01/02-2011 | Focus
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Intervista a tutto campo all’amministratore unico dell’Agenzia Mobilità Ambiente e Territorio

Adolfo Colombo e il sistema infrastrutturale “Comunicazione, elemento primario di ogni progetto”

Davide Canevari

Da sempre l’investimento in opere infrastrutturali è considerato come un salvagente che permette di restare a galla nelle fasi più dure di una recessione e che consente una più rapida e solida uscita dalle crisi socio–economiche. La formula è dimostrata e condivisa. Eppure... Eppure la realtà dei fatti, soprattutto in Italia, sembra portare in un’altra direzione. Il Giornale dell’Ingegnere ha incontrato il professor Adolfo Colombo, amministratore unico di AMAT - Agenzia Mobilità Ambiente e Territorio di Milano, per scendere nei dettagli di questa apparente contraddizione e per capire le reali possibilità che ancora può offrire il nostro Paese nel settore dei grandi progetti infrastrutturali. “Effettivamente – commenta Colombo - l’infrastruttura consente di investire risorse in modo davvero produttivo perché dà un servizio, ma nello stesso tempo promuove uno sviluppo tecnologico e crea il presupposto per un ulteriore miglioramento socio-economico. Inoltre, già nel breve e medio periodo, consente una crescita dell’occupazione”.

Perché, allora, sembra essere così difficile il passaggio dalla teoria alla pratica?

Perché nella realtà dei fatti questo rimedio si scontra con alcuni fattori di assoluto rilievo. In primo luogo, si investono poche risorse nella promozione della condivisione sul territorio. Quando, ad esempio, in Svizzera si propone la realizzazione di un’opera, la popolazione viene subito consultata attraverso referendum consultivi. La parte divulgativa, di acquisizione del consenso, di coinvolgimento diretto, di evidenziazione dei vantaggi dell’opera stessa, non è considerata come accessoria o secondaria rispetto al progetto tecnico, ma ne costituisce un elemento primario. Quando si parla di infrastrutture gli svantaggi sono evidenti, immediati, localizzati (l’apertura di un cantiere, la sottrazione di suolo pubblico, eccetera). I vantaggi, spesso, non coinvolgono in primo luogo lo stesso territorio e generano ricadute positive nel medio e lungo periodo. Per questo la parte resistente è più forte e più visibile rispetto a quella propositiva.

Quindi la mancanza di risorse economiche non è sempre la vera ragione di un mancato sviluppo infrastrutturale....

O per lo meno non è la sola. La resistenza del territorio sempre di più si sta dimostrando una variabile di peso, anche superiore rispetto a quella puramente economica. Anche perché un vero investimento produttivo non è mai in perdita; quindi, se l’opera è davvero necessaria e ben concepita, si ripaga da sola.

Torniamo ai vantaggi di un’opera, con una visione di lungo termine.

In effetti i ritorni più rilevanti sono spesso diluiti in tempi medio-lunghi. È comprovato che la presenza di una via di traffico tende ad aumentare il livello di scolarità dell’area che interessa e a migliorare anche le condizioni di assistenza sanitaria. C’è poi una tendenza all’incremento dell’appetibilità economica del territorio nel suo complesso. Sono elementi, questi, difficili da percepire intuitivamente (e non facili, anche, da comunicare). Il rischio, invece, è quello di far passare il messaggio che siano solo pochi soggetti economici a trarre un concreto tornaconto, mentre per gli tutti altri l’opera rappresenti un onere. Per questo, nella ricerca del consenso, è necessario che anche le associazioni, le categorie, i gruppi professionali presenti sul territorio, facciano sentire le proprie motivazioni, accanto a quelle – contrarie – dei gruppi spontanei e dei comitati del no. La comunicazione, come già detto, è un elemento imprescindibile ed è necessario riconoscere ai professionisti della comunicazione il proprio ruolo. Negli Stati Uniti fino al 10 per cento del budget di un’opera può essere dedicato ad attività di acquisizione del consenso. E in tutti gli altri Paesi nei quali gli investimenti in infrastrutture sono più elevati e sistematici rispetto a quanto succede in Italia, i piani di realizzazione di un’opera integrano chiaramente progetti di comunicazione, incontri con la popolazione locale, dialogo sul territorio.

Altri fattori che remano contro la realizzazione di nuove infrastrutture?

La polverizzazione delle competenze normative e i tempi degli iter autorizzativi. Questa incertezza di fondo tende a scoraggiare in partenza le grandi banche e gli investitori stranieri. La mancanza di continuità amministrativa tipica del nostro Paese non è nemmeno paragonabile a quanto succede nelle altre economie più sviluppate. Anche in Svizzera il processo di acquisizione del consenso e di tutte le autorizzazioni necessarie per realizzare un’opera è lungo e non facile. Ma una volta ottenuto il “sì” nessuno si permetterebbe mai di rivedere le decisioni di chi lo ha preceduto o di rimettere in discussione quanto già approvato. Il cambiamento dei soggetti di riferimento, l’introduzione di nuove norme in corso d’opera, gli spazi di interpretazione su temi ambientali e conservativi che spesso sono concessi al singolo, creano da noi una situazione di perdurante incertezza e disagio. Le lungaggini amministrative di un iter complesso rappresentano un onere, ma in qualche modo sono programmabili; la mancanza di una continuità amministrativa, no.

Soluzioni possibili?

La Legge Obiettivo per le opere strategiche ha ipotizzato percorsi agevolati e ha creato la figura del commissario ad acta, una persona fisica dotata delle competenze tecniche necessarie per agevolare la realizzazione di un’opera. L’intento iniziale si è oggi un po’ annacquato, in quanto la mansione è oggi affidata a burocrati più che a tecnici e tende quindi a prevalere la mentalità della funzione pubblica, che non è proprio il migliore acceleratore dei processi decisionali.

Quali gli effetti della globalizzazione sul settore, in termini di tecnologie, mercati, fabbisogno di nuove infrastrutture di trasporto? Come sta cambiando lo scenario rispetto a qualche anno fa?

La globalizzazione, anche in questo settore, può essere letta in termini di timore o di occasione. È certamente un’occasione importante per andare verso regole comuni, utilizzando il meglio di ciascun Paese. Ma questo è solo un auspicio... In realtà, le singole nazioni tendono a impostare le regole e le norme (tecniche o amministrative) come strumento monopolistico, protezionistico, conservativo. Si tende, cioè, a limitare l’apertura verso l’esterno temendo di essere invasi, piuttosto che pensare al concetto di condivisione. In Italia una sorta di barriera è rappresentata anche dai tempi biblici del sistema giudiziario, che è visto con grande timore dai possibili investitori stranieri. In teoria, in un contesto di piena globalizzazione, nessun Paese potrebbe rimanere indietro in termini tecnologici e, quindi, dovrebbe attuarsi un’uniformazione delle prestazioni verso l’alto. Anche in questo caso, però, c’è il rovescio della medaglia che va in senso opposto: il rischio dell’uniformazione verso il basso, giocando la competizione solo sul fattore del massimo ribasso e in termini di concorrenza sui costi.

Quale legame c’è tra le infrastrutture tangibili di trasporto e quelle intangibili di comunicazione?

All’inizio del secolo, la maggior parte degli studi di scenario sul settore prevedeva una parziale diminuzione della mobilità fisica individuale, causata soprattutto dalla diffusione della mobilità virtuale (a partire dal telelavoro). In realtà, si sta verificando un fenomeno del tutto opposto, con un progressivo aumento degli spostamenti fisici. La maggiore facilità di comunicazione, infatti, genera una maggiore facilità di rapporti. Il primo contatto, magari virtuale, genera poi una nuova rete di contatti e di scambi, questa volta fisici.

Quindi, per le infrastrutture dovrebbe delinearsi un futuro sempre più solido?

In questi ultimi anni si nota – non solo a livello italiano ma, per lo meno, europeo – uno spostamento di interesse dall’investimento in infrastrutture e sicurezza verso i settori dell’ambiente, della salute, dell’assistenza sanitaria, che stanno catalizzando la parte principale delle risorse messe a disposizione. Questo significa che nei prossimi anni il comparto dell’edilizia e delle grandi opere potrebbe realmente entrare in crisi. Il cerchio si chiude, a questo punto, con quanto scritto all’inizio di questo articolo. La comunicazione ha spostato l’interesse della popolazione sui temi della salute e dell’ambiente, determinando un forte consenso e quindi una riallocazione degli investimenti. Ma questa scelta di trascurare alcuni fattori produttivi di primaria importanza, nel lungo periodo potrebbe portare a una perdita di competitività, a uno stallo delle produzioni e, inevitabilmente, a un peggioramento della qualità della vita.

 

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