla recente sciagura. E ciò con una politica che incentivi gli investimenti in ricerca, in questo e negli altri settori strategici per il nostro sviluppo, in modo che l’innovazione assuma un carattere permanente e incrementi costantemente la qualità delle attività economiche. A tal fine costituisce un utile volano lo stanziamento dei fondi attesi nel Centro-Nord e nel Sud per sviluppare ricerche e tecnologie fortemente specializzate che, guardando ai mercati e alla crescita economica e occupazionale, ma anche alle esigenze dei cittadini e della PA, rafforzeranno distretti e laboratori di ricerca in settori essenziali e promettenti. Dai sistemi innovativi di conversione dell’energia, rinnovabile e non, al risparmio e all’efficienza energetica, alla domotica, alle nanotecnologie, ai nuovi materiali, alla meccanica avanzata, all’automotive, all’aerospaziale, alla logistica avanzata, al biotech, alle filiere innovative dell’agroindustria, passando per l’edilizia sostenibile, trasporti e mobilità, information communication technology e sicurezza, smart cities, promozione e protezione dell’ambiente marino, terrestre, dei beni culturali, ecc.

Ma non basta, per sfruttare appieno il potenziale culturale ed economico del Paese occorrerebbero cifre ben maggiori di quelle previste e, comunque, occorre agire anche alla base, riservando maggiori risorse a un fattore essenziale troppo trascurato, quello della organizzazione e gestione della ricerca, sia dal lato della proposta che da quello della valutazione. E questo, investendo maggiormente nella formazione della figura cardine del manager della R&S, il cui ruolo è fondamentale per il successo delle singole iniziative e dell’intero sistema. E’ un compito strategico, perché da un lato occorre saper cogliere con anticipo le esigenze ed opportunità di sviluppo, dimostrazione, trasferimento tecnologico e innovazione che pone il mercato con il progredire delle conoscenze, in coerenza con gli indirizzi di piani e programmi nazionali e internazionali e, ovviamente, con gli obiettivi del finanziatore.

Dall’altro occorre assicurare ai progetti la necessaria credibilità, garantendone lo sviluppo con idonee risorse strumentali e adeguate competenze culturali, scientifiche e tecniche degli operatori, rafforzando la loro capacità di ricerca con percorsi di alta formazione e aggiornamento. Quanto tale funzione sia importante per competere ad armi pari lo dicono i numeri. Basti l’esempio del settimo programma quadro europeo di ricerca, destinato a rafforzare la crescita e l’occupazione nell’Unione, che copre il periodo 2007-2013. Al suo finanziamento l’Italia contribuisce per circa un settimo del totale, mentre la quota dei ritorni in termini di contratti che le nostre aziende, le università e gli enti di ricerca riescono a stipulare e di circa un dodicesimo, con una perdita annua di mezzo miliardo di euro. E questa penalità deriva in gran parte dalla strutturazione dei progetti europei, che è molto complessa in sede propositiva e valutativa, con tecnicismi e rendicontazioni di grande dettaglio, che richiedono una professionalità specifica ancora carente in Italia. Di nuovo, quindi, appare che per essere più competitivi e superare la crisi occorre azionare con forza la leva del sapere. In tal modo, se ben sfruttate, le molteplici risorse del Paese potrebbero traghettarci presto verso una nuova prosperità

 

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