01/02-2011 | Ordini | CNI
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Rolando e le priorità del 2011

Roberto Di Sanzo

Riforma delle professioni da approntare al più presto e il ritorno al sistema delle tariffe minime. Sono queste le principali sfide che attendono il Consiglio Nazionale degli Ingegneri e in particolar modo il suo Presidente, Giovanni Rolando. Impegni importanti che Rolando ribadisce con forza in un’intervista al nostro giornale, urgenze impellenti per una categoria alle prese, al pari di tante altre, con una crisi latente e che ha bisogno di azioni mirate e decise per partire con un rilancio deciso dell’occupazione, soprattutto dei più giovani.

Presidente Rolando, che anno è stato il 2010 per il mondo dell’ingegneria e cosa si aspetta dal nuovo anno?

Quello appena terminato è stato un anno critico, per quanto concerne la nostra professione caratterizzato dalla forte contrazione delle gare di appalto e dalla diminuzione costante dell’offerta di lavoro. Una recente statistica elaborata dal nostro Centro Studi ha dimostrato che per i liberi professionisti la quota rimanente – stiamo parlando di gare pubbliche di appalto – è fissata intorno al 2%. è anche vero che il numero di ingegneri è in continuo aumento, visto che sono più che raddoppiati negli ultimi quindici anni, ed è quindi naturale, in tempi di crisi, che le opportunità professionali si assottiglino. Le do un altro dato per fotografare al meglio il momento che stiamo vivendo: il giro d’affari nei lavori pubblici è di un decimo rispetto al 1992, ciò vuol dire che allora vi erano 20 volte in più di possibilità lavorative.

Insomma, allo stato attuale c’è poco da stare allegri…

Guardi, il settore delle costruzioni sta soffrendo parecchio, così come quello meccanico e delle comunicazioni. In riferimento proprio a quest’ultimo, purtroppo la società civile e il mondo economico e professionale non ha ancora compreso in pieno il ruolo fondamentale dell’ingegnere; per questo, capita che vengano interpellati dei tecnici meno qualificati rispetto agli ingegneri per lavori che invece sarebbero di nostra pertinenza.

Come ovviare ad una situazione del genere?

Innanzitutto è necessario riappropriarci di un ruolo mediatico preminente. Basti pensare che gli ingegneri non sono mai presenti ai tavoli che contano, non sono mai coinvolti direttamente nelle grandi scelte del Paese. Un atteggiamento profondamente sbagliato: i cittadini devono rendersi conto che tutto ciò che ci circonda è opera – diretta e indiretta – degli ingegneri. Il Cni si sta impegnando profondamente in questa attività, e devo dire che negli ultimi tempi siamo riusciti a ridare un po’ di dignità e prestigio alla professione. Dobbiamo continuare su questa strada. Parliamo ora di un tasto dolente: le tariffe minime. Con il Ministro Alfano, che ho incontrato più volte, come Cni ci siamo fatti promotori di una riforma professionale che, per l’area tecnica, debba contenere alcuni principi e paletti fondamentali. Tra questi, vi è sicuramente il ripristino dei minimi tariffari. La nostra, badi bene, non è una richiesta di tipo corporativo, a difesa di inutili personalismi. Il nostro obiettivo è garantire agli utenti finali la possibilità di usufruire di opere e infrastrutture di qualità. Al giorno d’oggi assistiamo a delle aggiudicazioni con ribassi che arrivano sino all’80%, con il paradosso che alcune aziende si aggiudicano dei bandi a prezzi che sono inferiori ai costi che dovranno essere sostenuti. Tutto ciò porta ad una notevole distorsione del mercato e – naturalmente – all’aumento dei contenziosi. Insomma, un quadro che dimostra il totale fallimento del Decreto Bersani.

Quale la soluzione ideale, quindi?

Il Cni sta lavorando alacremente per elaborare un sistema tariffario legato unicamente alle prestazioni: l’utente finale deve avere ben chiaro il tipo di lavoro che il professionista dovrà fornire e, allo stesso tempo, grazie ad un calcolo veloce e semplice, sapere sin da subito quali saranno i costi. Di ciò abbiamo informato il Ministro Alfano: è necessario dar vita a tariffe che da un lato garantiscano l’utente, dall’altro ridiano decoro e prestigio alla professione ingegneristica. Recentemente avete chiesto al Ministro Meloni di dar vita ad un tavolo permanente sulle politiche giovanili, un altro capitolo scottante in tema di occupazione. Il problema dei giovani neolaureati ci sta particolarmente a cuore. Attualmente il loro inserimento nel mondo del lavoro è molto più difficile rispetto ad una decina di anni fa. è quindi strategico studiare soluzioni e metodi di intervento condivisi che agevolino tale passaggio. Oltre alle agevolazioni fiscali, che già peraltro sono contemplate, penso, ad esempio, a degli obblighi di legge per l’inserimento di quote di giovani nelle gare di progettazione, o alcune riservate esclusivamente a loro. Ma non basta: in collaborazione con le Amministrazioni Comunali, gli enti provinciali e regionali, si potrebbero riservare una serie di edifici dismessi all’attività dei neo ingegneri, una sorta di ‘laboratori’ ad affitti calmierati. Ne abbiamo già parlato al Ministro Meloni, che ha dimostrato di apprezzare le nostre idee, e approfondiremo tali tematiche nei prossimi mesi.

Recentemente si è accesa una forte polemica contro la determinazione dell’Autorità di Vigilanza del 21 ottobre 2010, che permette alle università di partecipare alle gare per l’affidamento delle progettazioni. Qual è la sua posizione a tal proposito?

Sono assolutamente contrario alla possibilità che le università esercitino la libera professione. La mission del mondo accademico è quella di formare i giovani e per noi è fondamentale che mantengano ai massimi livelli il grado di preparazione dei laureati, che sono il futuro del Paese. Eventuali distrazioni da tale obiettivo avrebbero effetti devastanti. In più, mi permetta, quella delle università sarebbe una concorrenza sleale nei nostri confronti in quanto, oltre ad avere fondi pubblici, hanno strutture e uffici del demanio che quindi non pagano, mentre per un professionista si tratta di costi vivi. Piuttosto, lancio io una proposta al sistema universitario: dar vita, insieme agli Ordini professionali, ad un accordo per la formazione permanente post laurea. Questa sarebbe una soluzione condivisibile ed interessante.

Ultimamente è montata una voce insistente: cosa c’è di vero nella fusione tra ingegneri e architetti? Lei sarebbe d’accordo?

Non c’è nulla di vero, si è trattato di una boutade uscita al termine di una riunione che abbiamo tenuto con i geometri e i periti, ma niente più. In ogni caso, personalmente non mi pare un’idea stravagante né traumatica, porterebbe sicuramente ad uno snellimento burocratico, visto che un unico Ordine ridurrebbe spese e strutture. Certo, sorgerebbe il problema di mantenere intatte le rispettive identità e quindi un progetto del genere andrebbe studiato e organizzato nei minimi dettagli. Voglio comunque rassicurare tutti: il Cni non ha in agenda tale questione e non la sarà ancora per lungo.

 

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