04-2011 | Attualità
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150° dell´Unità d´Italia... pensieri in libertà

dott. ing. Franco Ligonzo

Questi pensieri non si collocano nel filone commemorativo dell’Unità d’Italia, né in quello socio-economico sul dualismo Nord-Sud, ma riguardano alcune delle sfide che dobbiamo assolutamente cogliere, sia per rinsaldare il sentimento di unità nazionale, sia per salvare la stessa nostra democrazia.

“Unità” significa unità sociale

Le ultime manifestazioni studentesche mi hanno fatto tornare alla mente quelle degli anni ‘70. Senza avventurarmi in paragoni, m’interessa mettere in luce un effetto, certamente indesiderato, comune a entrambe. Ricordo che negli anni ‘70 mi capitò di leggere una “lettera al direttore” in cui lo scrivente affermava di essere riconoscente al movimento studentesco giacché suo padre, avendone la possibilità economica, lo aveva mandato a studiare all’estero. Lui stesso ammetteva di non essere stato uno studente particolarmente dotato, certamente meno di tanti suoi compagni rimasti in Italia, ma raccontava che quegli studi all’estero gli avevano consentito, al ritorno in Italia, di superare tutti i suoi vecchi compagni nel trovare lavoro e poi nel fare carriera. Oggi, mi sembra che possa capitare la stessa cosa, anzi che stia già capitando. Già oggi, infatti, parlando con i miei nipoti, sento di loro compagni di scuola che sono andati, o contano di andare, a frequentare il liceo all’estero; per non parlare dei tanti che frequentano master e dottorati negli States o in Inghilterra. E le nuove manifestazioni studentesche unite al depauperamento della scuola pubblica non possono che accelerare questo fenomeno di fuga di giovani che poi, ammesso che tornino, andranno a formare il nerbo della nostra nuova classe dirigente. Il mio timore è di trovarci ad essere guidati da tanti nuovi apprendisti stregoni: cittadini del villaggio globale ma stranieri in Patria, discepoli di una cultura che mortifica le diversità e nega le differenze, manager che non hanno l’umiltà di ascoltare, nuovi papi, apparentemente infallibili, che chiamano a nuove crociate contro i nuovi infedeli. Così si divide deliberatamente e pericolosamente il tessuto sociale; e sta già capitando.

“Unità” significa anche unità generazionale

Ripeto, non voglio avventurarmi in paragoni fra le contestazioni studentesche degli anni ‘70 e quelle odierne, ma mi sembra che oggi, come mai, lo scontro sia fra anziani con diritti acquisiti e senza obiettivi futuri, e giovani senza diritti e, soprattutto, senza futuro. La causa di questo stato di cose è generalmente attribuita al “debito pubblico”, che peraltro è stato creato dagli anziani e pagheranno i giovani; le cause vere sono la nostra incapacità di coniugare contenimento della spesa e sviluppo e, soprattutto, la nostra scarsezza di idee e di ideali. Ci dicono che occorrerebbe un patto generazionale; io penso che sarebbe anche possibile, visto che fra quegli anziani ci siamo proprio noi e fra quei giovani ci sono proprio i nostri nipoti, ma non basta: occorrerebbe credibilità da parte di chi dovesse gestirlo, assicurando che i sacrifici degli uni andassero effettivamente a beneficio degli altri. Temo che qualche dubbio in proposito sia largamente condiviso e giustificato.

“Unità” è vivere insieme, ma anche morire insieme

Da un po’ di tempo, ho notato che i “nostri morti” in Iraq e in Afghanistan sono spesso meridionali. Magari sono Alpini, ma meridionali. In proposito, ricordo certi conversazioni con mio padre, ai tempi Generale dell’Esercito, in cui mi spiegava che il servizio militare obbligatorio era un mezzo per unire gli italiani giacché costringeva i giovani a lasciare la famiglia e i propri luoghi e li rendeva consapevoli di altre realtà e di altre esigenze. E mi spiegava anche che era un mezzo di democrazia, giacché “chiamava” indistintamente tutti. Le prove si trovano nelle amicizie di “naja” che abbiamo vissuto direttamente, o di cui sentiamo raccontare, e nei cippi con i nomi dei caduti nelle due guerre mondiali presenti a migliaia in tutti i Comuni d’Italia. Oggi, invece, l’Esercito è di volontari, soprattutto meridionali. Sì, perché nel Sud arruolarsi nelle Forze Armate, o nelle Polizia, è spesso l’unica scelta per non arruolarsi nelle mafie o nell’esercito dei disoccupati. Oggi molti dei “nostri morti” in Iraq, in Afghanistan, e anche in Italia, diventano eroi non quando “saltano” su un qualche ordigno ma prima, quando si arruolano. Ma alcuni dei “nostri morti” sono anche del Nord; questo dimostra che questi ragazzi non sono solamente giovani in fuga da un futuro di disoccupazione, ma anche portatori da antichi valori di patriottismo e di altruismo. Nonostante lo sfacelo ideale del Paese.

“Unità” è difesa della libertà

Oggi, a proposito di difesa dell’Euro e di rilancio dell’Europa, leggiamo che occorrerebbe ridare slancio al processo di unificazione, trovare leader capaci di guardare lontano, rintuzzare i paesi forti (la solita Francia e Germania) che vorrebbero fare un’Europa a due velocità. E a me viene in mente che le stesse identiche ricette potrebbero applicarsi all’Italia. L’Italia arretra nelle classifiche mondiali ed europee e per ridarle slancio occorrerebbe trasformare il Sud da un problema in un’opportunità, avere politiche e politici che guardino lontano, rintuzzare le regioni forti (le solite del Nord) che vorrebbero un’Italia a due velocità. Penso che non si possa creare un’Europa unita senza risolvere i problemi nazionali, come non si possa costruire il futuro dimenticando il passato. Penso anche che il concetto stesso di unità è l’altra faccia del concetto di libertà. Non per nulla i Romani dicevano “Divide et impera”.

“Unità” è valorizzazione delle diversità

Oggi si discute di espulsione e/o d’integrazione degli immigrati e io, parlando con un mio nipote, sento che nella sua classe, al liceo, solamente in otto su ventiquattro seguono le lezioni di Religione; che poi, in effetti, è storia delle religioni. Mi viene il dubbio che il diritto costituzionale di libertà di Religione che consentiva di assentarsi quando la popolazione italiana era al 99% cattolica e l’insegnamento era esclusivamente di tale Religione, non sia stato reinterpretato ora che la popolazione non cattolica supera il 10% e in molte scuole l’insegnamento è diventato di storia delle religioni. Oggi la storia delle religioni sarebbe essenziale strumento d’integrazione; al contrario la scuola continua a giustificare le “assenze”, rinunciando alla sua finalità di educare i futuri cittadini e consentendo agli “assenteisti” di innalzare steccati a difesa di propri egoismi e della propria ignoranza. Così la difesa della libertà di religione si è trasformata in negazione di tale libertà.

“Unita” è anche dire, con il compianto Padoa Schioppa, che le tasse sono bellissime

Fu un’affermazione che suscitò scalpore. In un Paese di Santi, di Poeti, di Navigatori, …. e di evasori fiscali (autentici o aspiranti tali) le tasse sono considerate un’iniquità. Ed effettivamente lo sono, se servono per pagare sprechi e privilegi e se sono largamente evase. Ma in uno Stato normale esse servono per pagare la fornitura di beni e servizi essenziali per il cittadino (per esempio, assistenza sanitaria) o di interesse pubblico (per esempio, scuola e difesa), diventando strumento di equità, di unità sociale e di sicurezza, o si trasformano in risorse per finanziare lo sviluppo economico, diventando strumento di unità generazionale. In questo senso le tasse sono bellissime. Certo, è difficile ammetterlo per chi le evade, ma gli altri dovrebbero condividere quest’affermazione, smettere di prendere a modello di comportamento gli evasori e pretendere che le tasse le paghino tutti e che siano spese bene. Ma riusciremo mai a diventare un paese normale?

 

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