03-2011 | Energia
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Usa: l’eolico offshore non è più sinonimo di mare aperto

Davide Canevari

La regione dei Grandi Laghi è ora considerata tra le aree di maggiore interessante per lo sviluppo di questa tecnologia Potenzialmente, le installazioni in acque dolci potrebbero garantire un apporto tra il 15 e il 20 per cento del totale previsto per l’eolico offshore negli States. Anche la sponda canadese, e in particolare lo Stato dell’Ontario, sembra dare segnali confortanti e potrebbe essere la prima a partire con progetti concreti. Non solo in mare aperto. L’eolico offshore potrebbe presto procedere a vele spiegate anche in acque dolci. La notizia rimbalza da Oltreoceano ed ha come autorevole fonte il National Renewable Energy Laboratory degli Stati Uniti. È noto che la generazione elettrica da fonte eolica sta vivendo un periodo di robusta espansione in tutto il mondo.

Dopo un rapidissimo sviluppo sulla terraferma (il totale installato in campo nel mondo sfiorava i 160 GW a fine 2009) è iniziata ora anche la conquista dei mari. A fine settembre, il NREL stimava in circa 2 GW la potenza installata offshore a livello mondiale: Gran Bretagna 1.041 MW, Olanda 247 MW, Svezia 163 MW, Cina 102 MW, Germania 72 MW. Altri Paesi fanno parte della lista, ma con un apporto al momento solo simbolico. La situazione è in evoluzione pressoché quotidiana; già oggi questo elenco andrebbe quindi riscritto e aggiornato. Sebbene gli Stati Uniti non siano ancora presenti nel gruppo degli eolici offshore, il loro debutto è ormai solo una questione di tempo. Al momento sono, infatti, una ventina i progetti (per complessivi 2.000 MW) già pianificati o in fase autorizzativa.

E ancora più dei numeri, pesano le parole recentemente pronunciate dal presidente Barack Obama. “Questa tecnologia non sarà la pallottola d’argento, in grado di farci vincere tutte le sfide energetiche nelle quali siamo impegnati. Nessuna soluzione, del resto, è in grado di farlo. Ma l’eolico offshore ha comunque un ruolo prioritario nel guidare la transizione energetica del nostro Paese”. Una bella assunzione di responsabilità, che rende a questo punto ancor più credibili gli ambiziosi obiettivi fissati dal Dipartimento per l’energia degli Stati Uniti: 54 GW di potenza eolica offshore in esercizio entro la fine del 2030. Immancabile il riferimento alle potenzialità occupazionali, che tanto sembra far presa nell’opinione pubblica americana. “La costruzione di quei 54 GW - precisano gli esperti del NREL - potrebbe creare attività economiche per 200 miliardi di dollari e 43 mila nuovi posti di lavoro permanenti e ben qualificati (per la precisione: well-paid technical jobs). Ed è a questo punto che entra in gioco la vera novità. L’offshore americano non vuole restringere i propri orizzonti al mare aperto e alle coste oceaniche.

Con un approccio più allargato, intende comprendere anche le realizzazioni eoliche in acque dolci. La regione dei Grandi Laghi diventa così una delle location più promettenti e viene esplicitamente segnalata (e valutata) dagli addetti ai lavori tra le aree di maggiore interesse per lo sviluppo dell’eolico a stelle e strisce, anche a profondità superiori ai 60 metri. Lo stesso NREL ha fornito un’interessante stima, partendo dalla gross wind resource. Si tratta di una valutazione - puramente teorica - del massimo potenziale sfruttabile assumendo di posizionare una turbina da 5 MW in ogni chilometro quadrato di acque interessate da una velocità media annua del vento di almeno 7 metri/secondo. Ebbene, il valore totale dell’offshore americano sarebbe superiore ai 4.000 GW, ovvero circa quattro volte l’attuale capacità di generazione a stelle e strisce. Quasi 700 GW sarebbero localizzabili proprio nelle acque dolci. Per la precisione, 177 GW in bacini profondi fino a 30 metri, 106 GW a profondità comprese tra i 30 e i 60 metri, addirittura 460 GW oltre i 60 metri. Limitando l’attenzione alle sole aree con ventosità al di sopra degli 8 metri/secondo, la gross wind resources dei Grandi Laghi risulta pari a 536 GW, rispetto a un potenziale complessivo appena al di sotto di quota 3.000 GW.

Questo dato non va letto tanto in termini assoluti (come già detto, si tratta di un valore potenziale massimo e puramente teorico), bensì relativi. Significa che le installazioni in acque dolci potrebbero garantire un apporto tra il 15 e il 20 per cento del totale previsto per l’eolico offshore. Al momento – spiegano gli esperti del NREL – all’interno degli Stati Uniti non sono ancora operative turbine eoliche offshore installate in aree del Paese che possano rappresentare una sorgente di acqua potabile. Il riferimento a questo aspetto delle freshwater non sembra essere causale e rappresenta una prima novità (e forse uno scoglio) rispetto alla classica installazione in mare aperto. Inoltre lo stesso studio non nasconde, per queste specifiche applicazioni, la necessità di affrontare importanti sfide di natura ingegneristica.

Ad esempio, andrebbe debitamente valutata la possibile formazione di lastre di ghiaccio in superficie e i conseguenti effetti sulla base delle turbine, o l’eventuale interferenza creata da una foresta di pale eoliche all’intenso traffico di natanti che percorre il complesso dei Grandi Laghi. D’altro canto è chiaro che all’interno di un lago, se pur di grandi dimensioni, la presenza di eventuali moti ondosi di rilievo risulterebbe (sensibilmente) minore rispetto al caso dell’Oceano. Una variabile in meno di cui tenere conto per l’ingegneria di progetto. Ancor più impegnativa sembra essere la questione da un punto di vista logistico. Nell’area la navigazione è preclusa a natanti con larghezza superiore ai 24,4 metri – per via delle chiuse - e questo fatto rappresenta un limite che, ovviamente, non si presenta in mare aperto.

Già oggi molti dei mezzi utilizzati per l’installazione di grandi turbine offshore superano quelle dimensioni. E proprio l’assenza di stringenti vincoli dimensionali e logistici viene rilevata dal NREL come una delle ragione che ha spostato l’attenzione dei rinnovabilisti dalla terra ferma al mare aperto. “Già oggi molti produttori di turbine eoliche stanno lavorando su macchine da 5 MW di potenza unitaria e alcuni stanno studiando prototipi che potrebbero addirittura raggiungere gli 8 o i 10 MW. Giganti che già con le attuali unità navali specializzate si potrebbero movimentare e posizionare. Diverso il discorso per le land-based turbine dove i limiti infrastrutturali sono molto più stringenti e in numerose aree rendono impensabile la realizzazione di una wind farm con macchine così potenti”.

Quegli stessi limiti, come detto, riguardano in parte anche i bacini d’acqua dolce. Nonostante la consapevolezza dell’esistenza di queste difficoltà, lo stesso NREL non esita a parlare si tremendous benefit di cui potrebbero beneficiare gli Stati che si affacciano sulla regione dei Grandi Laghi. Anche perché si tratta di realtà che oggi – il più delle volte - hanno un mix energetico fortemente sbilanciato sulle energie fossili. Nell’area si sarebbe già passati dalla fase di semplice intenzione a quella di studio prospettico, con le stesse amministrazioni statali in prima linea per costituire gruppi di interesse dedicati allo sviluppo di questi progetti. È il caso del Michigan Great Lakes Wind Council, creato dal locale governatore Granholm, che già all’inizio del 2009 ha prodotto un report dettagliato proprio sul potenziale sviluppo di questa tecnologia. Nell’Ohio è stata costituita la Great Lakes Wind Energy Task Force con sede a Cuyahoga County, con lo specifico compito di valutare la fattibilità di valutare le possibilità offerte dal lago Erie. E questo solo per fare due esempi. Qualcosa di concreto, insomma, si sta muovendo.

Anche sull’altra sponda dei Grandi Laghi. Lo Stato dell’Ontario ha recentemente approvato una feed-in tariff che prevede un prezzo di ritiro garantito dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili pari a 190 dollari canadesi per MWh, per un periodo di 20 anni, adeguato in base all’andamento del tasso di inflazione. L’eolico offshore è una delle fonti che potranno beneficiare di questo supporto. “Lo sviluppo che questa fonte potrà avere sul versante canadese – concludono al NREL – potrà avere un positivo impatto sui progetti che stanno nascendo anche negli Stati Uniti”. Come a dire: se il Canada parte per primo, gli Usa sono pronti per seguire a ruota. Sette gli Stati che potrebbero essere interessati dalla corsa ai Grandi Laghi Ciascun lago andrà considerato come un elemento a sé stante, con proprie caratteristiche ambientali, socio-economiche, orografiche. In attesa di capire se la regione dei Grandi Laghi diventerà la più grande fattoria eolica in acque dolci del Pianeta, gli States sembrano davvero decisi a coprire il gap che - in questo specifico settore - hanno già accumulato nei confronti dell’Europa e della Cina. L’ultimo rapporto Large-Scale Offshore Wind Power in the United States ha, ad esempio, confermato l’obiettivo di installare 54 GW entro la fine del 2030.

Per ora le aree che sembrano destare maggiormente l’interesse degli investitori sono le regioni del Northeast e il Mid-Atlantic. Ma sono stati presentati programmi di sviluppo anche per l’area dei Great Lakes, il Golfo del Messico e la costa del Pacifico. Per quanto riguarda la tipologia dei progetti che si stanno avviando, per ora è un quasi monopolio delle shallow water. Ben 42 progetti sui 45 censiti dall’NREL riguarderebbero profondità inferiori ai 30 metri. Due quelli inerenti le transitional depth; solo uno si è spinto in acque aperte oltre i 60 metri. La rivoluzione offshore interesserebbe ben 26 Stati, per i quali non solo è stato stimato un buon potenziale eolico, ma anche un’adeguata vicinanza dei grandi centri di consumo alla possibile localizzazione delle fattorie eoliche. Da sola, la regione dei Grandi Laghi interessa sette stati americani: Minnesota, Wisconsin, Michigan, Indiana, Ohio, Pennsylvania, New York. Una prima mappatura dell’area ha stabilito che la risorsa eolica dei Great Lakes varia tra la classe 4 e la classe 6, valore sufficiente per uno sfruttamento attraverso grandi wind farm. Giusto per dare un termine di paragone, anche la costa pacifica del Nord-Ovest, al largo degli Stati di Washington e Oregon, è accreditata di una ventosità di classe 6. “Ciascun lago – fanno notare i ricercatori del NREL – va tuttavia considerato come un elemento a sé stante, con proprie caratteristiche ambientali, socio-economiche, orografiche.

Spetterà quindi ai singoli Stati decidere se e come attivare specifici piani di sviluppo dell’eolico”.

 

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