05-2011 | Editoriale
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Occidente, una leadership a rischio. Sarà la cultura a salvarci?

prof. ing. Pierangelo Andreini

Si raggiungerà l’agognata sostenibilità entro il 2050, ovvero in quattro decadi da oggi, quando l’umanità avrà raggiunto il suo asintoto demografico e forse il suo “picco” di 9,2 miliardi? Vari osservatori lo ritengono possibile, in particolare per quella energetica, perché il potenziale di sviluppo delle singole fonti e quello delle relative tecnologie di produzione e trasporto, ivi comprese le aspettative di crescita delle prestazioni delle reti, degli apparati di accumulo e dell’efficienza energetica di componenti e sistemi, potrebbe consentire di superare ampiamente la domanda. Con ciò lasciando un corrispondente spazio di manovra a politiche di mitigazione e difesa, non solo del clima, ma anche della sicurezza e dell’equità dello sviluppo economico e sociale e, quindi, per la generale sostenibilità della crescita. Ma il percorso appare difficile e non lineare. Infatti, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, la domanda mondiale di energia primaria potrebbe aumentare del 40% già a metà periodo, nel 2030, senza un sostanziale cambiamento degli attuali sistemi di generazione e consumo ad alta intensità energetica e connesse ricadute ambientali.

E nel frattempo l’integrazione dell’economia mondiale, al di là dell’attuale congiuntura, potrebbe continuare a determinare fenomeni sociali che aggravano, anzichè mitigare, le disuguaglianze. Nei paesi sviluppati, per l’impoverimento delle classi lavoratrici, dovuto alla concorrenza delle forze lavoro dei paesi emergenti, in particolare Cina e India, non solo con le loro produzioni, proprie o delocalizzate, ma anche con la diretta emigrazione nell’area Ocse delle loro maestranze. Nei paesi in via di sviluppo, ricchi di risorse naturali, come quelli africani, ma inondati dalle manifatture “orientali”, per il rischio di deindustrializzazione che stanno correndo quelli di loro che hanno economie già in fase di transizione. Nonostante la severità degli effetti che possono accompagnare il percorso, c’è da dire, però, che le potenzialità in campo paiono traguardare, in prospettiva, sviluppi a somma positiva: prosperità crescente e allargamento delle opportunità. Ma a quale prezzo per il mondo occidentale? Un Oriente in ascesa non può che modificare l’equilibrio globale e mettere seriamente in forse l’abbondanza di risorse, per di più a basso prezzo. Ne è un esempio, ormai abusato, la Cina, che l’anno scorso ha sorpassato il Giappone ed è diventata la seconda economia mondiale.

A metà periodo, tra due decadi, la Cina potrebbe superare gli USA e non solo nel PIL, anche nel controllo di risorse strategiche. Già oggi gestisce il 97% delle forniture globali di lantanidi, essenziali per televisori, telefoni cellulari e pc prodotti ogni anno nel mondo, di cui la metà è made in China. Li supererà anche nella ricerca? Già ora è seconda agli USA per il numero annuo di pubblicazioni scientifiche (un terzo di quello degli States) e ha il più alto numero al mondo di studenti iscritti a istituti universitari, circa 25 milioni, dai quali ogni anno escono laureati e vengono immessi nel mercato due milioni di ingegneri e tecnici equivalenti. Anche la spesa in R&S (1,1% del PIL) ha superato quella giapponese e nei prossimi 20 anni potrà facilmente sorpassare l’Europea e raggiungere quella USA. Per di più, il costo dei ricercatori cinesi, attualmente del 20-50% inferiore all’area Ocse, potrebbe rimanere contenuto, potendo così impegnare, a parità di spesa, un numero superiore di operatori. E, d’altra parte, lo scenario del consumo di risorse dovrà forzatamente modificarsi per lasciar spazio ai “new entries”, se si pensa che entro fine anno, ma anche prima, l’umanità raggiungerà i 7 miliardi, che saranno, come detto, 9,2 nel 2050. Oltre due miliardi di esseri umani in più in quattro decadi cosa significa? Basteranno le risorse o torneranno ad essere vincolanti come temuto nei primi anni ‘70 dal Club di Roma? L’ingegno continuerà a compensare la scarsità? Ovvero, la risorsa immateriale della conoscenza, che pare senza limiti e destinata ad aumentare esponenzialmente, consentirà di elaborare strutture fisiche innovative idonee a rendere sostenibile la crescita? Se la risposta è sì la prossima transizione demografica ed economica potrà avere un effetto complessivamente positivo, migliorando e non travolgendo gli attuali stili di vita. E di fatto, l’umanità ha sempre trovato le soluzioni di cui ha avuto bisogno.

Ma se sarà così anche questa volta, le troverà in tempo utile, vista la velocità del cambiamento? Molto probabilmente sì, perché l’umanità sta interconnettendosi e “pensando” con una velocità impressionante, che appare superiore. Ad oggi i telefoni cellulari sono più di 5,6 miliardi, di cui un terzo collegati ad internet. I pc sono circa 1,5 miliardi.

In totale, tolte le sovrapposizioni, gli oggetti connessi in rete, collegano tra loro già il 40% della popolazione mondiale. E le conoscenze specializzate, tradotte in innovazioni di prodotti o di servizi più sostenibili, si spostano “istantaneamente” tramite internet, raggiungendo l’incubatore più propizio, anche se le implementazioni sono ostacolate dalla necessità di connettere culture diverse e dalle differenti priorità attribuite allo sviluppo nelle diverse aree economiche. Ma, proprio a causa della velocità di diffusione delle conoscenze, quest’effetto complessivamente positivo come e quanto si valorizzerà fra le diverse aree economiche? Ne beneficeranno tutte, oppure quelle più dinamiche (orientali) andranno ad erodere le altre (occidentali)? La nostra cultura, che è un asset ben più radicato della conoscenza, potrà salvaguardarci, facendo la differenza nella nostra capacità di costruire il futuro?

In ogni caso, per conservare la propria leadership, l’Occidente deve far leva su questo suo inimitabile fattore competitivo, ovvero sulla sua cultura, e investire più decisamente nella conoscenza, per comprendere più profondamente il mondo e la sua evoluzione, per dominare nelle attività specifiche gli sviluppi in atto e le prospettive, “per fare di ognuno una risorsa per lo sviluppo di domani”. E’ il requisito primario, evidenziato magistralmente da Giuseppe Lanzavecchia nei suoi saggi sulle risorse, pubblicati negli scorsi numeri del Giornale, perchè “sarà la cultura, col suo sapere, e la sua superiorità, a dominare il futuro”.

 

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